La camminata veloce rallenta la degenerazione e aiuta la cartilagine

(da DotNet)   Una passeggiata veloce per invecchiare in salute: non è solo una norma di buonsenso, ma ora è scientificamente certificato da una pubblicazione fatta dall'Uoc di Recupero e Rieducazione Funzionale in collaborazione con la Scuola di Specializzazione in Medicina dello Sport e dell'Esercizio Fisico dell'università di Verona. Lo studio, pubblicato su "International Journal of Molecular Sciences", identifica l'andamento della molecola mIR-146b e di come inibirla per ottenere un "invecchiamento sano". Sebbene miR-146b sia stata esplorata in molte condizioni fisiopatologiche, lo studio pilota veronese ne ha evidenziato per la prima volta gli effetti sull'invecchiamento e i suoi processi degenerativi. La ricerca, riconosciuta dalla rivista internazionale, dimostra che l'attività fisica personalizzata rallenta l'attività molecolare di invecchiamento, i processi degenerativi dell'età e aumenta l'autoproduzione di cartilagine. 

Al fine di identificare questo marcatore di invecchiamento negli esseri umani, è stata esplorata l'attività del miR-146b-5p circolante nel sangue. I risultati hanno mostrato che la circolazione di miR-146b è più elevata nel genere femminile rispetto a quello maschile. Nei maschi questo aumento è diventato evidente intorno ai 42 anni e successivamente ha mostrato un andamento relativamente costante. Ciò suggerisce che l'invecchiamento e il sesso possano influenzare la presenza di miR-146b nel flusso sanguigno, possibilmente originato da tessuti diversi. 

Lo stile di vita sedentario nella società moderna produce diverse alterazioni alla base delle malattie cronico-degenerative e l'attività fisica rappresenta un utile strumento per la resilienza umana, contrastando il rischio di malattie croniche. Attraverso metodiche molecolari è stata osservata una riduzione dei livelli di miR-146b-5p circolanti in seguito al completamento del programma di attività fisica. Questa riduzione si associa alla diminuzione di cellule adipogeniche ed aumento della componente cartilaginea.

Diminuiscono inoltre i livelli di marcatori associati alla degenerazione cartilaginea, sottolineando il ruolo dell'attività fisica nella prevenzione delle patologie osteoarticolari. Per raggiungere l'obiettivo di un invecchiamento in salute è quindi necessario conformarsi ad uno stile di vita sano, come quello testato dal programma Aoui. L'attività consiste in tre sessioni di camminata veloce a settimana per un totale di 4 settimane.

Ogni sessione è supervisionata da un fisioterapista e comprende 10 minuti di riscaldamento a bassa intensità, 30 minuti di camminata a 6-8,5 km/h e 5 minuti di defaticamento. Il prelievo ematico è stato effettuato prima e dopo il programma di 4 settimane. Per essere efficace, la camminata deve essere rullata (appoggiare prima il tallone e poi la punta), passo allungato e busto proteso in avanti, senza bastoncini ma con avambraccio piegato.

Mmg e stress, i fattori di rischio non sono cambiati dopo la pandemia

(da M.D.Digital)   Secondo la FNOMCeO sulla base dell'indagine realizzata dall'Istituto Piepoli lo scorso marzo, la quota dei Mmg che si dichiarava stressata, aveva raggiunto il 90%. E le sindromi legate allo stress diventavano sempre più palesi: disturbi del sonno, ansia, paura, ecc..  Ma le prospettive non sono rosee. "Alcuni fattori di rischio stress ereditati dalla pandemia non sono variati ha dichiarato all'Adnkronos Salute Paolo Misericordia, responsabile del Centro studi della Fimmg. "Durante la pandemia - ha spiegato -  abbiamo aperto una serie di canali che erano assolutamente necessari per affrontare l'emergenza e per assistere i nostri pazienti, dai WhatsApp ad altre piattaforme social o le mail. In quel momento è stato importante farlo. Ora però tornare indietro è impossibile. Ma per il medico significa gestire, insieme alle mille incombenze della professione, decine di messaggi al giorno che necessitano attenzione. I pazienti, di fronte a un problema di salute, si aspettano una risposta in qualsiasi momento, alle 5 del mattino come alle 22. Le interazioni continue assottigliano i tempi di vita del medico e fanno crescere lo stress. Ora dovremo trovare soluzioni, anche tecnologiche, come algoritmi in grado di discriminare e dare livelli di priorità ai messaggi. Questo renderebbe la vita del medico vivibile".    E che lo stress da WhatsApp sia una realtà ingombrante lo conferma anche la testimonianza di molti medici di famiglia, come quella rilasciata al quotidiano La Repubblica da Nicola Calabrese segretario Fimmg Bari. "A me è capitato di ricevere un messaggio anche alle 4 di notte - ha dichiarato - motivo per cui bisogna passare a strumenti di comunicazione più professionali con i pazienti che tutelino le loro esigenze, ma anche il diritto di molti di noi a staccare con serenità". A poi ricordato che ormai i Mmg rispondono per più di 12ore al giorno a un numero sempre maggiore di pazienti".   Non è difficile quindi comprendere la disaffezione e la non attrattività di questa professione che vede i bandi di concorso andare quasi deserti e le richieste di prepensionamento crescere, mentre aumentano gli italiani senza più Mmg a cui rivolgersi.

