PROCLAMATI I PRIMI MEDICI CHIRURGHI FORMATI AL CAMPUS DI FORLÌ
Lunedì 11 maggio, presso l’Aula Campostrino di Forlì, si è tenuta la sessione di laurea che ha visto la proclamazione dei primi Medici Chirurghi formatisi presso il Campus.
La discussione delle tesi ha avuto inizio alle ore 9.00 ed è proseguita per l’intera giornata con due commissioni di laurea formate da professori dell’Università e, in base alla nota 9758/2020 del MUR,
da un rappresentante dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Forlì-Cesena, il Presidente Dott. Michele Gaudio in quella della mattina e il Vice Presidente Dott. Gian Galeazzo Pascucci in quella del pomeriggio.
In totale sono 27 i candidati che hanno portato a termine il percorso magistrale a ciclo unico. Il primo studente a discutere la tesi è stato il forlivese Francesco Di Lorenzo, che fu anche il primo iscritto in assoluto all’attivazione del corso.
All’apertura dell’evento hanno partecipato per i saluti istituzionali: Michele De Pascale, Presidente della Regione Emilia-Romagna, Emanuele Menegatti, Presidente del Campus di Forlì, Gian Luca Zattini, Sindaco di Forlì, Gaetano La Manna, Direttore Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche, Francesca Bravi, Direttrice sanitaria AUSL Romagna, Gianfranco Brunelli, Vicepresidente della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì. A fare gli onori di casa è stato il Coordinatore del corso di laurea in Medicina e Chirurgia di Forlì, Prof. Franco Stella.
Attivato nell’anno accademico 2020/2021 con 95 studenti, il corso di Medicina e Chirurgia di Forlì ha rappresentato un significativo ampliamento dell’offerta formativa dell’Università di Bologna nel campus romagnolo. Fin dai primi anni, il corso si è distinto per l’elevata attrattività, richiamando studenti provenienti principalmente dal territorio e da diverse regioni italiane, con risultati di accesso particolarmente qualificati nelle graduatorie nazionali e con ottimi risultati di percorso. Ad oggi, il corso conta 180 iscritti all’anno per un totale di 710 iscritti distribuiti sui sei anni di corso.
Il progetto è frutto di una sinergia tra l’Ateneo, la Regione, l’AUSL Romagna e numerosi partner locali. Fondamentale il supporto della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, del Comune di Forlì e di Ser.In.Ar., insieme ai contributi di privati e realtà associative come lo IOR e GVM Care & Research.
Il percorso formativo si distingue per gli ottimi risultati ottenuti dagli studenti e per un modello didattico fortemente integrato tra lezioni frontali, attività laboratoriali e pratica clinica. L’attività didattica si svolge tra il Teaching Hub del Campus e le strutture dell’Ospedale Morgagni-Pierantoni, consentendo agli studenti di entrare fin dai primi anni in contatto con l’ambiente ospedaliero e con le diverse realtà assistenziali.
Particolare valore aggiunto del corso è rappresentato dall’ampia rete di tirocini curriculari garantita grazie all’AUSL Romagna, che permette agli studenti di svolgere esperienze formative in numerosi contesti clinici e specialistici dell’intero territorio romagnolo, integrando la formazione teorica con un’intensa attività pratica sul campo.

Obesità, circa 8.500 passi al giorno aiutano a mantenere il peso perso
(da Doctor33) Mantenere circa 8.500 passi al giorno può aiutare a prevenire il recupero del peso dopo un percorso di dimagrimento. È quanto emerge da una revisione sistematica e meta-analisi presentata all’European Congress on Obesity (ECO 2026), in programma a Istanbul dal 12 al 15 maggio, e pubblicata sull’ ‘International Journal of Environmental Research and Public Health’. Lo studio è stato coordinato da Marwan El Ghoch, del Dipartimento di Scienze biomediche, metaboliche e neuroscienze dell’Università di Modena e Reggio Emilia, insieme a ricercatori italiani e libanesi. Gli autori ricordano che circa l’80% delle persone con sovrappeso o obesità tende a recuperare parte o tutto il peso perso entro 3-5 anni. Per questo, spiegano, identificare strategie efficaci per il mantenimento del peso rappresenta un obiettivo clinico rilevante.
La revisione sistematica ha incluso 18 trial randomizzati. Quattordici studi, per un totale di 3.758 partecipanti con sovrappeso o obesità e un’età media di 53 anni, sono stati inclusi nella meta-analisi. I programmi di modifica dello stile di vita prevedevano raccomandazioni dietetiche e indicazioni per aumentare il numero di passi quotidiani. All’inizio degli studi, i partecipanti dei gruppi intervento e controllo mostravano livelli simili di attività fisica, con circa 7.200 passi al giorno. Al termine della fase di perdita di peso, durata in media 7,9 mesi, il gruppo sottoposto ai programmi di lifestyle modification aveva aumentato il numero medio di passi fino a 8.454 al giorno, con una riduzione del peso corporeo del 4,39%, pari a circa 4 kg. Durante la successiva fase di mantenimento, durata mediamente 10,3 mesi, i partecipanti hanno mantenuto un livello di attività di circa 8.241 passi quotidiani e conservato gran parte del peso perso, con una riduzione media finale del 3,28%, pari a circa 3 kg.
