Farmaci equivalenti, la diffidenza costa cara

(da M.D.Digital)  In Italia, la scelta di non utilizzare i farmaci equivalenti ha un impatto diretto e pesante sulle tasche delle famiglie. Secondo i dati del Rapporto Osmed 2024, i cittadini sborsano complessivamente cifre enormi solo per coprire la differenza tra il prezzo del medicinale di marca e quello rimborsato dal Ssn (Servizio sanitario nazionale). La diffusione di questi medicinali procede a rilento: con il 56% sul consumo territoriale, il nostro Paese si colloca agli ultimi posti nel panorama europeo. A preoccupare è anche il divario geografico: la spesa pro capite per la "differenza prezzo" tocca i 22,4 euro al Sud (con picchi in Calabria, Sicilia e Campania), contro i 14,2 euro del Nord. Al via la sesta edizione di "Ioequivalgo". Per contrastare questo trend, Cittadinanzattiva ha presentato la sesta edizione della campagna nazionale "Ioequivalgo". L'iniziativa, realizzata con il sostegno di Egualia, punta a sensibilizzare i cittadini e a fornire strumenti pratici come il portale dedicato e un'app per consultare informazioni certificate. La novità di quest'anno è il focus sulla formazione dei professionisti. "Vogliamo arricchire l'iniziativa con una formazione specifica dedicata ai farmacisti sulle competenze comunicative", spiega Valeria Fava, responsabile di Cittadinanzattiva. "Affinarne le capacità relazionali è essenziale per superare i pregiudizi e garantire ai pazienti una scelta informata". L'alleanza tra Medico di famiglia e Farmacista.  La riuscita della campagna passa attraverso una sinergia tra i diversi attori della filiera sanitaria. Per Marco Cossolo, Presidente di Federfarma, la dispensazione dell'equivalente non è una semplice sostituzione, ma "un atto professionale che si basa sul rapporto di fiducia e sul dialogo tra farmacista, paziente e, a monte, Mmg (medico di medicina generale)". Sulla stessa linea il Presidente della Fofi, Andrea Mandelli, che sottolinea come i farmacisti, grazie alla presenza capillare sul territorio, siano centrali "nell'informare e rassicurare sull'efficacia e sulla sicurezza dei medicinali equivalenti, contribuendo a superare falsi miti ancora diffusi". La campagna mira a rendere le cure più eque, proteggendo soprattutto le fasce di popolazione a basso reddito, per le quali la compartecipazione al costo dei farmaci rappresenta un onere significativo. Attraverso video, locandine con Qr code nelle farmacie e villaggi itineranti nelle piazze, "Ioequivalgo" punta a trasformare il risparmio economico in una risorsa per la salute collettiva e la sostenibilità del sistema.

