Medicina generale, la guida è online

(da enpam.it)   Ciò che deve sapere il medico che esercita nell’ambito della medicina generale, spiegato in maniera essenziale ed efficace. È il fine della guida per la medicina generale, già disponibile online e allegata al Giornale della previdenza cartaceo che riceverete a casa, consultabile ribaltando il giornale e leggendo dalla controcopertina in poi. Si tratta della prima di una serie che uscirà col nostro, per dare informazioni su tutti gli aspetti necessari e utili ai professionisti che già lavorano, a quanti si affacciano alla professione o a chi è in procinto di lasciare, per chiedere la pensione costruita negli anni.   

UNA BUSSOLA DA TENERE SULLA SCRIVANIA    Le pagine della guida sono una bussola che il medico convenzionato, aspirante o sostituto, potrà tenere sulla propria scrivania per orientarsi nel mare magnum popolato da adempimenti, burocrazia, scadenze, ma anche da vantaggi, agevolazioni e opportunità da cogliere.  All’interno si possono trovare informazioni utili sulle iscrizioni, i bandi, il fisco, le assicurazioni, i contributi previdenziali, la pensione e le prestazioni di ogni genere. È quanto serve per affrontare le diverse stagioni professionali del medico di famiglia, di continuità assistenziale e del pediatra di libera scelta.  Le prossime guide della collana saranno dedicate ai liberi professionisti e agli specialisti ambulatoriali ed esterni.  Scarica la guida  al LINK  

Prestazioni in medicina generale, conta anche il genere del medico

(da MSD Salute)    Il genere di appartenenza del medico di medicina generale può influire sulle modalità di gestione dei problemi di salute. È quanto risulta da una ricerca francese, pubblicata su BMJ Open, basata sui dati di uno studio condotto tra il 2011 e il 2012.   Lo studio originario ECOGEN (Eléments de la COnsultation en médecine GENérale) aveva l’obiettivo di descrivere le attività dei medici di medicina generale francesi rispetto al tipo di disturbi trattati e alle relative cure, e aveva preso in esame 128 studi di medici di medicina generale, considerando sia visite ambulatoriali che domiciliari.    Il generale aumento delle donne che svolgono la professione di medico, ha successivamente portato a interrogarsi sull’esistenza di eventuali differenze nell’affrontare la pratica clinica legate al genere. Dalla letteratura risulta che le donne sono più inclini a prescrivere prestazioni legate alla prevenzione rispetto agli uomini, specialmente in ambito cardiovascolare e ginecologico, inoltre tendono ad adottare un modello di comunicazione più incentrato sul paziente. Alcuni studi hanno poi messo in evidenza come il genere del medico influenzi anche l’uso ordinario delle procedure diagnostiche, la cui appropriatezza determina la qualità e i costi dell’assistenza. 

Questa analisi ha coinvolto 54 medici, praticanti presso studi di medicina generale, che dopo un apposito training hanno osservato i loro supervisori e raccolto i dati relativi ai pazienti e ai consulti medici, secondo le metodiche previste dall’ICPC-2 (International Classification of Primary Care).  Il campione di medici, composto da 85 uomini e 43 donne, è sovrapponibile, in termini di caratteristiche generali, alla popolazione dei medici di famiglia francesi, in maggioranza uomini (66,4%), con una età media di 53 anni e una media di consulti annuali pari a 5.188, per lo più erogati in aree urbane.  In totale sono state analizzate 20.613 prestazioni, corrispondenti alla gestione di 45.582 problemi di salute. A livello generale nel 64,1% dei casi è stato eseguito un esame clinico, nel 12,7% un test di laboratorio e nel 5% una procedura di diagnostica per immagini. La quota restante riguardava test fisici funzionali, endoscopie, e test di attività elettrica.   L’analisi dei dati, relativa alla gestione della totalità dei problemi di salute considerati, ha mostrato che le donne hanno prescritto un numero maggiore di esami clinici rispetto agli uomini, sia come screening che a fini diagnostici o di follow-up.   Anche i test di laboratorio sono risultati più frequentemente prescritti dai “medici-donna”, così come gli esami clinici eseguiti per diagnosticare e seguire l’evoluzione di eventi dannosi.  Sono stati poi esaminati i principali problemi di salute che i medici si sono trovati a dover gestire. In particolare, sono stati trattati: ipertensione non complicata, infezioni acute del tratto respiratorio superiore, dislipidemie, disturbi depressivi, diabete di tipo 2, bronchite acuta/bronchiolite, disturbi del sonno, ipotiroidismo, osteoartrosi, mal di schiena senza dolore radiante, disturbi di ansia, stitichezza, borsite/tendinite/sinovite, mal di schiena con dolore radiante, fibrillazione atriale, malattie dell’esofago, osteoporosi, deficit vitaminici/nutrizionali.

