Studio argentino: la terapia al plasma non riduce la mortalità da Covid
(da DottNet) L'utilizzo del cosiddetto plasma iperimmune, quello cioè ottenuto dai pazienti guariti da Covid-19, non sembra avere effetti sul decorso della malattia quando viene usato come trattamento per la malattia. Lo affermano i risultati di un test condotto in Argentina pubblicati dal 'New England Journal of Medicine'. I ricercatori del consorzio PlasmaAr hanno selezionato 228 pazienti, assegnandoli random al trattamento con il plasma o a un placebo. Dopo un mese non sono state notate differenze significative negli esiti della malattia, con la mortalità che è risultata del 10.96% nel gruppo trattato e dell'11,43% nell'altro, mentre gli eventi avversi, sia lievi che gravi, sono risultati simili nei due gruppi. "Nel nostro test - scrivono gli autori nelle conclusioni - l'uso del plasma da convalescente insieme ai trattamenti standard i pazienti con polmonite grave dovuta a Covid-19 non riduce la mortalità o migliora gli esiti clinici dopo 30 giorni rispetto al placebo. Crediamo che l'uso di questa terapia come standard nelle cure di questo tipo di pazienti debba essere rivalutato. Studi ulteriori sul tema dovrebbero essere diretti ad altre popolazioni o ad interventi diversi, come l'uso di immunoglobuline endovena o di anticorpi monoclonali". Il plasma iperimmune viene raccolto e utilizzato anche in Italia, dove sono in corso diversi studi di cui uno nazionale sull'efficacia. Al momento, afferma l'ultimo monitoraggio del Centro Nazionale sangue datato 19 novembre, nel paese ci sono 4.325 sub-unità di plasma iperimmune donato da pazienti guariti dal Covid-19, raccolto da 134 servizi trasfusionali distribuiti su tutto il territorio nazionale.
Certificati INPS Covid-relati – aggiornamento
La scorsa settimana erano comparse sulla stampa medica on line notizie su nuovi codici da apporre sulle certificazioni INPS emesse per casi in relazione alla pandemia da Covid-19 (per intenderci i vari V07, V29.0 etc etc) Abbiamo chiesto chiarimenti al riguardo alla Dott.ssa Maria Cristina Masarà, Responsabile U.O.S. INPS di Bologna, che ci ha risposto in questo modo:
nei certificati afferenti al Covid 19, il medico certificatore deve limitarsi a descrivere con accuratezza la diagnosi, ovvero:
se il lavoratore è in quarantena come da provvedimento del SIP
se il lavoratore ha fatto un tampone, è stato segnalato al SIP ed è in attesa di provvedimento
se il lavoratore è ammalato, Covid + sintomatico, (in questo caso sarebbe per noi utile sapere se si tratta di una forma lieve, quale febbre, o grave, quale polmonite).
La codificazione spetta unicamente ai medici Inps nella lavorazione dei certificati.
Mi permetto di aggiungere che non possono essere accettati come malattia certificati recanti la dicitura "assenza del genitore per quarantena del figlio" perché nella fattispecie sono previsti altri strumenti di tutela quali il lavoro agile o il congedo parentale.
Grazie per la collaborazione
Maria Cristina Masarà
Long Covid: quei sintomi sfuggenti che nessuno capisce
(da Univadis) I pazienti che continuano a lamentare sintomi di COVID-19 a distanza di mesi dalla fase acuta sono stati trattati spesso alla stregua di ansiosi ipocodriaci, o di lunatici, ma nelle ultime settimane anche le riviste accademiche hanno cominciato a prendere sempre più seriamente il fenomeno della cosiddetta "long haulers covid", una forma della malattia a lunga persistenza, anche per merito di uno studio italiano pubblicato in agosto sulla rivista JAMA. In quello studio, un gruppo di ricercatori dell'Università Cattolica di Roma aveva osservato che tra i pazienti che si presentavano alla clinica Day Hospital Post-Covid del Policlinico Gemelli dopo essere stati dimessi con doppio tampone negativo, solo una esigua minoranza, pari al 12,6%, era del tutto libero da sintomi, mentre il 32% aveva uno o due sintomi e addirittura il 55% ne aveva tre o più, pur non presentando né febbre né altri segni o sintomi di malattia acuta. In 44 casi su cento, la sintomatologia era tale da compromettere la qualità della vita. I pazienti lamentavano spossatezza (53,1%), dispnea (43,4%) dolori articolari (27,3%) e dolori toracici (21,7%), in media a 60 giorni dall'esordio dei sintomi.