Verso uno screening universale per la miopia

(da Univadis)   Utilizzando tecniche basate su reti neurali artificiali un gruppo di ricercatori dell’Università di Pechino ha sviluppato un modello in grado di prevedere con elevata accuratezza se un bambino in età scolare diventerà miope e se svilupperà una miopia di grado elevato. La previsione si basa sulla fotografia del fondo oculare e sui dati di rifrazione, elementi di facile acquisizione, per cui quello sviluppato con il deep learning (una branca dell’intelligenza artificiale [AI]) e descritto nell’articolo pubblicato sulla rivista 'Jama Network Open' ha le potenzialità per diventare uno strumento di screening su larga scala anche in contesti con risorse limitate. Un’ottima performance Lo studio ACES (Anyang Childhood Eye Study) ha arruolato 3.048 bambini di 6-9 anni frequentanti 11 scuole primarie della città di Anyang, nella Cina nord-orientale. I bambini stono stati sottoposti a visita oculistica completa per 6 anni consecutivi. Le oltre 16.000 immagini del fundus acquisite e i dati di rifrazione alla baseline sono stati utilizzati per addestrare l’AI: combinando una rete neurale convoluzionale (CNN) e una ricorrente (RNN) è stato sviluppato un modello per predire il rischio futuro di miopia elevata ( superiore a - 6 diottrie) e per prevedere la progressione miopica in modo quantitativo.   L’area sotto la curva (area under the curve, AUC) – indicatore della performance del modello predittivo, che risulta tanto più accurato quanto più si avvicina a 1 – era 0,941 (95% CI 0,936-0,946) per la capacità di predire il rischio di miopia e 0,985 (0,982-0,988) per la capacità di predire il rischio di miopia elevata. L’errore medio assoluto della previsione della rifrazione era basso (0,322 diottrie per anno). Per valutare la generalizzabilità tra popolazioni è stata condotta una validazione esterna utilizzando due coorti indipendenti, una di bambini cinesi di etnia Han (n=130) e una di bambini tibetani (n=1.039): il modello ha mostrato un’ottima performance anche in queste coorti. La fiducia è un fattore cruciale “Perché un medico agisca in base a una previsione dell’AI, per esempio per iniziare una terapia con atropina per un bambino, non è necessario solo un punteggio AUC elevato, ma anche una profonda fiducia. L'approccio di deep learning di Kang et al. offre un modello esemplare per costruire questa fiducia”, afferma Daniel Duck-Jin Hwang, del dipartimento di oftalmologia della Catholic Kwandong University (Korea), in un articolo che accompagna lo studio.   Gli autori del trial ACES hanno utilizzato tecniche di explainable AI (XAI) che facilitano l’interpretazione delle decisioni prese dalle reti neurali: vengono infatti generate delle heatmap (mappe di calore) che evidenziano le regioni di un'immagine che contribuiscono maggiormente alla classificazione finale da parte del modello. “Ancora più importante, gli autori hanno incluso un'analisi trasparente dei casi di fallimento. Questa analisi identifica le modalità di fallimento del modello, come l'errata attribuzione del pattern vascolare periferico e i limiti della soglia di rilevamento. Paradossalmente, è proprio questa trasparenza, questa onesta spiegazione di quando e perché il modello è sbagliato, che crea la fiducia clinica necessaria per l'adozione”. Uno strumento necessario La prevalenza della miopia è in forte crescita: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità entro il 2050 oltre metà della popolazione mondiale sarà miope. Circa 2 milioni di bambini italiani tra i 6 e i 16 anni sono miopi, l’80% dei quali in progressione miopica. Oggi esistono delle strategie per contrastare la progressione della malattia per cui sarebbe utile sapere in anticipo come evolverà la malattia, in particolare quanto è grande il rischio che un bambino sviluppi una miopia elevata, condizione che si associa a patologie come il distacco di retina e la maculopatia che possono portare alla perdita della vista.   Attualmente non disponiamo di strumenti con cui identificare i bambini ad alto rischio che trarrebbero beneficio da un intervento tempestivo, il modello proposto segna “una pietra miliare”, dice Hwang, sulla strada verso questo traguardo. (https://jamanetwork.com/journals/jamanetworkopen/fullarticle/2844223

Dal 2 marzo è attiva la nuova Anagrafe nazionale degli assistiti

(da DottNet)   Dal 2 marzo entra in funzione la nuova Anagrafe nazionale degli assistiti, la piattaforma digitale unica che raccoglierà i dati degli utenti dei servizi sanitari di tutta Italia. L’archivio nazionale conterrà informazioni su esenzioni per patologia o altre condizioni e sull’associazione tra assistito e medico. La nuova infrastruttura dialogherà direttamente con l’Anagrafe nazionale della popolazione residente, rendendo automaticamente disponibili alle aziende sanitarie i dati aggiornati sulla residenza. Cosa cambia per cittadini e aziende sanitarie L’obiettivo dichiarato è semplificare i percorsi amministrativi. In caso di trasferimento tra regioni, ad esempio, le informazioni già in possesso della pubblica amministrazione saranno accessibili automaticamente, senza necessità di produrre nuovamente documentazione.  Le esenzioni rilasciate da una Asl saranno visibili anche nei sistemi di altre regioni. Al tempo stesso, le aziende sanitarie non potranno più modificare direttamente i dati di residenza, che faranno riferimento all’anagrafe nazionale. Una piattaforma nazionale in un sistema regionale L’attivazione dell’Anagrafe nazionale degli assistiti rappresenta un passaggio significativo nel processo di digitalizzazione del Servizio sanitario nazionale. Dopo anni in cui molte funzioni amministrative sono rimaste fortemente regionalizzate, la creazione di una piattaforma unica introduce un livello di interoperabilità strutturale tra territori.  In un sistema caratterizzato da ampia autonomia organizzativa regionale, la disponibilità di un’infrastruttura dati centralizzata può contribuire a ridurre le differenze applicative e a rafforzare la capacità di monitoraggio e governance a livello nazionale. Digitalizzazione e governance sanitaria Negli ultimi anni, anche grazie alle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza, sono stati avviati numerosi progetti orientati alla costruzione di piattaforme digitali nazionali in ambito sanitario. L’Anagrafe nazionale degli assistiti si inserisce in questa traiettoria.  Se e in che misura tali strumenti riusciranno a tradursi in maggiore uniformità dei diritti e in una più efficace capacità di coordinamento resta una verifica affidata alla fase di attuazione. La creazione di infrastrutture comuni, tuttavia, rappresenta un segnale di rafforzamento della dimensione nazionale della governance sanitaria, in un contesto che continua a essere fortemente articolato su base regionale.