Va all’Italia il primato europeo delle fake news su Facebook

(da AGI)  È un record italiano nell'Ue: nei primi sei mesi dell'anno sono stati rimossi da Facebook oltre 45 mila contenuti perché "violavano le politiche di disinformazione dannosa per la salute o di interferenza con gli elettori nei Paesi degli stati membri dell'Ue". È quanto emerge dal rapporto della Commissione europea sull'attuazione del Codice di condotta da parte della piattaforme social.   Il secondo Paese per contenuti rimossi dal social di Meta è la Germania con però meno della metà rispetto all'Italia, 22 mila contenuti. Seguono la Spagna (16 mila); i Paesi Bassi (13 mila) e la Francia (12 mila).

Allarme per la sanità pubblica: crolla rapporto tra spesa e PIL

(di Pierpaolo Molinengo - Wall Street Italia) Con la presentazione delle 'Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza' – ossia il Nadef – del 2023 si comprende quali saranno gli stanziamenti per la sanità pubblica delprossimo triennio. Crolla il rapporto tra la spesa pubblica ed il PIL: dal 6,6% del 2023, si passa al 6,2% il prossimo anno, per arrivare al 6,1% nel 2025. Nell’arco del triennio 2024-2026 la spesa per la sanità pubblica cresce solo dell’1,1%.  Il Governo ha dichiarato che sono previsti, inoltre, due disegni di legge che dovrebbero prevedere:

- la riorganizzazione ed il potenziamento dell’assistenza territoriale pubblica ed ospedaliera;

- la riorganizzazione delle professioni sanitarie e degli enti vigilati dal Ministero della Salute.

Alla vigilia della discussione della Legge di Bilancio 2024 – spiega Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione Gimbe – abbiamo effettuato un’analisi indipendente della Nadef 2023 relativamente alla spesa sanitaria, sia per verificare la coerenza tra dichiarazioni programmatiche e stime tendenziali, sia per informare confronto politico e dibattito pubblico in vista della discussione sulla Manovra.

Spesa per la sanità: cosa prevede il Nadef

Nella sua analisi la fondazione Gimbe mette in evidenza che nel 2023, rispetto al 2022, la spesa per la sanità aumenta del 2,8%. In termini assoluti stiamo parlando di una cifra pari a 3.361 milioni di euro. In termini di percentuale di PIL siamo davanti ad una riduzione dal 6,7% al 6,6%. Ovviamente queste sono delle previsioni di spesa.   Per il periodo compreso tra il 2024 ed il 2026, a fronte di una crescita prevista del PIL nominale del 3,5%, la spesa sanitaria crescerà dell’1,1%. Per quanto riguarda il rapporto tra i costi per la sanità e il PIL il rapporto precipita dal 6,6% del 2023 al 6,2% nel 2024 e nel 2025, e poi ancora al 6,1% nel 2026.   In termini assoluti nel 2024, rispetto al 2023, la spesa sanitaria scende a 132.946 milioni di euro, ossia dell’1,3%. Nel 2025, invece, passerà a 136.701 milioni di euro (+2,8%) e a 138.972 milioni di euro nel 2026 (+1,7%).

Secondo l’analisi della fondazione Gimbe:   le stime previsionali della Nadef 2023 sulla spesa sanitaria 2024-2026 non lasciano affatto intravedere investimenti da destinare al personale sanitario, ma certificano piuttosto evidenti segnali di definanziamento. In particolare il 2024, lungi dall’essere l’anno del rilancio, segna un preoccupante -1,3%.

La posizione della Meloni

Nel corso del Festival delle Regioni che si tiene a Torino, la premier Giorgia Meloni ribadisce e difende la posizione del Governo sulla sanità.  I margini di manovra sono limitati anche a causa dell’eredità di una politica che ha un orizzonte troppo breve. Non rinunceremo ad occuparci di salute, con le risorse per il personale sanitario e per abbattere le liste di attesa – spiega la Meloni-. Bisogna lavorare passo dopo passo, il vantaggio che abbiamo è l’orizzonte di una legislatura, non si può fare tutto e subito ma si possono cadenzare gli interventi. Un sistema sanitario efficace è l’obiettivo di tutti, ma è miope una discussione concentrata tutta sulle risorse, serve un approccio più profondo, con una riflessione anche su come le risorse vengono spese. Non basta necessariamente spendere di più se poi le risorse vengono spese in modo inefficiente.