Non solo i più gravi "A oggi il numero di pazienti seguiti è salito a circa 400, con una sostanziale conferma dei dati, nonostante il tempo mediano del follow-up sia salito da 60 a 90 giorni" spiega a Univadis Medscape Italia Angelo Carfì, tra gli autori dello studio. "Sono pazienti che hanno avuto la malattia in forma moderata o grave, e che in maggioranza avevano avuto bisogno di ossigeno o ventilazione". Con il crescere dei numeri, sono emersi anche casi di sintomatologia persistente persino in assenza di conferma diagnostica dell'avvenuta infezione, quindi con tampone negativo, come quello di una giovane dottoressa del Massachusetts General Hospital in Boston: "Ancora oggi esito a identificarmi con i 'long-haulers', incapace di conciliare l'adesione della mia mente all'evidence oggettiva con i sintomi del mio corpo. Ma condivido i loro tormenti" ha raccontato Pooja Yerramilli alla rivista americana STAT "Ai medici si insegna a dare più peso al dato obiettivo che all'esperienza soggettiva, ma forse dovremmo ammettere umilmente l'incertezza e mantenere l'apertura mentale e la curiosità necessarie per porre le domande giuste".
Sindrome post-virale “A livello aneddotico non c'è dubbio che un numero considerevole di individui abbia una sindrome post-virale che davvero, per molti aspetti, li rende inabili per settimane o mesi dopo la cosiddetta guarigione con scomparsa del virus" ha spiegato Anthony Fauci, direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases. Qualcosa di simile era accaduto anche con la prima SARS, nel 2002: "Alcune persone che erano state ricoverate con SARS presentavano ancora una funzione polmonare ridotta a distanza di due anni" ricordava un articolo, ancora su Jama. Ma in tutto il mondo le diagnosi di SARS erano state solo 8.096. Uno studio in corso di pubblicazione che sta aiutando a fare chiarezza è stato condotto da Marco Rizzi, direttore dell’Unità di Malattie Infettive dell'Ospedale di Bergamo Papa Giovanni XXIII: il progetto di follow-up Surviving Covid-19 ha reclutato circa 1.500 pazienti dimessi tra marzo e settembre dall'ospedale bergamasco, in una delle zone più seriamente colpite dalla prima ondata della pandemia. A differenza dell'indagine della Cattolica, basata su questionari, il gruppo di Rizzi ha richiamato tutti i pazienti dimessi per sottoporli a una approfondita batteria di esami. Il follow-up è stato realizzato in media dopo tre mesi e mezzo circa dalla comparsa dei sintomi, e ha comportato due accessi per la prima valutazione a cura di un infermiere (che ha effettuato ecg, prelievi ematici, radiografia e valutazione della funzionalità respiratoria eventualmente seguita da TC torace), da uno psicologo per la valutazione psicosociale e da un fisioterapista per la valutazione dei bisogni riabilitativi. Tre giorni dopo, la seconda valutazione a cura dell'infettivologo con i risultati degli esami comportava il rinvio al MMG o l'avvio di percorsi specialistici. "Mediamente il 30% dei pazienti presentava dispnea, il 28% prove respiratorie di diffusione patologiche e il 36% astenia e fatigue" ha spiegato Rizzi a Univadis Medscape Italia. "L'anosmia, che era presente nel 18% dei ricoverati in fase acuta, persisteva nel 3% a distanza di 105 giorni. Molto diffuse erano anche sindrome post-traumatica da stress (circa il 30% dei pazienti), ansietà (11%) e depressione (4,5%)". Rizzi e colleghi hanno osservato una correlazione chiara rispetto all'episodio acuto per quanto riguarda il quadro respiratorio, ma non per l’astenia. Oltre la metà dei pazienti visitati è stato affidato al medico di medicina generale.
Ma se è normale aspettarsi sintomi duraturi in chi ha trascorso settimane in un reparto di terapia intensiva, spesso intubato, alcune indagini americane hanno sorprendentemente suggerito che la forma persistente di Covid potrebbe addirittura prediligere pazienti con sintomi lievi o moderati che non sono stati ricoverati, o lo sono stati per brevi periodi, e non hanno avuto bisogno di terapia intensiva. Molti di loro lamentano perdita di memoria e difficoltà di concentrazione, spesso accompagnate da estrema spossatezza: sintomi che hanno spinto Anthony Fauci ad associare questi casi alla cosiddetta "nebbia post-virale" comune nella sindrome da stanchezza cronica/encefalomielite mialgica (ME/CFS), di cui si sa che spesso il fattore scatenante è un'infezione da mononucleosi, malattia di Lyme o appunto SARS, un'altra malattia da coronavirus.