È stata riscontrata un’associazione, relativamente alla prescrizione degli esami clinici, tra l’appartenenza del medico al genere femminile e l’atteggiamento verso la medicina preventiva, il mal di schiena senza dolore radiante e la stitichezza.  Le dottoresse sembrano essere più portate a prescrivere esami clinici rispetto agli uomini nella gestione di questi problemi, e anche rispetto a tutti gli altri problemi di salute considerati. È stata, inoltre, riscontrata un’associazione riguardante i test di laboratorio: le dottoresse sono più portate a prescriverli per la gestione di dislipidemie e osteoporosi.  Dal lavoro emergono alcune indicazioni per la pratica clinica e per la ricerca, che gli Autori hanno sottolineato.  Dal momento che l’analisi statistica ha tenuto conto delle diverse caratteristiche relative ai pazienti e ai problemi di salute osservati, è probabile che le differenze riscontrate tra uomini e donne, rispetto alla quantità di esami clinici e test di laboratorio prescritti, siano dovute a un loro uso inappropriato da parte di una delle categorie di medici. 

Una possibile spiegazione di questo riguarda le raccomandazioni circa l’uso delle procedure diagnostiche, spesso imprecise e non sempre facilmente applicabili. In questo senso, il miglioramento della qualità delle linee guida potrebbe essere utile per ottimizzare le procedure di appropriatezza, e ridurre quindi queste differenze.  Per la stessa finalità, sarebbe inoltre utile sviluppare programmi di educazione continua in medicina: una formazione specifica sulle modalità di utilizzo dei testi di laboratorio potrebbe portare nel lungo periodo a un miglioramento nell’uso degli stessi. In generale, interventi mirati sia ai pazienti che ai medici (come remainders, audit o feedback) potrebbero contribuire a ridurre l’uso di procedure diagnostiche di scarso valore.

(Bouissiere A et al. General practitioner gender and use of diagnostic procedures: a French crosssectional study in training practices. BMJ Open 2022;12:e054486. doi:10.1136/bmjopen-2021-054486)

Corte Costituzionale: se i medici liberi professionisti producono reddito devono pagare il contributo

(da DottNet)    Aveva dunque ragione l’Enpam quando, abolendo l’esonero integrale, costrinse i pensionati e i titolari di altra copertura previdenziale a versare comunque una contribuzione ridotta in favore della Fondazione: in quell’occasione sostenne che, in base al principio che non possono esservi redditi professionali esenti da contribuzione, l’Inps avrebbe potuto comunque richiedere un versamento contributivo alla Gestione Separata. Ora questo principio è sancito addirittura da una sentenza della Corte Costituzionale.   Si tratta della sentenza n. 104 del 22 aprile 2022, nella quale la Consulta ha stabilito che "sono obbligati ad iscriversi alla Gestione separata Inps non solo i soggetti che svolgono abitualmente attività di lavoro autonomo il cui esercizio non sia subordinato all’iscrizione ad appositi albi professionali, ma anche i soggetti che, pur svolgendo attività il cui esercizio sia subordinato a tale iscrizione, non hanno tuttavia, per ragioni reddituali, l’obbligo di iscriversi alla cassa di previdenza professionale e restano quindi obbligati al versamento del solo contributo cosiddetto integrativo, non anche di quello cosiddetto soggettivo, il solo a cui consegue la costituzione di una vera e propria posizione previdenziale". 