L’adolescenza non finisce a 18 anni ma dura fino ai 30 e oltre

(da Rivista Studio)   Secondo uno studio scientifico appena pubblicato e rilanciato dalla BBC, diventiamo davvero adulti non quando compiamo 18 o 20 anni, ma addirittura dieci anni più tardi. Un gruppo di ricercatori dell’Università di Cambridge ha presentato un nuovo modello di sviluppo del cervello umano che sposta la soglia dell’età adulta ben oltre quanto si pensasse: lo studio individua un’adolescenza neurologica che va dai 9 ai 32 anni, periodo durante il quale il cervello continua a raffinare le connessioni e ad aumentare l’efficienza. La piena maturità strutturale arriverebbe dunque solo dopo i 30 anni, con una fase stabile del “plateau adulto” che inizia intorno ai 32 anni. La notizia è rilevante perché cambia l’idea comune di diventare adulti” suggerendo che molte caratteristiche e comportamenti associati alla giovinezza (impulsività, scarsa capacità di pianificazione, maggiore sensibilità alle pressioni esterne) abbiano una causa neurologica più persistente del previsto. La rilevanza del dato non è solo teorica: i ricercatori sottolineano infatti che l’adolescenza prolungata è il periodo in cui compaiono con maggiore frequenza disturbi come ansia, depressione e schizofrenia, proprio perché il cervello è ancora in riorganizzazione. Questo periodo rende più sensibili agli stress ambientali ma anche più ricettivi agli interventi educativi e terapeutici. Per questo gli autori suggeriscono che le politiche di prevenzione e i servizi di salute mentale debbano considerare una fase di vulnerabilità, ma anche di ricettività, più lunga di quanto si pensasse. Queste conclusioni si inseriscono in un dibattito già vivo: da anni vari studi suggeriscono che la corteccia prefrontale, responsabile delle decisioni complesse, maturi più tardi di quanto indicato dai modelli tradizionali. Il nuovo lavoro di Cambridge fornisce una mappatura più articolata, che potrebbe aiutare a leggere alcuni fenomeni sociali contemporanei, dalla prolungata permanenza in famiglia ai percorsi professionali frammentati, utilizzando questo dato scientifico. È un tassello che contribuisce a spiegare perché la linea tra giovinezza ed età adulta, oggi, appaia così mobile. (https://www.bbc.com/news/articles/cgl6klez226o)  

Scoperto un batterio nemico dei grassi: riduce l’aumento di peso

(da DottNet)  Tra i molteplici batteri che popolano l’intestino umano, è stato identificato uno che si è dimostrato nemico dei grassi. La sua presenza influenza il modo in cui vengono assorbiti dall’intestino, riducendo così l’aumento di peso e migliorando la salute metabolica dei topi, nonostante l’alimentazione ricevuta da diete ricche di grassi. Questo è quanto emerso dallo studio guidato dall'Università americana dello Utah, pubblicato sulla rivista Cell Metabolism. Il batterio in questione, appartenente alla specie Turicibacter, potrebbe portare a integratori in grado di ridurre gli effetti dell'obesità, come problemi metabolici. Ad ogni modo, saranno nel corso del tempo necessari maggiori studi per poter scoprire la reale efficacia nell’uomo. Il ruolo chiave di Turicibacter nel metabolismo dei grassi I ricercatori, seguiti da June Round, hanno scoperto che Turicibacter fa parte di una comunità di microrganismi protettivi del metabolismo che comprende almeno 80 specie batteriche diverse. Questo batterio, tuttavia, sembra giocare un ruolo centrale.  Round ha affermato: "Non pensavo che un singolo microbo avrebbe avuto un effetto così drammatico". Turicibacter produce una serie di acidi grassi, componenti fondamentali dei lipidi, che modulano molecole di grasso più dannose e associate a malattie metaboliche, come il diabete di tipo 2 e i disturbi cardiaci. Questo significa che la sua presenza potrebbe controbilanciare una dieta molto calorica. Inoltre gli autori dello studio hanno evidenziato che un’alimentazione sbagliata sopprime la crescita del batterio e riduce quindi anche i suoi effetti benefici.   Alla luce di quanto esposto, poiché Turicibacter protegge dagli effetti dannosi dei grassi ma viene anche colpito da un eccesso di tali molecole, i ricercatori hanno provato a ripristinarne i livelli con una supplementazione regolare. Hanno quindi somministrato un integratore per bocca agli animali per cinque giorni a settimana. Questo ha portato a un minore aumento di peso, livelli di glucosio a digiuno più bassi e una riduzione del grasso corporeo, anche in caso di dieta ricca di grassi.