“Non mi credono” Di certo, come per le prime vittime di CFS, anche per i pazienti con Covid persistente è molto comune l'esperienza frustrante di non essere presi sul serio: soprattutto alle donne è capitato di essere viste come ansiose con la tendenza a drammatizzare. Anche per questo, in alcuni casi sono stati gruppi di autoaiuto dei pazienti a mobilitarsi per provare a fare chiarezza. Dopo una prima indagine che ha raccolto i dati di 640 long haulers (https://patientresearchcovid19.com/research/report-1/), un gruppo di ricerca oggi coordinato da Athena Akramy dell'University College di Londra ha da poco lanciato una nuova raccolta dati via web, con anche interfaccia in italiano, chiamando a raccolta chi "ha avuto o sta avendo sintomi compatibili con la COVID-19, come risultato di un'infezione da SARS-CoV-2 presunta o confermata". Rizzi ha già preso parte a numerosi incontri di formazione e condivisione con i medici del territorio lombardo, ma si dice convinto che molto rimanga da fare: "Abbiamo avviato un confronto nazionale sulle necessità del follow-up, perché gli ambulatori sono pochi", conclude.
(https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2768351 https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2771111)
Consumare cibi antinfiammatori riduce rischio CV
(da Quotidiano Sanità e Reuters Health) Le persone che consumano una grande quantità di alimenti che promuovono l’infiammazione sono a maggior rischio di malattie cardiovascolari. È la conclusione cui è arrivato uno studio pubblicato dal 'Journal of the American College of Cardiology' (JACC) da un gruppo di ricercatori del Brigham and Women’s Hospital e della Harvard Medical School di Boston (USA), guidato da Frank Hu.
Il team ha sviluppato e convalidato il punteggio EDIP (empirical dietary inflammatory pattern) basato sull’assunzione di 18 gruppi di alimenti associati a diversi livelli di marcatori infiammatori, con i cibi pro-infiammatori che includono carne rossa, carne lavorata, carne di organi, carboidrati raffinati e bevande zuccherate, e i cibi antinfiammatori che comprendono verdure a foglie verdi, verdure giallo scuro, cereali integrali, frutta, tè, caffè e vino.
Nello studio, Hu e colleghi hanno confrontato il punteggio EDIP con il rischio cardiovascolare in 74.578 donne dello studio Nurses’ Health Study (NHS), 91.656 donne dello studio NHS II e 43.911 uomini dello studio Health Professionals Follow-up Study. In totale, sono stati registrati 15.837 nuovi casi di malattia cardiovascolare, inclusi 9.794 casi di malattia coronarica e 6.174 casi di ictus.
Dopo aver preso in considerazione l’uso di farmaci antinfiammatori e fattori di rischio cardiovascolare, gli autori hanno scoperto che i partecipanti nel quintile più alto al punteggio EDIP, rispetto a quelli nel quintile più basso, avevano un rischio maggiore del 38% di soffrire di malattia cardiovascolare, un rischio maggiore del 46% di soffrire di malattia coronarica e un 28% di rischio più elevato di andare incontro a ictus. Infine, l’analisi di un sottogruppo di partecipanti allo studio ha mostrato un’associazione tra EDIP più alto e trigliceridi nel sangue più elevati, colesterolo ad alta densità (HDL) più basso e una piccola riduzione del colesterolo totale.
Sullo stesso numero di JACC è stata poi pubblicata una lettera che riporta una ricerca su 324 anziani sani che, consumando da 30 a 60 grammi di noci al giorno, avevano concentrazioni ridotte di sei biomarcatori infiammatori su dieci a due anni, rispetto ai coetanei che non ne mangiavano.
“È scientificamente provato che mangiare noci abbassa il colesterolo LDL e ora è incoraggiante sapere che può ridurre anche l’infiammazione, un altro fattore di rischio cardiovascolare”, ha spiegato Sujatha Rajaram, della Loma Linda University, in California. “Includere le noci nella dieta è un semplice consiglio che i medici possono dare ai pazienti che hanno un colesterolo alto o altri fattori di rischio cardiovascolare”, ha concluso l’esperto.
Enpam: allo studio tutele anti-Covid anche per i libero professionisti
(da Enpam.it) Secondo le indicazioni emerse dal Comitato Consultivo del Fondodella libera professione, tenutosi il 20 novembre scorso, l’Enpam si avvierebbe a coprire l’unico vuoto rimasto nell’architettura dei propri interventi a tutela dei soggetti colpiti dall’emergenza sanitaria in atto. Come abbiamo avuto occasione di sottolineare, infatti, i liberi professionisti sono finora tutelati con una specifica indennità se sono posti in quarantena o in isolamento domiciliare dall’autorità sanitaria competente per territorio, ma in caso di malattia vera e propria da Covid-19 la loro copertura è invece assimilata a quella della normale malattia, e quindi scatta dal 31° giorno di inabilità.