All’Enpam il contributo integrativo (il 2 o il 4 per cento che noi utenti siamo costretti ad aggiungere alla parcella di avvocati, commercialisti o psicologi), non esiste, per ragioni normative e per scelte politiche; ma il ragionamento della Corte Costituzionale rimane perfettamente applicabile anche ai medici, che soltanto versando la contribuzione soggettiva alla Fondazione possono dunque essere esentati da analoghe pretese dell’Inps.   L’Inps ha ovviamente recepito la sentenza in una disposizione normativa interna, la Circolare n. 107 del 3 ottobre 2022. In tale sede, l’Istituto fa presente che il rapporto tra il sistema previdenziale delle Casse autonome e quello della Gestione separata Inps si pone non in modo alternativo tra loro, ma complementare. La Corte Costituzionale conferma che l’art. 2, comma 26 della legge 335/95 si iscrive in una coerente tendenza dell’ordinamento previdenziale verso la progressiva eliminazione delle lacune rappresentate da residui vuoti di copertura assicurativa, e che ciò non è in contraddizione con l’autonomia regolamentare riconosciuta alle casse categoriali. 

Nella sintesi iniziale del documento Inps, si legge inoltre che è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 2, comma 26 della legge 335/95, nella parte in cui non prevede che gli avvocati del libero foro non iscritti alla Cassa di previdenza forense per mancato raggiungimento delle soglie di reddito o di volume di affari di cui all’art. 22 della legge 20 settembre 1980, n. 576, tenuti all’obbligo di iscrizione alla Gestione separata costituita presso l’Inps, siano esonerati dal pagamento, a favore dell’Ente previdenziale, delle sanzioni civili per l’omessa iscrizione con riguardo al periodo anteriore alla sua entrata in vigore. In altre parole, chi produce un certo reddito e non paga la propria Cassa libero professionale, non solo deve pagare la Gestione Separata dell’Inps, ma deve anche corrispondere le sanzioni per l’evasione contributiva, se il reddito è stato prodotto in epoca successiva al 1995.  

Non solo: la decisione della Consulta spazza via anche una convinzione che continua a circolare fra diversi commercialisti, che cioè, così come avviene per i lavoratori dipendenti Inps, lo svolgimento marginale di un’attività libero professionale sotto una determinata soglia (cinquemila euro) esenterebbe dal versamento contributivo. La Corte Costituzionale dice chiaramente che così non è, perché l’iscrizione ad un Albo certifica lo svolgimento di una certa professione in forma abituale, e questo obbliga al versamento contributivo, anche se il volume d’affari si mantiene di entità irrisoria.

Tutela assicurativa dei medici: insediato il Tavolo di lavoro Inail-Fnomceo

Al centro dei lavori, la formazione, la sorveglianza delle malattie professionali, la prevenzione degli episodi di violenza, la messa a punto di percorsi riabilitativi per i professionisti vittime di aggressioni o colpiti dal Covid, l’efficientamento e semplificazione dei sistemi informatici. A margine, si è discusso anche della possibilità di estendere ai 70mila medici convenzionati, che lavorano come Medici di Medicina Generale, Pediatri e Medici della Continuità assistenziale, le tutele Inail, oggi riservate ai medici dipendenti. Leggi L'articolo completo al LINK