La sanità nel resto dell’Europa

Come si muovono gli altri paesi europei? Quali investimenti stanno effettuando nella sanità. A scattare una fotografia è il Termometro della Salute, promosso dall’Osservatorio Salute, Legalità e Previdenza Eurispes-Enpam, che ha messo in evidenza come il Fondo Sanitario Nazionale, per almeno quindici anni, ha subìto una serie di decurtazioni, per assestare i conti pubblici. Questo ha provocato un progressivo depotenziamento delle capacità prestazionali e ha portato al declassamento dell’Italia nelle varie classifiche mondiali nel rapporto tra il PIL e gli investimenti nella sanità pubblica.   A costituire l’anno spartiacque in questo senso è stato il 2019, quando il sistema sanitario italiano non era ancora stato toccato dalla pandemia. La quota del PIL riservato alla sanità era scesa al 6,2%. I cittadini aggiungevano un 2,2% di spesa diretta. Cosa succedeva, nello stesso periodo, negli altri paesi europei le due percentuali (rapporto con il PIL e spesa individuale):

Germania: 9,9% e 1,7%;

Francia: 9,4% e 1,8%;

Svezia: 9,3% e 1,6%.

La media europea a 27 era rispettivamente il 6,4% e 2,2%. Questo significa, in altre parole, che l’investimento nella sanità effettuato da Germania e Francia è un terzo superiore rispetto a quello italiano.

Non molto incoraggianti le prospettive per il futuro.  Secondo il Termometro della Salute:   Dal 2022 al 2027 il Sistema Sanitario Pubblico perderà ogni anno una media di 5.866 medici dipendenti, e una media di 2.373 medici di medicina generale. Per l’intero quinquennio vanno calcolate le uscite di 29.331 medici dipendenti, e di 11.865 medici di base. Rispetto agli attuali organici, per entrambi i comparti si tratta di perdite di poco inferiori al 30%. Anche i 21.050 infermieri più anziani del servizio pubblico sono destinati a lasciare vuoto il loro posto di lavoro nel prossimo quinquennio per raggiunti limiti di età. Si consideri inoltre che in molti casi si tratta di un lavoro usurante e che non è da escludere che si producano molti prepensionamenti che aggreverebbero la perdita di quasi il 10% degli addetti. Inoltre, i dati sulla remunerazione di medici specialisti e infermieri ospedalieri in rapporto al Pil pro capite indicano che il medico italiano ha un reddito pari a 2,4 volte quello medio del Paese, mentre in Gran Bretagna il rapporto sale a 3,6, in Germania a 3,4, in Spagna a 3,0, in Belgio a 2,8.

Visite frequenti, e se fosse endometriosi?

(da Univadis)    Messaggi chiave   Nei 10 anni che precedono la diagnosi, le donne con endometriosi ricorrono all’assistenza primaria e secondaria più spesso delle altre donne.   In media le donne con endometriosi non diagnosticata effettuano circa il 30% di visite di medicina generale in più.   Riconoscere questo comportamento potrebbe aiutare il medico a prender in considerazione il sospetto di endometriosi e potenzialmente a ridurre il ritardo diagnostico.

Perché è importante   L’endometriosi è una patologia cronica che colpisce il 5-10% delle donne in età fertile.   I sintomi più comuni dell’endometriosi sono dolore pelvico severo, dolore dopo/durante i rapporti sessuali, mestruazioni dolorose, fatigue e infertilità; i sintomi possono essere confusi con quelli di altre condizioni ginecologiche e gastrointestinali.  L’aspecificità dei sintomi e l’invasività della procedura diagnostica (laparoscopia) ostacolano la diagnosi dell’endometriosi.   È possibile che al ritardo diagnostico, che può arrivare a 10 anni, possa contribuire la scarsa conoscenza della malattia da parte del medico che porta a una valutazione non esaustiva del caso e alla mancata consultazione del giusto specialista.

Come è stato condotto lo studio      Utilizzando un registro nazionale danese sono stati identificati 21.616 casi di endometriosi, ciascuno dei quali è stato appaiato (matched) a cinque controlli.   Si è andati a verificare l’accesso alle prestazioni sanitarie nei 10 anni precedenti la diagnosi.   Lo studio ha riguardato solo casi con diagnosi ospedaliera, non è stato possibile includere le donne a cui l’endometriosi è stata diagnosticata dal medico di medicina generale o dal ginecologo.

Risultati principali     Le donne con endometriosi mediamente contattano il proprio medico di medicina generale 9,99 volte all’anno, mentre le donne senza endometriosi lo fanno 7,85 volte (Incidence Rate Ratio [IRR] 1,28; 95%CI 1,27-1,29).   Le donne a cui sarà diagnosticata l’endometriosi effettuano anche più visite in ospedale; l’aumento delle visite è contenuto nei primi 9 anni, ma aumenta nettamente nell’anno che precede la diagnosi (IRR 2,26; 2,28-2,31).