Risultati elezioni Ordine dei Medici e Odontoiatri di Forlì-Cesena: Michele Gaudio confermato Presidente
Durante la Assemblea Elettorale tenutasi nei giorni 21 e 22 Novembre, è uscita vincitrice la lista guidata dal Presidente uscente Michele Gaudio. Nel corso del Consiglio Direttivo dedicato alla attribuzione delle cariche per il quadriennio 2021-2024, il Dott. Gaudio è stato confermato Presidente dell'OMCeO di Forlì-Cesena. Gli altri membri del Consiglio Direttivo della Provincia sono i seguenti: Vice Presidente: Gian Galeazzo Pascucci, Segretario: Morena Contri, Tesoriere: Fabio Balistreri. Consigleri: Enrico Maria Amadei, Umberto Castellani, Angelo Castellini, Giorgio Ercolani, Roberta Gunelli, Leonardo Lucchi, Paolo Paganelli (Presidente CAO), Veronica Pasini, Annalisa Prati, Marco Ragazzini, Mario Raspini (consigliere CAO), Claudio Simoni e Gilberto Vergoni .
Due pubblicazioni molto interessanti
Ricevo, edito dal Dott. Fosco Foglietta, con grande piacere, due pubblicazioni di estrema attualità.
Il Dott. Fosco Foglietta, per chi non lo conoscesse, vanta una lunga carriera di Manager nel mondo della sanità concretizzatasi, tra le tante attività con il ruolo di Direttore Generale dal 1998 al 2010 dell’Azienda USL di Bologna Sud prima e dell’Asl di Ferrara poi.
In seguito ha ricoperto il ruolo di Presidente del Consiglio di Amministrazione della CUP 2000 S.C.P.A., Società di Sanità Elettronica della Regione Emilia-Romagna.
E’ autore di sette monografie e di oltre un centinaio di articoli su riviste specializzate.
Il primo volume: “Rivoluzione Covid – Cambiamenti e riforme del SSN ai tempi della pandemia” offre una chiara analisi di fatti che si sono rivelati cruciali nel determinare le azioni dei sistemi sanitari e sociosanitari, sia nazionali che regionali, per fronteggiare la pandemia da Covid 19. Ampio spazio è dedicato anche all’analisi dei cambiamenti già in agenda, ai quali l’emergenza ha imposto una forte accelerazione.
Scopo finale dell’autore è trarre dalla lunga fase emergenziale che stiamo vivendo spunti utili e concetti per rinnovare e migliorare il SSN.
Il secondo volume dal titolo “MANGEMENT IN SANITA’” costituisce una vera e propria bibbia dell’argomento, fornendo una visione complessiva ed organica non solo dei principali assetti che delineano l’attuale architettura del nostro SSN ma ne ripercorre con puntuale esaustività l’evoluzione storica partendo dalla ormai lontana legge istitutiva (833/78) fino ai giorni nostri.
Uno strumento indispensabile per tutti i medici, oggi chiamati sempre più a funzioni complementari di management, ma soprattutto per i giovani laureati che si accingono ad intraprendere la carriera professionale purtroppo privi della conoscenza del quadro complessivo dell’aspetto organizzativo e giuridico del sistema sanitario e sociosanitario causa una scarsa attenzione sul tema nei piani di studio curriculari delle Facoltà di Medicina e Chirurgia.
Il Presidente
Dott. Michele Gaudio
Studi medici e tamponi: ecco le linee guida da adottare
(da DottNet) Esporre un avviso all'ingresso dello studio con chiare istruzioni sulle modalità di accesso, stabilendo rigorosi percorsi di entrata, di attesa e di uscita e specificando giorni e orari in cui si prevede l'esecuzione del test antigenico rapido. Esclusivamente previo appuntamento; in un locale dedicato, con una buona aereazione e che non sia di passaggio; preferibilmente al termine dell'attività ordinaria, per evitare il contatto tra soggetti con possibile infezione da SarsCov2 e chi accede allo studio per altri motivi; sanificare le superfici tra un prelievo e l'altro; evitare ogni forma di assembramento dei pazienti. Sono queste alcune delle principali raccomandazioni contenute nella Nota tecnica "Esecuzione dei test diagnostici negli studi dei Pediatri di Libera Scelta e dei Medici di Medicina Generale" (https://www.inail.it/cs/internet/docs/alg-esecuz-tes-diagnostici-pediatri-lib-sce-medici-med-gen.pdf)realizzata dall'Istituto superiore di sanità (Iss) in collaborazione con il Ministero della salute, la Fnomceo (Federazione nazionale degli Ordini dei Medici) e l'Inail, online sul sito dell'Iss.