Il dentista può aiutare a individuare i casi di diabete nascosto

(da DottNet)    Otto milioni di persone in Italia soffrono di parodontite, infiammazione cronica delle gengive che può portare alla caduta dei denti, e proprio loro hanno il 20% di probabilità in più di sviluppare diabete. D'altro canto, i circa 4 milioni di italiani con diabete hanno la parodontite tra le complicanze più frequenti. A puntare l'attenzione sul legame tra le due malattie è la Società Italiana di Parodontologia e Implantologia (SIdP), in occasione della Giornata mondiale del diabete che si è celebrata il 14 novembre.   Il diabete può danneggiare diversi organi, come cuore, reni e occhi, ma anche i tessuti parodontali, ovvero quelli che avvolgono la radice del e lo sostengono (gengiva e osso alveolare). Per questo, i dentisti possono aiutare a individuare, tra i propri pazienti, quelli più a rischio di sviluppare problemi di metabolismo. "Chi ha infiammazione delle gengive - spiega Mario Aimetti, professore di Parodontologia presso l'Università degli Studi di Torino e past president della Sidp - deve essere consapevole che può avere un maggior rischio di avere forme di prediabete ancora non diagnosticate. In questo anche il dentista ha un ruolo importante nell'indirizzare il paziente con malattia parodontale ad eseguire un controllo della glicemia e dell'emoglobina glicata con un semplice esame del sangue. Di contro, un primo screening della malattia parodontale dovrebbe far parte della visita diabetologica. La persona con diabete deve essere sensibilizzata dal diabetologo sull'influenza della parodontite sul diabete, sull'importanza di una corretta igiene orale e di una visita parodontale".    Per spezzare il circolo vizioso fra diabete e parodontite, la Sidp insieme alla Società Italiana di Diabetologia (Sid) e Associazione Medici Diabetologi (Amd) hanno stabilito i criteri per la diagnosi precoce delle due malattie. "Un recente sondaggio dalla Sidp insieme a Keystone ha evidenziato come i documenti elaborati dalle 3 società scientifiche hanno iniziato a diffondersi negli studi dei dentisti. È emerso infatti come il 54% dei parodontologi valuti le condizioni di un possibile prediabete", precisa Aimetti. Allo stesso tempo, "il diabetologo, grazie alle raccomandazioni - conclude - ha ora più consapevolezza su come intercettare precocemente la patologia gengivale, indirizzando il paziente verso i professionisti giusti. Su questi temi, però, è importante che si continui a fare formazione professionale ed educazione". "Educare per proteggere il futuro" è anche il motto, quest'anno, del World Diabetes Day, che mira a diffondere conoscenza sulla malattia per migliorare la vita di oltre 537 milioni di persone al mondo che ne soffrono.

Approvate dal Consiglio il nuovo elenco “Tariffe Consigliate”

Nella seduta del 22 Novembre, il Consiglio Direttivo del nostro Ordine ha approvato il nuovo elenco "Tariffe Consigliate" in tema di certificazioni libero-professionali. Oltre a qualche minima variazione delle cifre indicate, nel documento si recepisce definitivamente la determina della Agenzia delle Entrate N.119-2012 in cui si distingue la applicazione dell'imposta IVA sulle certificazioni per Porto e Detenzione di Armi. Tale imposta è da applicare se il certificato è per scopi di diporto, caccia, sport di tiro o collezione, mentre non si deve applicare se viene richiesto per motivi di servizio o lavoro.  E' possibile consultare il nuovo elenco "Tariffe Consigliate"

TARIFFE CONSIGLIATE 2022

La Assemblea di nostro Ordine approva il bilancio di Previsione 2023

La Assemblea dell'Ordine dei Medici e Odontoiatri della Provincia di Forlì-Cesena, tenutasi il 22 Novembre, ha approvato all'unanimità sia le variazioni del Bilancio Consuntivo 2022 che il Bilancio di Previsione delle entrate e delle spese per l’anno finanziario 2023. Nel bilancio di esercizio 2022 sono previsti quasi 80mila euro di avanzo di amministrazione (per l'esattezza 79.835,26 €)  che saranno molto utili per coprire il notevole aumento delle spese energetiche atteso per l'anno 2023. In conclusione della assemblea, la collega Veronica Pasini ha illustrato come il nostro Ordine applica al suo interno le norme della trasparenza amministrativa e contabile  