Secondo gli autori, l’aumento del numero di passi non è risultato associato a una maggiore perdita di peso nella fase iniziale del dimagrimento, probabilmente perché in questa fase incidono maggiormente altri fattori, come la riduzione dell’introito calorico. L’associazione più evidente riguarda invece la prevenzione del recupero ponderale. “I partecipanti dovrebbero essere incoraggiati ad aumentare il numero di passi fino a circa 8.500 al giorno durante la fase di perdita di peso e a mantenere questo livello di attività nella fase successiva, per aiutare a prevenire il recupero del peso”, ha dichiarato Marwan El Ghoch.
Paracetamolo, Aifa richiama all’uso corretto. Focus sugli adolescenti
(da Doctor33) Richiamo all’uso corretto del paracetamolo, con un focus particolare sugli adolescenti e sui casi di sovradosaggio intenzionale. È l’allerta lanciata dall’Agenzia Italiana del Farmaco nell’ambito delle attività di monitoraggio sulla sicurezza dei medicinali e in linea con iniziative avviate anche a livello europeo. Secondo quanto evidenzia l’Agenzia, l’assunzione di dosi superiori a quelle raccomandate può determinare effetti indesiderati anche gravi, in particolare a carico del fegato, fino a conseguenze irreversibili nei casi più severi. Un rischio che richiede un’attenzione specifica soprattutto in una fascia di età considerata vulnerabile.
Il richiamo si basa sull’analisi dei dati della Rete nazionale di farmacovigilanza e, in particolare, sulle segnalazioni del Centro Antiveleni di Pavia, che indicano un numero significativo di episodi di sovradosaggio intenzionale tra gli adolescenti. Un fenomeno che, pur non mostrando un aumento nel tempo né collegamenti con presunte “sfide social”, viene considerato clinicamente rilevante. Alla base di questi episodi, sottolinea Aifa, vi sono spesso gesti impulsivi o dimostrativi, ma anche una diffusa percezione errata del paracetamolo come farmaco privo di rischi. Da qui l’invito a rafforzare l’informazione e la consapevolezza, coinvolgendo non solo i ragazzi ma anche famiglie, caregiver e operatori sanitari.
Il paracetamolo resta un medicinale sicuro ed efficace se utilizzato correttamente per il trattamento di dolore e febbre. Tuttavia, l’uso improprio – in particolare l’assunzione contemporanea di più prodotti che lo contengono o il mancato rispetto degli intervalli di somministrazione – può aumentare il rischio di tossicità epatica. Tra le raccomandazioni dell’Agenzia: attenersi alle dosi indicate nel foglio illustrativo o dal medico, evitare associazioni con altri farmaci contenenti paracetamolo o sostanze epatotossiche e, in caso di sospetto sovradosaggio, rivolgersi immediatamente ai servizi di emergenza o a un Centro antiveleni, anche in assenza di sintomi. Aifa richiama infine l’importanza della segnalazione delle sospette reazioni avverse, fondamentale per garantire il monitoraggio continuo della sicurezza dei medicinali e la tutela della salute pubblica.
Spesa militare e sanità: il costo invisibile delle economie di guerra
(da DottNet) Un aumento dell’1% della spesa militare si associa a una riduzione dello 0,62% della spesa sanitaria. Nei Paesi a basso reddito il rapporto si fa ancora più netto, fino a -0,96%. È uno dei dati più significativi emersi da un’analisi pubblicata su The Lancet, che quantifica il rapporto tra investimenti in difesa e finanziamento dei sistemi sanitari.
Non si tratta di una correlazione teorica. In un contesto globale caratterizzato da un incremento delle spese militari e dall’intensificarsi dei conflitti, la riallocazione delle risorse pubbliche si traduce in effetti concreti sulla capacità dei sistemi sanitari di garantire servizi e continuità assistenziale.
Quando cresce la difesa, si riducono le risorse per la sanità
L’analisi evidenzia come il rapporto tra spesa militare e sanitaria non sia neutrale. In presenza di vincoli di bilancio, l’incremento degli investimenti in difesa tende a essere compensato da una riduzione delle risorse destinate ad altri settori, tra cui la sanità. Questo effetto risulta particolarmente evidente nei contesti a basso reddito, dove la contrazione della spesa sanitaria segue in modo quasi proporzionale l’aumento di quella militare. Il fenomeno si inserisce in un quadro più ampio: secondo le stime citate nello studio, una persona su sei nel mondo vive oggi in aree interessate da conflitti. In questi contesti, la pressione sui sistemi sanitari cresce mentre le risorse disponibili tendono a ridursi.