"Abbiamo voluto contribuire fattivamente alla sicurezza degli operatori sanitari e dei cittadini con un documento agile e operativo che possa rispondere ai dubbi dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta chiamati a contribuire fattivamente in questo momento di grande richiesta di test diagnostici", dichiara Paolo D'Ancona, ricercatore del Dipartimento di Malattie infettive dell'Iss. "Siamo da tempo all'interno dei Gruppi di Lavoro con l'Istituto Superiore di Sanità. Una collaborazione fattiva, che in questo 2020, funestato dalla pandemia di Covid si è fatta sempre più intensa e proficua, con incontri a cadenza settimanale - spiega il Segretario della Fnomceo, Roberto Monaco -. Questo Documento è l'occasione per apportare il nostro contributo professionale. Ad esso si affiancheranno due video-tutorial sulle modalità per effettuare i tamponi, negli adulti e nei bambini". Il documento include diversi temi, dalle misure generali di prevenzione e controllo dell'infezione - dall'igiene delle mani alla pulizia e disinfezione degli strumenti e degli ambienti, passando per la gestione dei rifiuti e l'organizzazione delle modalità di accesso allo studio medico - alla spiegazione delle procedure per l'esecuzione dei test rapidi antigenici che, analogamente a quelli molecolari, valutano direttamente la presenza del virus nel campione clinico.
A differenza dei test molecolari, però, i test antigenici rilevano la presenza del virus non tramite il suo acido nucleico (RNA), ma tramite le sue proteine (antigeni). Il risultato dei test rapidi antigenici può essere direttamente visibile a occhio nudo o letto mediante uno strumento analizzatore compatto e trasportabile. Proprio per tali caratteristiche questo tipo di test può essere eseguito in uno studio medico o in aree dedicate senza la necessità di essere effettuato in un laboratorio. Il tampone deve essere processato nel più breve tempo possibile, generalmente entro un'ora dal prelievo. Il risultato si ottiene in 15-30 minuti. Il test può risultare negativo se la concentrazione degli antigeni è inferiore al limite di rilevamento del test come ad esempio nella fase tardiva dell'infezione o risultare falsamente positivo per problemi di specificità, e per tale motivo, il test antigenico rapido positivo può necessitare di conferma mediante test molecolare.
Negli studi pediatrici, qualche raccomandazione in più: separare gli accessi riservati ai bilanci di salute e alle attività vaccinali dagli accessi per l'esecuzione del test diagnostico per SARS-CoV-2; raccomandare che l'accesso ai locali dello studio sia consentito ad un solo accompagnatore per bambino e che l'accompagnatore sia in buona salute; prevedere un percorso prioritario per l'esecuzione del test a bambini immunodepressi o con patologie pregresse e, sotto i 6 anni, a quelli che frequentano la comunità infantile; prevedere un approccio differente nella procedura di prelievo in relazione all'età e alla compliance del bambino, prevedendo il supporto del personale infermieristico.
Covid-19, studio italiano svela correlazione tra gravità e deficit di vitamina D
(da Nutrienti e Supplementi) Bassi livelli di vitamina D sono correlati da una parte ad aumento di Il-6 e, dall’altra, a una maggiore gravità di Covid-19. Questi i risultati di uno studio osservazionale condotto da un gruppo di lavoro dell’Università di Siena e dell’Irccs Istituto auxologico italiano, comparso nei giorni scorsi nell’area First Look on Ssrn delle riviste del gruppo The Lancet, spazio open access dove vengono raccolti lavori in attesa della peer review e prima dell’effettiva pubblicazione. I ricercatori offrono così un contributo originale al dibattito sul ruolo della vitamina D nella progressione della malattia. Sono stati presi in esame 103 pazienti ricoverati per Covid-19 di grado moderato/severo all’Ospedale San Luca di Milano tra il 9 marzo e il 30 aprile di quest’anno e 52 soggetti Sars-CoV-2 positivi ma lievemente sintomatici. Il gruppo di controllo era costituito da 206 soggetti sani. Per ciò che concerne i contagiati, in tutti i casi sono stati rilevati i valori di 25OHD, al momento del ricovero o al riscontro di positività al tampone molecolare. Per la definizione di carenza di vitamina D è stato considerato un valore ≤50 nmol/L. I risultati evidenziano una differenza significativa per i livelli medi di 25OHD tra i pazienti Covid-19 di grado moderato/severo (45,5 nmol/L), rispetto ai lievemente sintomatici (75,8 nmol/L) e ai controlli (63,5 nmol/L).