(Melgaard A, Høstrup Vestergaard C, et al. Utilization of healthcare prior to endometriosis diagnosis: a Danish case–control study. Human Reproduction. 2023 Aug 15. doi:10.1093/humrep/dead164)

‘Svapare’ con le sigarette elettroniche restringe i testicoli e abbassa la conta degli spermatozoi

‘Svapare’ con le sigarette elettroniche restringe i testicoli e abbassa la conta degli spermatozoi

(da ilfattoquotidiano.it)  Lo svapo potrebbe abbassare il numero di spermatozoi, indebolire la libido e ridurre i testicoli, secondo quanto emerge da un nuovo studio. Esperti turchi hanno testato su ratti maschi gli effetti dell’esposizione al fumo delle sigarette elettroniche e delle sigarette normali. Hanno misurato la quantità di sperma che gli animali potevano produrre, l’aspetto dei loro testicoli al microscopio e gli indicatori di stress nel sangue e nei genitali. Secondo gli studiosi: “Va considerato che il liquido della sigaretta elettronica potrebbe aumentare lo stress ossidativo e causare cambiamenti morfologici nel testicolo.” Le sigarette normali sono risultate anche peggiori in termini di riduzione del numero di spermatozoi e di interruzione della funzione sessuale. Uno dei limiti principali dello studio è il fatto che sia stato condotto su cavie. Gli autori dello studio ritengono che sia necessaria un’indagine molto più approfondita sugli effetti dello svapo sui maschi umani. Ad ogni modo le loro risultanze si aggiungono ad altre precedenti. Uno studio del 2020 condotto in Danimarca su oltre 2.000 uomini ha rilevato che gli utilizzatori giornalieri di sigarette elettroniche avevano un numero totale di spermatozoi significativamente inferiore rispetto ai non utilizzatori. La nicotina è stata a lungo collegata alla riduzione del numero di spermatozoi e alla bassa densità degli stessi.

Si teme inoltre che le sostanze chimiche tossiche utilizzate per conferire ai vaporizzatori il loro sapore fruttato o di menta danneggino la produzione di sperma da parte del corpo. Nell’ultimo studio, i ricercatori dell’Università Cumhuriyet di Sivas, in Turchia, hanno esaminato tre gruppi di ratti. Un gruppo è stato esposto al fumo di sigaretta tradizionale, mentre un altro è stato esposto al vapore di un vaporizzatore. Un terzo gruppo, quello di controllo, non è stato esposto a nessuno dei due. Hanno posizionato i ratti di ciascun gruppo sotto una campana di vetro appositamente progettata dove sono stati esposti al fumo di sigaretta o al vapore di sigaretta elettronica due volte al giorno per un’ora ogni volta.

I ricercatori hanno controllato i livelli di urina dei ratti per una sostanza chiamata cotinina, che è un sottoprodotto del metabolismo della nicotina nel corpo. Hanno misurato i cambiamenti nel numero degli spermatozoi, nonché la dimensione dei loro testicoli, utilizzando una misurazione nota come indice gonadosomatico (GSI). I ratti esposti al vapore della sigaretta elettronica avevano un numero di spermatozoi inferiore, misurando 95,1 milioni di spermatozoi per millilitro rispetto a 98,5 milioni per millilitro per il gruppo di controllo. I ratti esposti al fumo di sigaretta tradizionale avevano una conta spermatica di circa 89 milioni di spermatozoi/ml. Un numero di spermatozoi più elevato si traduce in genere in una maggiore probabilità di causare una gravidanza. I ratti esposti al fumo di sigaretta avevano testicoli più piccoli e più leggeri rispetto ai ratti esposti alla sigaretta elettronica e ai gruppi non esposti.

Oltre a misurare il numero degli spermatozoi, il peso e le dimensioni dei testicoli e la mobilità degli spermatozoi, i ricercatori hanno esaminato la struttura dei testicoli di ciascun gruppo al microscopio per valutare eventuali cambiamenti nella salute delle cellule nei testicoli. Stavano anche cercando cambiamenti nelle aree in cui vengono prodotti gli spermatozoi, segni di morte cellulare, atrofia dei tessuti e altri indicatori di impatti negativi sulla salute. Cinque degli otto ratti esposti al fumo di sigaretta elettronica hanno mostrato cambiamenti strutturali ai testicoli quando esaminati al microscopio. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista medica spagnola “Revista Internacional de Andrología” .

Altini (Simm): Trattamento dei dati sanitari, proponiamo al Ministro della Salute di rivedere la normativa sulla privacy

(da DottNet - riproduzione parziale)       Il trattamento dei dati sanitari è regolato dalla normativa in materia di protezione dei dati personali e dalle disposizioni in materia sanitaria. L’uso dei dati è fondamentale per la programmazione sanitaria e per una gestione più efficace dei pazienti. Tuttavia, la circolazione dei dati sanitari per la cura sul territorio nazionale risulta difficoltosa per molte ragioni. Per questo la SIMM, al XV Congresso ‘SIMMNERGIE, integrazioni, intersezioni, allineamenti a sostegno del SSN’, organizzato da Over Group, ha presentato un’iniziativa per discutere le proposte da portare al Ministro della Salute per una revisione dell’applicazione della normativa  privacy che porterà nei prossimi giorni alla realizzazione di una consensus conference

"Proponiamo un’adesione alle sigle della sanità per aprire un tavolo di lavoro con le Istituzioni, affinché ascoltino la voce di chi ogni giorno svolgere al meglio il proprio lavoro in favore dei pazienti. La medicina d’iniziativa diventerà parte integrante della cura, come previsto in numerosi atti di programmazione del SSN. Le informazioni devono essere disponibili a chi ha in cura i pazienti evitando i fraintendimenti e vincoli legati al trattamento automatizzato. è necessaria la revisione dell’approccio tenuto dal GP fino ad oggi al fine di integrarlo con le normative delle PA", dichiara Mattia Altini, Direttore Assistenza Ospedaliera della Regione Emilia-Romagna e Presidente SIMM 

C’è un legame tra inquinamento atmosferico e antibioticoresistenza

(da M.D.Digital) La resistenza agli antibiotici è un problema globale in aumento, che causa ogni anno milioni di morti in tutto il mondo. Il particolato (PM)2.5 presenta diversi elementi che contribuiscono all’aumento dell’antibioticoresistenza e un recente studio, pubblicato su Lancet Planet Health, si è dedicato a valutare e presentare le prime stime globali del fenomeno e del carico di morti premature attribuibili alla resistenza agli antibiotici derivante dall'inquinamento da PM2.5.