La FNOMCEO frena sulle prescrizioni infermieristiche

(da M.D.Digital)  Il Consiglio nazionale della Fnomceo ha messo un punto fermo sulle nuove competenze infermieristiche. Con una mozione approvata il 20 febbraio, la Federazione chiede di modificare lo schema di decreto del Mur (Ministero dell’università e della ricerca) che istituisce tre nuove lauree magistrali per gli infermieri. Il punto critico riguarda la possibilità, prevista dal decreto, per i professionisti formati nei nuovi percorsi di "prescrivere trattamenti assistenziali quali presidi sanitari, ausili e tecnologie specifiche" in ambiti come l'infermieristica di famiglia e comunità, le cure neonatali e le terapie intensive. Secondo la Federazione, l'attuale formulazione rischia di sovrapporsi all'atto medico. Per questo la mozione chiede di prevedere che l’infermiere possa "richiedere trattamenti assistenziali quali presidi sanitari, ausili e tecnologie specifiche, in esito alla diagnosi del medico e dopo la sua prima prescrizione". Un passaggio ritenuto essenziale per mantenere fermo il principio secondo cui diagnosi, prognosi e terapia restano attività qualificanti ed esclusive della professione medica. Nel documento si richiama esplicitamente la Legge 132/25, che ribadisce la centralità dell’atto medico anche alla luce dell’evoluzione tecnologica e dell’Intelligenza artificiale, sottolineando come una fonte normativa di rango secondario non possa derogare a tali principi. Inoltre, la Fnomceo evidenzia un ulteriore profilo critico: la possibile disparità di trattamento, dal momento che alcune prescrizioni sono oggi riservate a medici in possesso di specifica specializzazione, mentre il decreto non prevede analoghi limiti per gli infermieri. La Federazione chiede quindi di riportare il provvedimento “all’interno del perimetro tracciato dalla legge”, attivando anche il percorso di concertazione previsto dalla normativa vigente, con il coinvolgimento delle rappresentanze scientifiche, professionali e sindacali dei profili sanitari interessati, finora rimaste ai margini del confronto. La mozione, approvata dal Comitato centrale e fatta propria dal Consiglio nazionale, è sottoscritta da numerose sigle del mondo medico e sindacale, dalla Medicina generale alla dirigenza ospedaliera. L’obiettivo dichiarato è duplice: garantire la sicurezza dei pazienti e assicurare un’integrazione efficace tra professioni, evitando conflitti di competenze e il rischio di contenziosi in una fase di profonda riorganizzazione del Ssn.

Infarto. Donne più a rischio anche con un livello di placca inferiore rispetto agli uomini