Dopo il ricovero, 52 pazienti sono stati trasferiti in terapia intensiva. In questi ultimi, i livelli di 25OHD e Il-6 sono risultati rispettivamente più bassi e più alti rispetto a quelli di chi non si era aggravato (36 vs 56 nmol/L; 43,0 vs. 16,0 pg/mL). Differenze simili sono state riscontrate nel confronto tra deceduti in ospedale e guariti (33 vs 48,3 ng/mL; 45 vs 21 pg/mL). “Nella nostra analisi si osserva un deficit di vitamina D nei pazienti con malattia di moderato/severo rispetto ai lievemente sintomatici o ai soggetti sani. Tali livelli si correlano anche alla gravità della malattia, al suo peggioramento e alla mortalità” commentano gli Autori. “Si tratta di dati che confermano come bassi livelli di vitamina D possano favorire il peggioramento del quadro clinico verso una situazione di grave distress respiratorio, con aumento del rischio di mortalità durante di ricovero. La relazione inversa tra concentrazione di 25OHD e Il-6, una citochina coinvolta nella risposta infiammatoria, contribuisce a caratterizzare il possibile ruolo esercitato dalla vitamina D in questa malattia. Il-6 è infatti cruciale nella regolazione della risposta infiammatoria e livelli elevati nei pazienti Covid-19 sono stati ripetutamente correlati alla gravità e alla prognosi della malattia. Da notare, a questo proposito, che già una nostra precedente ricerca aveva evidenziato come una supplementazione con vitamina D fosse in grado di ridurre Il-6 e lo stato infiammatorio conseguente a terapia con bisfosfonati in soggetti con livelli di vitamina D inferiori a 50 nmol/L”. Tra i limiti dello studio sottolineati dagli autori, l’esiguità del campione e il disegno osservazionale, che non consente conclusioni su un rapporto causa/effetto, in quanto potrebbe essere la stessa malattia a determinare deficit di Vitamina D e non viceversa.
Così concludono: “Le nostre osservazioni, considerato il basso costo e la sicurezza di una supplementazione di vitamina D, sottolineano la necessità di studi di intervento tesi a valutare l’efficacia di una terapia sostitutiva con colecalciferolo nel prevenire l’insufficienza respiratoria in pazienti con infezione da Sars-CoV-2”.
Minore suscettibilità dei bambini al SARS-CoV-2
(da Univadis) Una metanalisi degli studi di tracciamento dei contatti ha indicato che i bambini e gli adolescenti possono avere una suscettibilità inferiore del 44% all’infezione da SARS-CoV-2 rispetto agli adulti (rapporto di probabilità [odds ratio, OR]: 0,56; IC 95%: 0,37-0,85).
(Viner RM, Mytton OT, Bonell C, Melendez-Torres GJ, Ward J, Hudson L, Waddington C, Thomas J, Russell S, van der Klis F, Koirala A, Ladhani S, Panovska-Griffiths J, Davies NG, Booy R, Eggo RM. Susceptibility to SARS-CoV-2 Infection Among Children and Adolescents Compared With Adults: A Systematic Review and Meta-analysis. JAMA Pediatr. 25 set 2020 [Pubblicazione elettronica prima della stampa]. doi: 10.1001/jamapediatrics.2020.4573. PMID: 32975552)
Luce solare, che ruolo ha nella diffusione delle virosi respiratorie?
(da M.D.Digital) Perché, nelle regioni temperate del globo, la maggior parte delle epidemie virali si diffonde ciclicamente in autunno e in inverno? Secondo un team interdisciplinare di ricercatori dell'Istituto Nazionale Italiano di Astrofisica, dell'Università degli Studi di Milano, dell'Agenzia regionale della Lombardia per l'ambiente e della Fondazione Don Gnocchi, la risposta è intimamente legata al sole. Il loro modello teorico mostra che sia la prevalenza che l'evoluzione delle epidemie sono fortemente correlate con la quantità di irradiazione solare giornaliera che colpisce una data posizione sulla Terra in un dato periodo dell'anno. Il lavoro del team italiano è stato recentemente pubblicato sulla rivista iScience. “Il nostro modello offre una risposta semplice a una questione scientifica importante, ma ancora irrisolta - ha affermato Fabrizio Nicastro, ricercatore INAF. - Perché molte epidemie respiratorie virali, come l'influenza, si sviluppano ciclicamente durante l'autunno e l'inverno solo nelle regioni temperate degli emisferi settentrionale e meridionale del globo, mentre sembrano essere presenti in ogni momento, anche se con una prevalenza inferiore rispetto ai cicli stagionali nelle regioni temperate e nella cintura equatoriale? E cosa innesca e determina tale stagionalità? Nel nostro lavoro, suggerioamo che ciò che causa la stagionalità delle epidemie trasmesse per via aerea è esattamente lo stesso meccanismo che causa le stagioni sul nostro Pianeta: la quantità di irradiazione solare sulla Terra".