Via dal servizio sanitario pubblico. Ecco il bilancio sulle dimissioni in sanità

(da Doctor33)  Nel 2021 gli ospedali italiani hanno perso quasi 3mila medici per dimissioni volontarie e circa 2mila tra infermieri e operatori sociosanitari hanno detto addio alle strutture sanitarie pubbliche. A evidenziarlo il presidente di Fiaso, Giovanni Migliore che oggi è intervenuto al convegno Great Resignation in sanità organizzato dalla Fondazione Scuola di Sanità pubblica della Regione Veneto all'auditorium di Venezia Mestre.
"La pandemia da Covid ha solo fatto da innesco al fenomeno delle 'grandi dimissioni' in sanità, peggiorando le condizioni di lavoro all'interno degli ospedali, già difficili a causa della mancanza del turn over e degli organici assottigliati da anni di blocco di spesa sul personale" ha sottolinato commenta Migliore nel suo intervento.
I dati sugli addii degli operatori sanitari elaborati da Fiaso sono quelli dell'Inps, del Conto Annuale del Tesoro e dell'Onaosi, e registrano nel 2021 l'abbandono di 2.886 medici ospedalieri, il 39% in più rispetto al 2020, che hanno deciso di lasciare la dipendenza dal SSN per proseguire la propria attività professionale altrove. Secondo questi dati, la media nazionale dei medici che hanno lasciato il Ssn nello stesso anno è del 2,9%, ma in regioni come la Calabria si sale al 3,8%, e in Sicilia al 5,18%. Nello stesso anno in Lombardia le dimissioni di medici dal Ssn crescono del 43%, triplicano in Liguria, salgono dal 2,04% al 3,29% in Puglia.
"Ogni anno le aziende sanitarie e ospedaliere perdono medici, infermieri e operatori sanitari che si dimettono e scelgono di lavorare altrove nel privato. Si tratta soprattutto dei professionisti impegnati nei pronto soccorso. Alla base degli abbandoni ci sono le condizioni di lavoro stressanti, dai pesanti turni di servizio con orari poco flessibili ai week end occupati da guardie e reperibilità, e il precariato che si protrae a lungo con stipendi inadeguati rispetto alla media europea. Tutte ragioni direttamente collegate con la carenza di personale - analizza il presidente Fiaso,Migliore - Da tempo ormai come Fiaso ribadiamo la necessità di superare il tetto di spesa per il personale, fermo al 2004, per poter procedere con investimenti nelle risorse umane: occorre assumere, anche i medici specializzandi dei primi anni, se necessario, con contratti libero-professionali, per rinforzare gli organici e garantire da un lato, migliori condizioni di lavoro per i dipendenti e dall'altro, un'assistenza più efficiente per i pazienti".
"All'incremento del personale - prosegue Migliore - va associata una necessaria gratificazione economica, in particolare per chi lavora nei pronto soccorso delle aree più a rischio e più marginali. Ma per recuperare attrattività il servizio sanitario nazionale deve poter garantire agli operatori valorizzazione professionale e benessere organizzativo. Tutto questo si fa investendo risorse economiche nel fondo sanitario nazionale, arrivando almeno all'8% del Pil, e sbloccando i tetti di spesa che ci consentirebbero di assumere a tempo indeterminato i nostri professionisti: è questa la richiesta che rivolgiamo anche al nuovo governo".

La nuova campagna vaccinale sarà un flop. Ecco perché

Se da parte del ministero della Salute l’unica informazione che si fa sulla vaccinazione Covid si continuerà a concentrare esclusivamente sul reintegro a lavoro del personale sanitario no vax, su cosa possa o non possa fare una persona non vaccinata e su chi possa evitare di ricorrere alla quarta dose con i vaccini aggiornati, il rischio di far diventare un grande flop l’attuale campagna vaccinale diventa quasi una certezza Leggi L'articolo completo al LINK