(da Quotidiano Sanità)    Una minore presenza di placche che ostruiscono le arterie delle donne non sembra proteggerle dalle malattie cardiache rispetto agli uomini.  È quanto emerge da uno studio pubblicato su 'Circulation: Cardiovascular Imaging' una rivista dell’American Heart Association.   Sebbene le malattie cardiache siano la principale causa di malattia e morte negli Stati Uniti e nel mondo, secondo le statistiche 2026 su malattie cardiache e ictus dell’American Heart Association, le donne tendono ad avere una minore prevalenza di placche arteriose rispetto agli uomini, secondo ricerche precedenti.  Secondo le statistiche del 2026 sulle malattie cardiache e gli ictus dell’American Heart Association, le malattie cardiovascolari sono state la causa di morte di 433.254 donne di tutte le età, pari al 47,3% dei decessi per malattie cardiovascolari. Lo studio ha valutato i dati sanitari di oltre 4.200 adulti (più della metà dei quali erano donne) per confrontare l’influenza della quantità di placca sul rischio di gravi patologie cardiache e ha incluso persone con dolore toracico stabile e nessuna storia pregressa di coronaropatia. I partecipanti sono stati randomizzati a sottoporsi a valutazione diagnostica tramite angiografia coronarica con tomografia computerizzata (immagini radiografiche del cuore e dei vasi sanguigni) e seguiti per circa due anni. Risultati principali dello studio: Le donne presentavano placche nelle arterie coronarie in numero inferiore rispetto agli uomini (55% contro 75%). Le donne presentavano anche un volume di placca arteriosa inferiore rispetto agli uomini (una mediana di 78 mm³ tra  le donne contro 156 mm³ negli  uomini).    Nonostante una minore placca, le donne avevano le stesse probabilità degli uomini di morire per qualsiasi causa, di avere un infarto non fatale o di essere ricoverate in ospedale per dolore al petto (2,3% delle donne contro il 3,4% degli uomini).    Inoltre, le donne presentavano un rischio cardiaco maggiore a livelli di placca inferiori rispetto agli uomini. Per quanto riguarda il carico totale di placca, il rischio per le donne iniziava ad aumentare al 20% del carico di placca, mentre per gli uomini iniziava al 28%. Con l’aumento dei livelli di placca, il rischio aumentava più nettamente per le donne che per gli uomini. “I nostri risultati sottolineano che le donne non sono ‘protette’ dagli eventi coronarici nonostante abbiano volumi di placca inferiori – ha affermato l’autore senior Borek Foldyna, MD, Ph.D., professore associato di radiologia presso la Harvard Medical School di Boston – poiché le donne hanno arterie coronarie più piccole, una piccola quantità di placca può avere un impatto maggiore. Un aumento moderato del carico di placca sembra comportare un rischio sproporzionato nelle donne, il che suggerisce che le definizioni standard di rischio elevato potrebbero sottostimare il rischio nelle donne”. (https://newsroom.heart.org/news/women-may-face-heart-attack-risk-with-a-lower-plaque-level-than-men?preview=1a66&preview_mode=True)

Medici Dermatologi: invito alla realizzazione del Melanoma Day a Cesena.

Mi chiamo Silvia Roncuzzi e sono la responsabile del Poliambulatorio L'Eau di Cesena. Con la presente, sono ad illustrarvi e ad invitarvi alla realizzazione del Melanoma Day a Cesena. Il tema della prevenzione tocca da vicino me ed il fondatore dell'associazione Melanoma Day, in quanto entrambi abbiamo perso i nostri padri per malattie che avrebbero potuto dare esito diverso, qualora vi fosse stata appunto la prevenzione. Il Melanoma Day si terrà nel mese di maggio. Sono pertanto a ricercare dermatologi disposti a sposare la nostra causa e a collaborare ai fini di erogare visite gratuite durante questa giornata. Faremo in modo di riconoscere ai medici quello che sarà nelle nostre possibilità, anche attraverso la ricerca di sponsor. Qualora foste interessati, vi invito a rispondere ad amministrazione@leau.it Sarò lieta di invitarvi presso la nostra struttura, fare conoscere la nostra realtà ed il progetto che ci impegniamo a portare avanti. Ringrazio sin d'ora per l'attenzione che mi avete consesso.   Cordiali Saluti, Silvia Roncuzzi amministrazione@leau.it

Cesena Basket 2005. Ricerca Medico

Si chiede la disponibilità di un medico per alcune partite del campionato di Basket maschile di DR1 e per un MINI RADUNO GIOVANILE 

PARTITE SERIE DR1 sabato          7 marzo       2026  ore 21:00 mercoledì  11 marzo       2026  ore 21:00 sabato          2 maggio     2026  ore 21:00 Le partite si giocano alla Palestra Ippodromo di Cesena in via G. si Vittorio e il medico deve essere presente 30 minuti prima dell'inizio della partita (ore 20:30) fino al termine della stessa (indicativamente alle 22:00).

    RADUNO GIOVANILE 1,2 3 MAGGIO 2026 Chiedo la disponibilità di un medico nei pomeriggi di venerdì 1 e sabato 2 maggio, dalle 15:45 alle 19:00 circa (2 partite giovanili) e nella mattina di domenica 3 maggio dalle 10:45 alle 13:00 circa (2 partite giovanili)

Anche queste partite si giocano alla Palestra Ippodromo di Cesena in via G. si Vittorio e il medico deve essere presente 10/15 minuti prima dell'inizio della partita  fino al termine della seconda in programma.