Per questa analisi, sono stati raccolti dati su molteplici potenziali predittori (ovvero inquinamento atmosferico, uso di antibiotici, servizi igienico-sanitari, economia, spesa sanitaria, popolazione, istruzione, clima, anno e regione) in 116 paesi dal 2000 al 2018 per stimare il effetto del PM2.5 sulla resistenza agli antibiotici. I dati sono stati ottenuti da ResistanceMap, Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, Atlante di sorveglianza (fonti sulla resistenza antimicrobica) e dalla piattaforma di informazione sanitaria PLISA per le Americhe. I futuri trend globali della resistenza agli antibiotici e della mortalità prematura derivati dal PM2.5 in diversi scenari (ad esempio, uso di antibiotici ridotto del 50% o PM2.5 controllato a 5 mcg/m³) sono stati proiettati fino al 2050.

Il set di dati finale comprendeva più di 11.5 milioni di isolati testati. I dati grezzi sulla resistenza agli antibiotici includevano nove agenti patogeni e 43 tipi di antibiotici. Correlazioni significative tra PM2.5 e resistenza agli antibiotici erano coerenti a livello globale nella maggior parte dei batteri resistenti agli antibiotici (p<0.0001) e le correlazioni si sono rafforzate nel tempo.

La resistenza agli antibiotici derivata dal PM2.5 ha causato circa 0.48 milioni di morti premature e 18.2 milioni di anni di vita persi nel 2018 in tutto il mondo, corrispondente a una perdita annua di welfare di 395 miliardi di dollari a causa di morti premature. Si stima che l’obiettivo di 5 mcg/m³ di concentrazione di PM2.5 nelle linee guida sulla qualità dell’aria stabilite dall’Oms, se raggiunto nel 2050, ridurrebbe la resistenza agli antibiotici del 16.8% ed eviterebbe il 23.4% delle morti premature attribuibili alla resistenza agli antibiotici, equivalente a un risparmio di 640 miliardi di dollari.

(Zhenchao Zhou, et al. Association between particulate matter (PM)2·5 air pollution and clinical antibiotic resistance: a global analysis. Lancet Planet Health 2023; 7: e649–59. doi: 10.1016/S2542-5196(23)00135-3.)

Pubblicazione Graduatorie Regionali PROVVISORIE Medicina Generale, Pediatria di libera scelta e Specialistica Ambulatoriale Interna valevoli per l’anno 2024

Si comunica che le graduatorie regionali provvisorie per la Medicina Generale e la Pediatria di Libera Scelta valevoli per l'anno 2024 sono pubblicate nel BUR - parte terza - n.263 del 29 settembre 2023, al seguente link:

https://bur.regione.emilia-romagna.it/dettaglio-bollettino?b=d01ddf27808e4849a119a56c39b2c331

Nel medesimo numero sono pubblicate anche le graduatorie provvisorie per gli Specialisti Ambulatoriali Interni, Veterinari ed altre professionalità sanitarie (Biologi, Chimici, Psicologi) valevoli per l’anno 2024, al seguente link:

https://bur.regione.emilia-romagna.it/dettaglio-inserzione?i=e71e6d914e714498ad5b671136334b65

Si evidenzia che, così come previsto all’art.19, comma 5 dell’ACN per la Medicina Generale 28.04.2022 e all’art.19, comma 6 dell’ACN per la Pediatria di Libera Scelta 28.04.2022, nonché all’art. 19 dell’ACN per la Specialistica Ambulatoriale Interna 31.03.2020 e s.m.i., i medici che vorranno presentare istanza motivata di riesame della loro posizione in graduatoria avranno a disposizione 15 giorni. Pertanto, la scadenza per la presentazione di tali istanze è fissata nel 14 ottobre p.v.

Cordiali saluti.