OMS, il cambiamento climatico è la principale minaccia alla salute umana

(da Unvadis)    L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha nuovamente messo in guardia la comunità medica sull’importanza dei negoziati in corso in Egitto sulle contromisure da adottare per contrastare il riscaldamento globale e limitare i suoi effetti anche dal punto di vista della salute umana: è in atto da tempo una grave crisi sanitaria responsabile della morte di molte persone, ha ricordato il Direttore Regionale per l’Europa Hans Henri P. Kluge, e si sta facendo ancora troppo poco, e troppo lentamente.   L’estate appena trascorsa è stata la più calda di sempre, e anche le temperature medie del mese di agosto sono senza precedenti, secondo le rilevazioni del sistema comunitario Copernicus che segue via satellite l’andamento del cambiamento climatico. Le alte temperature, a loro volta, hanno contribuito a scatenare ampi incendi che hanno fatto impennare le emissioni di carbonio ai livelli del 2007, e causato direttamente e indirettamente altri decessi, tra i professionisti delle emegenze e nelle popolazioni costrette ad abbandonare le proprie case devastate dal fuoco.  Secondo i calcoli dell’OMS, nei tre mesi estivi le sole ondate di calore hanno causato la morte di almeno 15.000 persone (ma è una cifra relativa solo a pochi Paesi, destinato ad aumentare via via che gli altri Paesi comunicheranno i propri eccessi di mortalità), aggravando le condizioni di salute di molte persone con malattie cardiocerebrovascolari e respiratorie croniche, e con diabete.  Il continente europeo è particolarmente a rischio perché è quello che tra il 1961 e il 2021 ha registrato gli aumenti più marcati della temperatura, secondo un rapporto appena pubblicato dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO).    “Le temperature estreme hanno causato la morte di oltre 148.000 persone nella regione europea in cinquant’anni. Poi nel solo ultimo anno il bilancio è stato di altri 15.000” ha ammonito Kluge, invitando ad aumentare decisamente gli sforzi per adottare misure di adattamento e anche di mitigazione.

Esempi di misure di adattamento sono i piani d’azione per tutelare la salute in caso di ondate di calore, per proteggere le comunità e in particolare i soggetti più fragili. Oltre 20 Paesi hanno adottato piani di questo tipo, il che, secondo il direttore dell’OMS per l’Europa, è certo incoraggiante ma rimane insufficiente. Altrettanto insufficienti sono gli attuali sforzi di mitigazione, che devono portare a società – e a sistemi sanitari resilienti e sostenibili, quindi con basse emissioni.  “Occorre continuare a ripeterlo: abbiamo bisogno di fronteggiare insieme e con efficacia il mutamento climatico. Abbiamo bisogno di più azioni concrete in Europa e non solo” ha concluso Kluge.   L'allarme per le conseguenze sanitarie del cambiamento climatico traspare anche dai risultati di un recento sondaggio condotto dalle testate del gruppo Medscape su medici di tutto il mondo. Il sondaggio pubblicato dalla testata mericana vede il cambiamento climatico al primo posto tra le preoccupazioni dei medici, con il 61% dei rispondenti che si dichiara preoccupato o molto preoccupato. Sette su 10 ritengono che il clima debba essere una delle priorità di intervento a livello globale, pena la diffusione di malattie infettive, respiratorie e cardiovascolari.

ECM e copertura assicurativa, si parte dal 2026

(da Odontoiatria33)  Quello che prevede la mancata copertura assicurativa in caso di contenzioso per i medici e gli odontoiatri che non hanno ottenuto almeno il 70% dei crediti ECM previsti nel triennio formativo è un obbligo che parte da lontano, dal Decreto attuativo Gelli/Bianco. Testo che aveva ottenuto il parere favorevole, richiesto dal Ministero della Salute, da parte della Commissione Nazionale ECM.    Con il Decreto legge per l’attuazione del PNRR è stato riproposto lo stesso vincolo indicando, però, il limite temporale da quando la norma si deve applicare: dal triennio formativo 2023-2025. 

Questo il testo contenuto nel Decreto “Al fine di attuare le azioni previste dalla missione 6 del Piano nazionale di ripresa e resilienza, relative al potenziamento e allo sviluppo delle competenze tecniche, digitali e manageriali del personale del sistema sanitario, a decorrere dal triennio formativo 2023-2025, l’efficacia delle polizze assicurative di cui all’articolo 10 della legge 8 marzo 2017, n. 24, è condizionata all’assolvimento in misura non inferiore al 70 per cento dell’obbligo formativo individuale dell’ultimo triennio utile in materia di formazione continua in medicina". 

Quindi da quando si rischia di non vedersi riconosciuta la copertura assicurativa se non si ha raccolto almeno il 70% dei crediti ECM? 