È noto che la luce ultravioletta (UV) è in grado di disattivare molti tipi diversi di virus e batteri. La luce solare UV che raggiunge la Terra deve quindi avere un certo potere disinfettante sulle parti esposte del Pianeta. L'efficienza della disattivazione UV di un particolare virus o batterio dipende dal virus o dal batterio stesso, ma, per una data posizione sulla Terra, è senza dubbio maggiore quando l'irraggiamento solare è più forte (estate) e minore quando l'irradiazione solare è più debole (inverno). Tale ciclicità dell'azione disinfettante solare, con frequenza annuale, è in grado di risuonare costruttivamente con un'altra frequenza tipica delle epidemie: la perdita di immunità dell'ospite del virus a causa della sua deriva antigenica. La combinazione di questi due meccanismi innesca la stagionalità delle epidemie, su scale temporali che vanno da pochi anni a decine di anni, a seconda della frequenza antigenica. Il modello proposto dai ricercatori italiani riproduce accuratamente la stagionalità osservata in diverse località della Terra per le epidemie con un numero riproduttivo intrinseco (R0) inferiore a circa 2 (un'influenza ha tipicamente R0 di circa 1) ed è anche in grado di modellare epidemie con un numero riproduttivo intrinseco molto più grande, come l'attuale pandemia di SARS-CoV-2 con R0 circa 3-4. Questi modelli prevedono cicli iniziali intermittenti ad alta intensità, che alla fine si stabilizzano (su scale temporali che dipendono dalla frequenza di spostamento antigenico) su cicli annuali di moderata intensità sincronizzati stagionalmente.
"Da un punto di vista epidemiologico, questi modelli chiariscono un mistero importante e di lunga data: perché le epidemie influenzali scompaiono ogni anno quando il numero di individui suscettibili è ancora molto lontano da quello necessario per attivare il meccanismo di immunità della gragge" ha aggiunto Mario Clerici, Immunologo dell'Università degli Studi di Milano e della Fondazione Don Gnocchi. "I dati italiani della pandemie di SARS-CoV-2 possono anche essere descritti accuratamente dal nostro modello – ha concluso Nicastro - ma il potere predittivo del modello dipende in modo critico (oltre che dall'implementazione di nuove misure di restrizione) dall'esatto rapporto UV-B/singola dose letale per il virus Covid-19”.
(Nicastro F, et al. Forcing Seasonality of Influenza-like Epidemics with Daily Solar Resonance. IScience 2020; DOI: 10.1016/j.isci.2020.101605)
Cosa ti dà la Quota A Enpam
(da Enpam.it) Lungi dall’essere una tassa, il contributo minimo obbligatorio dovuto da tutti i medici e gli odontoiatri torna sempre indietro sotto forma di pensione (che a parità di contributi versati è uguale o superiore a quella che arriverebbe da Inps) e, in aggiunta, dà diritto a una lunga lista di prestazioni assistenziali.
INVESTIMENTI Ma come fa l’Enpam a dare sia una pensione sia assistenza senza dover chiedere contributi aggiuntivi? La risposta sta nel patrimonio. A differenza delle gestioni previdenziali pubbliche, infatti, la Fondazione Enpam ha delle riserve patrimoniali (https://www.enpam.it/2020/approvato-bilancio-2019-risultato-storico/) che investe ricavando degli interessi. Questi interessi vengono ripartiti fra gli iscritti sotto forma di prestazioni migliori.
COSTO REALE Infine l’infografica sulla Quota A (https://www.enpam.it/wp-content/uploads/Cosa-ti-da%CC%80-la-Quota-A.pdf) sfata un altro mito: quello del costo reale dei contributi, che è più basso di quanto appare. L’esempio illustrato mostra che chi non versa il contributo Enpam entro il 31 dicembre, l’anno successivo si ritroverà a pagare fino a 818 euro in più al fisco. E queste sì che sono tasse.