Alfonso Buriani

Tumori, dieta ricca di fibre “potenzia” la risposta immunitaria

(da Fimmg.org - riproduzione parziale)   Mele, pere, prugne e kiwi; ma anche noci, pistacchi e arachidi; fagioli, ceci, lenticchie; carote, melanzane, carciofi; cereali e addirittura il cioccolato fondente: sono tutti alimenti ricchi di fibre in grado di “nutrire” il nostro microbioma - l’insieme dei microrganismi che ognuno di noi ospita nel proprio intestino - e di conseguenza possono aumentare l’efficacia dell’immunoterapia. Sono infatti sempre più numerose le evidenze scientifiche secondo le quali quello che mettiamo in tavola può influire in modo significativo sulla risposta dell’organismo ai trattamenti antitumorali, compresa l'immunoterapia. In particolare, numerosi studi in corso in tutto il mondo mostrano un legame tra una dieta ricca di fibre e una maggiore efficacia dell’immunoterapia. Entro il prossimo anno, è in programma al San Raffaele di Milano un nuovo trial clinico che prevede la somministrazione di una dieta controllata ricca di fibre nei pazienti con mieloma indolente. Sono inoltre in corso ricerche sui trapianti fecali e studi che hanno come obiettivo quello di confermare i potenti effetti che gli acidi grassi esercitano sulla risposta immunitaria contro i tumori. A fare il punto sulle ultime novità sulla immunoterapia dei tumori e su come questa possa essere modulata dal microbioma intestinale sono oltre mille scienziati arrivati da oltre 38 nazioni del mondo al CICON23 International Cancer Immunotherapy Conference (cancerimmunotherapyconference.org), evento organizzato da società scientifiche internazionali insieme al Network Italiano per la Bioterapia dei Tumori (NIBIT) e in corso a Milano “L'immunoterapia ha rivoluzionato la cura di molti tumori - spiega Pier Francesco Ferrucci, direttore dell’Unità di Bioterapia dei Tumori presso l’istituto Europeo di Oncologia e presidente del Network Italiano per la Bioterapia dei Tumori (NIBIT, nibit.org) -. Tuttavia, non tutti i pazienti rispondono allo stesso modo. Da qui l'ipotesi, che ormai è diventata una certezza, che la composizione del microbioma intestinale di un paziente influenzi il successo del trattamento immunoterapico. In sostanza, i pazienti che ospitano determinati batteri intestinali sembrano rispondere meglio all’immunoterapia rispetto ai pazienti che ne sono privi”.

Ancora più sorprendente l’ipotesi, basata su recenti evidenze scientifiche, che somministrare ai pazienti una dieta ricca di fibre potrebbe aumentare le probabilità che il trattamento contro il cancro sia più efficace. “Che il microbioma sia una parte cruciale del nostro sistema immunitario lo sappiamo ormai da tempo - aggiunge Vincenzo Bronte, direttore scientifico dell’Istituto Oncologico Veneto e next-president di NIBIT -. Secondo alcune stime, oltre il 60% delle cellule immunitarie del nostro corpo risiedono nell'intestino. Ma solo di recente abbiamo accumulato sufficienti evidenze secondo le quali questi microbi possono essere ‘modificati’ per influenzare positivamente l’esito dei trattamenti contro il cancro, compresa l’immunoterapia”.

Alcuni gruppi di ricerca stanno cercando di superare la resistenza all’immunoterapia effettuando trapianti fecali: i microbi intestinali “buoni” vengono prelevati da campioni di feci di pazienti che hanno risposto bene ai farmaci per poi essere trapiantati tramite colonscopia a un altro paziente. Un’altra strada è quella di disegnare diete ad hoc, ricche di fibre, in grado di modificare il microbiota in modo da renderlo “alleato” dell’immunoterapia. “A questo proposito stiamo pianificando un trial clinico su pazienti affetti da mieloma indolente - afferma Matteo Bellone, responsabile dell’Unità di Immunologia Cellulare presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, tra gli organizzatori di CICON23 -. Ai pazienti proporremo una dieta controllata ricca di fibre con l'obiettivo di comprenderne gli effetti, non solo sulla composizione del microbioma intestinale, ma anche sulle modificazioni metaboliche dell’organismo, sul decorso e sulla prognosi della malattia".

Stanchi, insoddisfatti e poco pagati, i medici italiani secondo l’indagine Univadis Medscape

(da Univadis)  Quanto guadagnano e quanto amano il proprio lavoro i medici italiani? A distanza di due anni e passata la situazione pandemica, Univadis Medscape Italia torna indagare gli aspetti che riguardano motivazioni e soddisfazioni della classe medica.   L'indagine è stata svolta su un campione di 1169 operatori sanitari impiegati a tempo pieno, ovvero che lavorano in media 44 ore settimanali e una media di 56 pazienti a settimana. Il quadro che emerge trova coerente riscontro nell’attualità raccontata dai media italiani: quella di una sanità pubblica in cui i medici sono stanchi e stressati. 

Secondo i risultati della nuova indagine, infatti, il rapporto con i pazienti e l’amore per il proprio lavoro rappresentano ancora la fonte principale di appagamento e soddisfazione per larga parte dei medici intervistati, ma coesiste anche una crescente fetta di professionisti che ritiene di non guadagnare abbastanza e di non apprezzare più come prima il proprio lavoro, a causa di un maggior carico in termini di ore lavorative, registrato in questi ultimi anni. Il 57% dei rispondenti ha affermato che il carico di lavoro è infatti aumentato e solo nel 27% dei casi è stato assunto nuovo personale all’interno della struttura ospedaliera. Inoltre, se nell’indagine del 2020 la burocrazia era considerata come l’ostacolo principale per i medici (ora viene citata solo dal 17% del campione), nel 2022 è la mancanza di personale ad affliggere chi lavora nel 35% dei casi.   Il malessere è comunque peggiorato dal fatto che l’89% dei medici ritiene di non essere pagato abbastanza. 