Da una interpretazione letterale del provvedimento, salvo ulteriori modifiche legislative, la data in cui il provvedimento diventerà operativo sarà gennaio 2026, visto l’obbligo di conseguire il 70% dei crediti previsti nel triennio 2023-2025 ed il professionista può raccogliere i crediti necessari fino al 31 dicembre 2025”, dice ad Odontoiatria33  Alessandro Nisio, componente della Commissione Nazionale ECM e Segretario Nazionale Albo Odontoiatri, e aggiunge che “il limite del 70% è riferito al proprio fabbisogno del triennio, al netto delle esenzioni, dossier formativi, bonus per il triennio precedente, ecc…”. 

Presidente Nisio che sul tema assicurazioni aggiunge un dubbio che, dice, dovrà essere chiarito. “Tra le questioni che la norma non chiarisce, c’è quella della responsabilità pregressa visto che le polizze di RC professionale operano in claims made, cioè al momento della richiesta di risarcimento danni si è coperti dall’assicurazione che si ha attiva; in secondo luogo le prescrizioni per le azioni civili di responsabilità professionale si prescrivono in 5 anni (extra-contrattuale) o in 10 anni (per la responsabilità contrattuale)”. “Quando il professionista riceve una richiesta di risarcimento danni –si chiede Nisio- la valutazione della presenza dei crediti ECM previsti dovrà fare riferimento al momento della apertura del sinistro nella polizza assicurativa (dal 2026 in poi) o al momento in cui si è commesso il fatto da cui origina il danno (magari molti anni prima)?” 

Qualche anno fa un odontoiatra perse una causa di contenzioso anche perché non aveva raccolto il numero di crediti necessari, ma al tempo non era ancora stata emanata la norma che indicava il numero minimo di crediti da raccogliere e da quando entrava in vigore

Il “j’accuse” dei neonatologi: “L’Italia non è un paese per bambini, serve cambio di rotta”

I neonati non sono ancora al centro degli obiettivi del nostro Paese e continueranno a non esserlo se non si cambia rotta rapidamente, con politiche strutturali di sostegno alla famiglia e soprattutto ai giovani. L’assegno unico universale ha rappresentato un grande passo avanti, ma da solo non basta. La denatalità non può essere considerato un problema tra gli altri. Non è una questione meramente demografica ma sociale, economica e culturale.   Leggi L'articolo completo al LINK

https://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?articolo_id=108579&fr=n

Odontoiatria “Troppi 1.400 laureati l’anno. Non corrispondono alle richieste del mercato del lavoro”

(da DottNet - riproduzione parziale)   "Ogni anno contiamo mediamente 1.400 laureati in Odontoiatria, è un numero altissimo che non corrisponde alle reali richieste del mondo del lavoro. Il problema è che molte regioni sovrastimano il loro fabbisogno formativo, ossia di quanti odontoiatri hanno effettivamente bisogno, e il risultato è che molti laureati finiscono per essere sottoccupati. E' necessario prestare attenzione a questa situazione e rivedere il fabbisogno formativo così da consentire ai nuovi laureati di essere assorbiti dal mondo del lavoro". A dirlo è Brunello Pollifrone, presidente della Commissione Albo Odontoiatri di Roma, sottolineando come dal controllo generale della programmazione annuale sfugga poi tutta quella quota di studenti che si laurea all'estero "andando ad aumentare ancora di più il numero di nuovi odontoiatri che, così, non riesce a trovare occupazione". 

Quello del fabbisogno formativo è stato uno dei temi al centro della tre giorni dedicata al futuro dell'Odontoiatria italiana svoltasi lo scorso weekend a Roma alla presenza dei presidenti delle Commissioni Albo Odontoiatri degli Ordini. Sempre sul fronte formazione e mercato del lavoro il summit degli odontoiatri ha tenuto a ribadire il valore della laurea in Odontoiatria "che è di per sé una laurea specialistica", ha ricordato Pollifrone. "Ancora oggi, invece- ha detto il presidente della Cao Roma- ci troviamo a raccogliere le lamentele di molti colleghi che non riescono a partecipare ai concorsi pubblici perché viene richiesta loro la specializzazione, una specializzazione che di fatto però già hanno. E' un aspetto importante da ribadire con forza". 

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