I meccanismi attraverso cui i conflitti incidono sui sistemi sanitari – L’impatto dei conflitti sui sistemi sanitari non si limita alla distruzione diretta delle infrastrutture, ma si sviluppa attraverso una serie di meccanismi concomitanti. Il primo è rappresentato dai danni fisici a ospedali, ambulatori e centri di cura, che riducono immediatamente la capacità di erogazione dei servizi. Il secondo riguarda l’interruzione delle catene di approvvigionamento: farmaci, dispositivi e materiali sanitari diventano difficilmente accessibili, con effetti che si estendono anche oltre le aree direttamente colpite. A questi si aggiunge l’impatto delle sanzioni economiche, che pur prevedendo formalmente esenzioni per i beni sanitari, possono generare carenze significative a causa di vincoli finanziari e difficoltà nei pagamenti internazionali. Il ris ultato è una progressiva riduzione della capacità operativa dei sistemi sanitari, anche in assenza di distruzioni materiali dirette. Secondo le evidenze richiamate nello studio, tra il 1990 e il 2017 i conflitti armati sono stati associati a circa 29 milioni di morti in eccesso per cause indirette, come l’interruzione dei servizi sanitari.
Indicatori di sistema e contesti di conflitto – Un ulteriore elemento di criticità riguarda gli strumenti di valutazione dei sistemi sanitari. I principali indicatori di copertura sanitaria universale (UHC) sono costruiti su presupposti di stabilità economica e istituzionale, che non tengono conto degli effetti strutturali dei conflitti. In questo modo, i Paesi coinvolti in guerre o tensioni prolungate risultano penalizzati sia per la riduzione effettiva della spesa sanitaria sia per la difficoltà di raggiungere standard misurati su contesti non comparabili. Ne deriva una rappresentazione parziale delle performance dei sistemi sanitari.
Sostenibilità e contesto geopolitico – “La relazione tra spesa militare e investimenti in sanità ha effetti concreti sull’accesso alle cure“, osserva Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo). A livello globale, la riduzione degli aiuti internazionali alla sanità – stimata tra il 30% e il 40% nei Paesi a basso e medio reddito – contribuisce ad amplificare queste dinamiche. In assenza di risorse pubbliche sufficienti, cresce il ricorso alla spesa privata diretta, con un conseguente aumento delle disuguaglianze nell’accesso alle cure. Nel complesso, i dati indicano come la spesa sanitaria risenta delle scelte macroeconomiche e geopolitiche, con effetti che tendono a manifestarsi nel medio e lungo periodo sulla capacità dei sistemi di garantire assistenza.
Interruzione della terapia con levotiroxina negli over 60 in medicina generale
(da M.D.Digital) Quale percentuale di adulti di età pari o superiore a 60 anni può interrompere con successo il trattamento con levotiroxina? Uno studio, pubblicato su Jama, ha cercato di dare una risposta. La ricerca – Lo studio, prospettico, a gruppo singolo, ha incluso adulti residenti in comunità di età pari o superiore a 60 anni che assumevano levotiroxina a dosaggio stabile (≤150 µg/die) da almeno un anno e presentavano un livello di tireotropina (Tsh) inferiore a 10 mUI/L. Lo studio è stato condotto in 58 ambulatori di medicina generale nei Paesi Bassi. I partecipanti, arruolati tra gennaio 2020 e luglio 2022 con follow-up finale il 12 dicembre 2023, sono stati sottoposti a una riduzione graduale del dosaggio di levotiroxina, in aperto e secondo protocollo, con test di funzionalità tiroidea eseguiti almeno 6 settimane dopo ogni step.
Principali risultati – L’età mediana dei 370 partecipanti che hanno iniziato la fase di interruzione della levotiroxina era di 70 anni (intervallo, 60-89); l’80% erano donne; il livello mediano di tireotropina era di 2,2 mUI/L (intervallo, 0,02-9,69); il livello medio di tiroxina libera era di 1,21 ng/dL [DS, 0,18]). 366 hanno completato il follow-up finale a 1 anno. La dose mediana di levotiroxina al basale era 50 [intervallo, 12,5-150] µg/die). 95 partecipanti (25,7% [IC 95%, 21,5%-30,4%]) hanno interrotto con successo l’assunzione di levotiroxina e presentavano un livello mediano di tireotropina di 5,03 mIU/L (intervallo, 1,56-9,40 mIU/L) e un livello medio di tiroxina libera di 1,01 ng/dL (intervallo, 0,80-1,43 ng/dL) a 1 anno. Dei 95 partecipanti che hanno interrotto con successo l’assunzione di levotiroxina, 46 (48,4% [IC 95%, 38,6%-58,3%]) presentavano un livello di tireotropina inferiore a 4,8 mIU/L. Tra gli 88 partecipanti che assumevano una dose di levotiroxina pari o inferiore a 50 µg/die, 56 (63,6%) hanno interrotto con successo il trattamento. La qualità di vita correlata alla tiroide non ha mostrato cambiamenti clinicamente rilevanti complessivamente dal basale a 1 anno e stratificata in base all’interruzione riuscita o non riuscita della levotiroxina.
Gli autori concludono che, in base ai dati ottenuti, negli adulti di età pari o superiore a 60 anni la valutazione della necessità di continuare la levotiroxina dovrebbe essere considerata, in particolare in coloro che assumono una dose pari o inferiore a 50 µg/die.