I medici italiani guadagnano in media 60.000 euro l’anno, ma esiste una grande differenza tra gli ospedalieri e chi opera soprattutto in ambulatorio, inclusi i medici di medicina generale: se per i primi si arriva in media a 56.000 euro l’anno, chi riceve pazienti in ambulatorio ne guadagna fino a 79.000€, ben 23.000 euro in più. Le donne poi sono una categoria che viene ulteriormente (e severamente) penalizzata: in media guadagnano circa 20.000 euro all’anno in meno dei colleghi uomini, con l’aggravante di pagare spesso anche il conto più salato in termini di equilibrio tra vita privata e professionale. 

Lo scenario è quindi quello di un’insoddisfazione per la propria situazione economica, destinata a crescere anche in considerazione di ulteriori fattori. Da una parte, infatti, risultano scarse le opportunità di guadagno integrativo, inclusi bonus e incentivi ai quali solo un medico su due riesce ad aver accesso. Dall’altra, si è registrato un aumento dell’inflazione – per il 77% dei rispondenti il potere d’acquisto è diminuito rispetto al 2021 , e per il 75% la situazione non migliorerà nei prossimi due anni – così come un aumento delle spese generali, incluse quelle relative al la sottoscrizione di contratti di assicurazione integrativa che i l 73% dei medici dipendenti paga di tasca propria. 

Cause strutturali  -   Malumore e scontento stanno quindi caratterizzando il clima ospedaliero in questo momento: la quasi totalità del campione che lavora nel SSN (più di 8 su dieci) dichiara che nell’ultimo anno lavorare per la sanità pubblica è diventato sempre più difficile. Il 60% dei medici confermerebbe ancora oggi la scelta della propria professione, ma rispetto al 2020 questo dato è calato di 12 punti percentuali.    La pandemia di COVID-19 ha portato a vari cambiamenti negli orari e nei salari, ma non è più la principale fonte di problemi all'interno degli ospedali. Le cause sono più strutturali e organizzative: c'è carenza di personale, bassa sicurezza per i medici, aumento delle aggressioni, diminuzione dei benefici, mentre gli stipendi restano sempre uguali. La conseguenza è che sempre più medici, soprattutto i più giovani, sono spinti ad andare a lavorare all’estero, verso Paesi come Svizzera e Inghilterra. Oppure, per ovviare alle difficoltà, si guarda alla sanità privata, un settore che attira sempre maggiore attenzione (per il 32% del campione), cosi come per la prima volta, abbiamo registrato una consistente percentuale di medici che pensa di mettersi in proprio (17%)”. 

A compensare almeno in parte i sentimenti negativi rimane la centralità e l’importanza della relazione con i pazienti, che per il 31% del campione resta uno degli aspetti più gratificanti del proprio lavoro (nell’indagine 2020 il dato era del 33%). Altri motivi di soddisfazione personale sono la consapevolezza della propria bravura (26%), l’aver contribuito a rendere il mondo un posto migliore (12%) e l'orgoglio di essere medico (9%).   Inoltre, rispetto all’indagine del 2020, un aspetto degno di nota è quello relativo alla telemedicina: nel precedente report si era registrato scettiscismo rispetto all’utilizzo dei nuovi strumenti digitali nell’ambito della salute, mentre adesso risulta in netta crescita chi utilizza strumenti di telemedicina (36%) e ne è soddisfatto (il 71% degli intervistati), tanto che il 20% prevede di estendere la telemedicina alla teleconsultazione (e il 38% ci sta pensando).

Potete visualizzare l'intera indagine al LINK  https://www.medscape.com/slideshow/6016706?src=mkm_ret_221115_mscpmrk_it_globalcompensation&faf=1

Campagna di sensibilizzazione sui danni da plastica proposta da ISDE Italia

Con l'intenzione di accrescere la consapevolezza dei danni alla salute umana, all’ecosistema e all’ambiente riconducibili alla presenza di plastica, al rilascio di sostanze tossiche e alla diffusione delle micro e nano plastiche nonché di accrescere la capacità di contribuire alla riduzione dell’uso e del consumo della plastica, ISDE Italia e Rete Italiana Medici Sentinella (RIMSA) in collaborazione con la Società Italiana Medici Endocrinologi (SME), la Federazione Italiana Medici di medicina Generale (FIMMG), l’Associazione Culturale Pediatri (ACP), la Società Italiana di Pediatria (SIP), la Federazione Italiana medici Pediatri (FIMP), Choosing Wisely Italy e Università degli studi di Scienze gastronomiche  di Pollenzo (CN) propongono una campagna di sensibilizzazione rivolta in primis ai medici e tramite loro ai pazienti, sui danni alla salute provocati dalla plastica.

La campagna prevede l'invio a tutti i medici della richiesta di compilazione di un questionario (https://it.surveymonkey.com/r/WWYRMNN), volto  a rilevare il livello di conoscenza del problema e ad aderire alla campagna, e di un link al sito (https://www.isde.it/progetto-plastica/) dove i medici (e successivamente anche i pazienti) potranno scaricare il Manifesto da esporre negli studi medici e altri materiali informativi che il gruppo di lavoro produrrà.