  Carlo zoffoli (392 1399992) vice presidente Cesena Basket 2005

Vitamina D nel dolore da fibromialgia: nuova metanalisi offre risposte

(da Nutrienti e Supplementi)   Una recente revisione sistematica e metanalisi pubblicata su 'Nutrients', condotta da Sara Ilari, Saverio Nucera e colleghi di diversi istituti italiani, tra cui l'Irccs San Raffaele Roma e l'Università "Magna Graecia" di Catanzaro, suggerisce che la supplementazione di Vitamina D potrebbe svolgere un ruolo importante come coadiuvante nella gestione della fibromialgia.  Parliamo di una complessa condizione cronica che affligge circa il 2-3% della popolazione mondiale, caratterizzata da dolore muscolo-scheletrico diffuso, fatica generalizzata, disturbi del sonno e dell'umore. Poiché la sua patofisiologia rimane poco chiara e le opzioni terapeutiche sono spesso limitate e solo parzialmente efficaci, la ricerca di trattamenti aggiuntivi si rivela cruciale. I risultati dello studio     Gli autori hanno analizzato la letteratura fino al 31 dicembre 2024, identificando 2.776 articoli e includendo 7 studi per la revisione sistematica. Sono state condotte due metanalisi distinte, entrambe su quattro studi ciascuna.    I risultati ottenuti hanno mostrato un effetto benefico e statisticamente significativo della supplementazione di Vitamina D rispetto al gruppo di controllo: - riduzione del dolore: la supplementazione ha ridotto significativamente i livelli di dolore, misurati tramite la Scala di valutazione numerica (Nrs) o la Scala analogica visiva (Vas). - miglioramento della qualità della vita: è stato riscontrato anche un miglioramento della qualità della vita, valutato attraverso la scala Fibromyalgia impact questionnaire (Fiq). Luci e ombre    Nonostante l'evidenza positiva, i ricercatori sottolineano che gli effetti osservati devono essere interpretati con cautela. In entrambe le metanalisi, infatti, è stata rilevata un'elevata eterogeneità tra gli studi. Questa variabilità è probabilmente dovuta a differenze nei protocolli di supplementazione, nelle caratteristiche dei pazienti e negli strumenti di misurazione utilizzati. Per esempio, mentre alcuni studi hanno evidenziato miglioramenti significativi nel dolore e nella capacità funzionale, specialmente negli anziani, altri non hanno trovato differenze significative nei punteggi Fiq. “La Vitamina D potrebbe essere considerata una strategia complementare nella gestione multimodale dell'fibromialgia, in particolare per la riduzione del dolore”, commentano gli Autori. “Tuttavia, sono necessari ulteriori studi randomizzati controllati di alta qualità con protocolli standardizzati per confermare in modo robusto questi risultati e per identificare i sottogruppi di pazienti che trarrebbero il massimo beneficio dalla supplementazione. La valutazione individualizzata e un attento monitoraggio rimangono fondamentali nella pratica clinica”. (https://www.mdpi.com/2072-6643/17/20/3232