Nel mese di gennaio 2024 è prevista la realizzazione di un corso di formazione con ECM dedicato ai medici che aderiranno al progetto.

Le conoscenze acquisite dovrebbero essere utili ai medici per poter informare, con maggiore consapevolezza, i propri pazienti e a medici e pazienti per accrescere la capacità di contribuire, in prima persona, ad una riduzione dell’uso e del consumo della plastica, con effetti positivi sia sulla riduzione dell’esposizione a sostanze chimiche rilasciate dalla plastica sia sul danno ambientale.

Di seguito è possibile consultare anche la lettera inviata ai medici

Colpa medica, depenalizzare è difficile. Tra le ipotesi scudo penale e stop alle liti temerarie

(da Doctor33)    Depenalizzare la colpa medica non si può. Ma si può rendere più tranquilla l'attività di tutti i giorni evitando che i medici siano coinvolti in contenziosi legali. È l'obiettivo della Commissione istituita dal ministro della Giustizia Carlo Nordio e guidata dal giudice Adelchi D'Ippolito che sta incontrando ordini ed associazioni lungo l'Italia, e valuta istanze ed eventuali proposte. Dopo Milano e Roma è stato il turno di Palermo, poi arriveranno Bari, Venezia, Siena. La tappa a Palermo offre un primo panorama delle cose che si possono fare.

La Commissione starebbe valutando l'ipotesi di rendere reato la lite temeraria intentata senza particolari motivi contro il sanitario, che già esiste nel civile, e di imporre una sanzione pecuniaria in caso di condanna; inoltre, si parla della possibilità di richiedere allegata alla querela una consulenza tecnica sul presunto errore medico affinché la denuncia non sia a costo zero.

Ci sarebbero altre due strade percorribili. La prima è introdurre un preventivo giudizio di ammissibilità delle cause contro i medici, che ridurrebbe drasticamente il numero delle liti; la seconda è una modifica organizzativa, che implicherebbe la rotazione dei consulenti medici del pubblico ministero così da scongiurare il rischio di monopoli o di comportamenti più compiacenti verso le tesi del piemme che verso insospettate verità. Ulteriore proposta al vaglio della Commissione è il "fondo vittime dell'alea terapeutica" per indennizzare le vittime di complicanze imprevedibili quali le infezioni nosocomiali: quasi 700 mila eventi che si trasformano in decessi nell'1% dei casi: comunque 6-7 mila persone.
Se la colpa medica non fosse più un reato, si eviterebbe al medico l'imputabilità per omicidio o lesioni colpose nei casi in cui si verificano la morte o un danno per il paziente. Ma il presidente dell'Ordine di Palermo Toti Amato avverte:«E' vero che l'ipotesi di reato non è contemplata nella maggioranza degli stati, ma l'ordinamento italiano non sembra offrire margini per depenalizzare», spiega Amato. «Noi chiediamo piuttosto misure mirate capaci di generare in tempi contenuti un cambiamento culturale. Va fatto capire che gli errori medici esistono ma sono di gran lunga inferiori rispetto alla rappresentazione collettiva. È importante a mio avviso scoraggiare le liti temerarie. La richiesta di una sanzione, sia essa 2 mila o 10 mila euro, potrebbe fare da deterrente, per i familiari della vittima di un evento fortuito alla ricerca di avvocati pronti all'azione giudiziaria. E potrebbe contribuire a ridurre i contenziosi».
In Italia si confermano oltre 35 mila per anno le azioni legali intentate per colpa medica. Nel 90-95% dei casi il medico è assolto. Ma, per prevenire guai giudiziari, fioccano visite ed esami inutili, che incidono sulle casse della sanità pubblica e sulle liste d'attesa: in ultima analisi, allontanano la sanità dal cittadino. Poco ha potuto la legge Gelli che depenalizzava la colpa lieve e per imperizia se il medico aveva seguito le linee guida. Dal 2017 -anno d'entrata in vigore -ad oggi, se più strutture di prima sono state chiamate in causa, i problemi per il singolo professionista non sono diminuiti in quanto quest'ultimo è spesso chiamato in causa dalla struttura e ne rischia l'azione di rivalsa in caso di condanna. «Tra le risposte che il legislatore potrebbe prendere in considerazione, la Federazione degli Ordini con il Presidente Filippo Anelli ha proposto in audizione lo scudo penale», ricorda Amato. «La tesi è che si potrebbero giustificare con il concetto di "emergenza", dovuto al mancato finanziamento o a dissesti organizzativi, situazioni che si verificassero in reparti - o ad esempio in pronti soccorso - con un numero di medici e sanitari sotto organico. Lo "scudo" si è fatto ed ha funzionato per il Covid-19 dove l'imprevedibilità della malattia pandemica giustificava la non punibilità del medico in caso di eventi avversi ai pazienti. L'impressione che ho tratto negli ultimi mesi è che anche in questo campo sia un percorso praticabile».

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