Statine, maxi-analisi di Lancet riabilita gli eventi avversi

(da M.D.Digital)  Le statine sono tra i farmaci più prescritti al mondo per la prevenzione cardiovascolare. Eppure, nonostante prove solide sui benefici in termini di riduzione di infarti, ictus e mortalità vascolare, continuano a essere al centro di timori legati ai possibili effetti collaterali. Ora una vasta metanalisi pubblicata su The Lancet dal gruppo Cholesterol treatment trialists’ collaboration ridimensiona in modo sostanziale molte delle reazioni avverse riportate nei foglietti illustrativi.  Lo studio ha analizzato i dati individuali di 154.664 partecipanti arruolati in 23 grandi trial randomizzati e in doppio cieco: 19 confrontavano statina contro placebo (123.940 soggetti, follow-up mediano 4,5 anni), mentre quattro mettevano a confronto regimi più intensivi versus altri meno intensivi. L’obiettivo era verificare in modo rigoroso se gli effetti indesiderati elencati nei riassunti delle caratteristiche del prodotto (Rcp) fossero effettivamente attribuibili alla terapia. I ricercatori hanno identificato 66 possibili eventi avversi, esclusi quelli muscolari e il diabete, già oggetto di precedenti analisi, e li hanno valutati utilizzando i dati grezzi dei singoli pazienti, con una metodologia statistica che controllava il rischio di falsi positivi.  Solo quattro eventi, oltre ai già noti effetti su muscolo e glicemia, sono risultati significativamente associati alla terapia con statine. Si tratta di alterazioni delle transaminasi epatiche, altre anomalie dei test di funzionalità epatica, modifiche della composizione urinaria ed edema. Tuttavia, l’aumento assoluto del rischio è risultato molto contenuto: per le alterazioni epatiche, l’eccesso annuale combinato è stato pari a circa lo 0,13%; per gli altri eventi, inferiore allo 0,1% l’anno. Nei trial che confrontavano dosaggi più elevati con dosaggi più bassi di statine, l’incremento delle alterazioni epatiche è apparso dose-dipendente, rafforzando la plausibilità biologica dell’associazione. Non è emersa invece una relazione chiara con l’intensità della terapia per le modifiche urinarie e l’edema, la cui rilevanza clinica resta incerta.  Nessuna associazione significativa è stata osservata per le altre 62 condizioni riportate nei fogli illustrativi, tra cui disturbi cognitivi, depressione, disturbi del sonno, neuropatia periferica, disfunzione sessuale, insufficienza renale acuta, malattia polmonare interstiziale o pancreatite. Si tratta di un punto cruciale, sottolineano gli autori. Molte delle segnalazioni presenti nei foglietti illustrativi derivano, infatti, da studi osservazionali o da case report post-marketing, metodologie utili per individuare eventi rari ma suscettibili a bias, soprattutto quando gli esiti sono comuni nella popolazione generale. I trial randomizzati in doppio cieco, al contrario, rappresentano lo standard più affidabile per stabilire nessi causali, in particolare per effetti di entità moderata.  Le implicazioni sono rilevanti sul piano clinico e comunicativo. Secondo stime consolidate, un regime efficace di statine assunto per cinque anni in 10 mila pazienti con malattia cardiovascolare pregressa può prevenire circa 1.000 eventi vascolari maggiori; nei soggetti ad alto rischio ma senza eventi precedenti, gli eventi prevenuti sono circa 500. A fronte di benefici di questa entità, la percezione amplificata dei rischi può indurre a non iniziare la terapia o a sospenderla precocemente, con conseguenze potenzialmente gravi. Restano confermati gli effetti avversi noti: la miopatia, evento raro (circa 1 caso su 10.000 persone-anno), le forme più severe come la rabdomiolisi (2–3 casi su 100.000 persone-anno), un lieve aumento dei sintomi muscolari meno gravi, soprattutto nel primo anno e un incremento moderato e dose-dipendente delle nuove diagnosi di diabete, prevalentemente in soggetti già prossimi alla soglia diagnostica.   Alla luce di questi nuovi dati, concludono gli autori, le sezioni sugli effetti indesiderati nei documenti ufficiali potrebbero sovrastimare i rischi e andrebbero aggiornate per riflettere meglio le evidenze disponibili. Un’informazione più accurata – sottolineano – è essenziale per consentire a medici e pazienti decisioni realmente informate, basate su un bilancio trasparente tra benefici comprovati e rischi effettivi.

Smog e Alzheimer, il legame è diretto secondo uno studio Usa

(da Quotidiano Sanità)  Lo smog è un fattore di rischio “diretto” per lo sviluppo della malattia di Alzheimer. Lo sostiene uno studio della Emory University statunitense, pubblicato sulla rivista Plos Medicine, che ha voluto distinguere tra l’impatto dell’inquinamento dell’aria sulle patologie comunemente associate all’Alzheimer e quello non mediato e diretto con la patologia.  L’esposizione all’aria inquinata da particolato atmosferico, infatti,  è notoriamente fattore di rischio per alcune patologie croniche diffuse come ictus, ipertensione e depressione. A loro volta, malattie che si presentano in associazione con l’Alzheimer. Fino alla ricerca condotta dal prof. Yanling Deng, non era stata fatta un’analisi distintiva per capire se l’inquinamento atmosferico fosse causa in primis di queste patologie, che a loro volta poi conducevano allo sviluppo della patologia neurodegenerativa o se potesse essere un effetto diretto dello smog sulla salute cerebrale. Lo studio ha analizzato la storia medica di 27,8 milioni di americani che beneficiano di Medicare di età superiore o pari ai 65 anni, dal 2000 al 2018, esaminandone anche i livelli di esposizione al particolato atmosferico, nonché lo sviluppo di Alzheimer o patologie croniche.  I risultati hanno mostrato che vivere in una zona ad alto livello di inquinamento da smog era associato ad un aumento del rischio di Alzheimer, ulteriormente amplificato in persone con episodi di ictus pregressi. Ipertensione e depressione hanno invece avuto un impatto minimo rispetto all’aumento del rischio. Secondo gli autori, l’inquinamento atmosferico è diretto contributore all’insorgenza della malattia di Alzheimer, dunque, indipendentemente dalle comorbilità. A sua volta l’inquinamento dell’aria contribuisce anche allo sviluppo delle patologie croniche collegate all’Alzheimer, ma queste ultime non sono poi l’unico elemento che porta allo sviluppo della patologia. Solo per l’ictus si è notato un collegamento diretto. (https://journals.plos.org/plosmedicine/article?id=10.1371/journal.pmed.1004912

Glossario Agenas, la telemedicina entra nella pratica

(da M.D.Digital)  L’evoluzione digitale del Ssn, spinta dai fondi del Pnrr e dalla riforma del Dm 77/2022, ha trovato il suo punto di sintesi nel nuovo Glossario nazionale di telemedicina curato da Agenas. Per il Mmg, questo documento non è un semplice elenco di definizioni, ma un vero e proprio manuale operativo. Lo strumento uniforma finalmente il linguaggio tra le diverse Regioni, garantisce l’interoperabilità dei sistemi e chiarisce i confini medico-legali delle prestazioni erogate a distanza.  Secondo il Glossario, la telemedicina non è una disciplina a sé stante, ma una modalità integrativa di assistenza. Non sostituisce il rapporto umano, ma ne potenzia la capacità di presa in carico, garantendo equità di accesso e continuità delle cure.  Il documento definisce i pilastri su cui si poggerà l'attività quotidiana del medico di medicina generale: Televisita. È un atto medico a tutti gli effetti, effettuato in tempo reale via video. Ha pieno valore legale per diagnosi, prescrizioni e certificazioni. Sebbene la prima visita in presenza resti lo standard raccomandato, il Glossario riconosce al medico l'autonomia di valutare l'appropriatezza del setting digitale anche per prime valutazioni in casi selezionati. Teleconsulto. Rappresenta lo scambio strutturato tra professionisti (ad esempio tra Mmg e specialista ospedaliero). Basato sulla condivisione sicura di dati e immagini, questo strumento facilita la collaborazione multiprofessionale senza la necessità di spostare fisicamente il paziente. Gestire la cronicità: i tre livelli di monitoraggio Per la gestione dei pazienti fragili, il Glossario introduce una distinzione fondamentale basata sull'intensità assistenziale: - Telemonitoraggio di tipo I. Dedicato a pazienti stabili, prevede la valutazione periodica dei parametri senza sistemi di allerta immediata. - Telemonitoraggio di tipo II. Rivolto a cronici complessi o instabili, utilizza allarmi automatici basati su soglie cliniche che richiedono un intervento tempestivo del medico. - Telecontrollo. Indicato per patologie a lenta evoluzione, con una responsabilità clinica sovrapponibile alla normale attività ambulatoriale programmata. L’infrastruttura: Pnt e Centro servizi.  La vera rivoluzione risiede nell'architettura che sostiene l'atto medico. La Piattaforma nazionale di telemedicina (Pnt) assicura la standardizzazione dei dati (tramite protocolli Hl7-fhir) e l'integrazione con il Fse (Fascicolo sanitario elettronico). Un elemento di estremo interesse per il Mmg è il ruolo del Centro servizi

Una nuova terapia ormonale sostitutiva ottiene l’approvazione dell’UE

(da Univadis)   Il Comitato per i medicinali per uso umano dell'Agenzia europea per i medicinali (EMA) ha raccomandato di concedere l'autorizzazione all'immissione in commercio della terapia ormonale sostitutiva estetrolo (Fylrevy, Gedeon Richter) per il trattamento delle donne in post menopausa che presentano sintomi di carenza di estrogeni e che hanno subito un'isterectomia o non hanno avuto il ciclo mestruale per almeno 12 mesi.   È stato dimostrato che estetrolo porta a una riduzione statisticamente significativa della frequenza e della gravità dei sintomi vasomotori moderati-gravi della menopausa, come vampate di calore e sudorazioni notturne, rispetto al placebo. L'estetrolo è un ormone sessuale e un modulatore del funzionamento del sistema genitale che agisce sostituendo la perdita di produzione di estrogeni nelle donne in post menopausa. Sarà disponibile in compresse rivestite con film da 14,2 mg e 18,9 mg.  Gli effetti collaterali più comuni per le donne che non hanno subito un'isterectomia, in combinazione con il progesterone, includono ispessimento dell'endometrio, emorragia vaginale e proliferazione en dometriale. Gli altri effetti collaterali più comuni, indipendentemente dal fatto che le donne abbiano subito un'isterectomia, includono tensione mammaria e dolore al seno. Raccomandazioni dettagliate per il suo utilizzo saranno pubblicate sul sito web dell'EMA dopo la concessione dell'autorizzazione all'immissione in commercio.
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