Vaccino Pfizer: funzionerà davvero? Cosa sappiamo e cosa no, quali sono i competitor
(da Univadis) Il Ministero della Salute conferma l’accordo con la casa farmaceutica Pfizer per l’acquisto di 3,4 milioni di dosi del vaccino messo a punto in collaborazione con la start-up BioNTech. L’accordo italiano è parte di un contratto di fornitura europeo; all’Italia spetta (secondo fonti ministeriali) il 13,5% delle dosi. Giacché il vaccino richiede due somministrazioni, con le dosi acquistate si potranno vaccinare 1,7 milioni di italiani, probabilmente tra le categorie a rischio che svolgono attività sanitaria: i primi a essere immunizzati, sperabilmente nel primo trimestre del nuovo anno, dovrebbero essere proprio medici e infermieri, insieme ai pazienti più a rischio. La Pfizer - che ha annunciato con un comunicato stampa i dati preliminari di efficacia (risposta immunitaria elicitata nel 90% dei vaccinati) ma che non li ha ancora pubblicati su una rivista peer-review - ritiene di poter richiedere una approvazione di emergenza alla FDA nell’ultima settimana di novembre e l’approvazione dell’Agenzia europea per i medicinali già a fine dicembre, . L’accordo stipulato consente però al colosso farmaceutico di avviare la produzione fin da subito, distribuendo il prodotto non appena riceverà le dovute autorizzazioni.
Il parere di Garattini “Prenderei questi dati di efficacia con beneficio di inventario” dice Silvio Garattini, presidente dell’Istituto Mario Negri di Milano. “La percentuale di protezione sembra molto alta, ma non sappiamo se sono dati definitivi o parziali, né che caratteristiche aveva la popolazione testata, se era giovane e sana o anziana. Sappiamo che molti vaccini offrono una copertura minore nelle persone anziane ed è improbabile che lo studio ancora in corso ci dica qualcosa in merito, per via della numerosità del campione. La fase 4 di osservazione sarà quindi essenziale per capire la portata della copertura”. Tra i problemi da risolvere, anche la modalità di distribuzione e somministrazione. Il vaccino Pfizer è infatti basato su una tecnica nuova: un RNA messaggero viene introdotto nella cellula ospite e tradotto nella proteina spike, l’elemento antigenico del virus che elicita la risposta immunitaria. È la prima volta che l’inserzione di mRNA viene usata per la produzione di un vaccino e la Pfizer non è riuscita a semplificare i requisiti di conservazione, che prevedono una catena del freddo a -80 °C. “Far arrivare il prodotto nel centri vaccinali sarà complicato” spiega Garattini. “Sarà probabilmente necessario creare dei centri vaccinali regionali dotati di grandi frigoriferi per la conservazione dei lotti”. Secondo le anticipazioni dell’azienda, una volta scongelati i vaccini si conservano per tre giorni e quindi devono essere portati rapidamente nei luoghi di somministrazione. “Altri vaccini antiCovid in pipeline sono più semplici da trasportare e conservare, ma non abbiamo ancora dati definitivi sulla loro antigenicità” continua Garattini. Il vaccino Pfizer è stato inzialmente prodotto in due varianti, ma al termine della fase 1 una delle due versioni, la BNT162b2, ha dimostrato di indurre minori effetti collaterali dell’altra ed è stata avviata alle fasi 2/3 (portate avanti in contemporanea, secondo un modello sperimentale accelerato usato ormai per quasi tutti i vaccini antiCovid) su 30.000 volontari negli Stati Uniti, Brasile, Argentina e Germania. Nel corso di una presentazione agli investitori avvenuta a fine agosto, l’azienda ha riferito solo effetti collaterali lievi o moderati. Il vaccino è in sperimentazione anche sui bambini.
L’analisi presentata tre giorni fa costituisce una valutazione preliminare di efficacia: su 43.538 partecipanti al trial, l’azienda ha identificato 94 casi di Covid-19. Non è chiaro se si sono verificati nel gruppo trattato o nel gruppo placebo ma, secondo quando riferisce Nature in un recente articolo, i dati sono sufficienti per dichiarare un’efficacia del 90%, misurata a una settimana dalla somministrazione della seconda dose (a tre settimane dalla prima). Ora lo studio proseguirà fino all’identificazione di 164 casi di malattia. “Anche se il vaccino dovesse mostrare un’efficacia inferiore alla fine dell’osservazione, è improbabile che scenda sotto il 50%, la soglia richiesta dalla FDA per l’approvazione” spiega Garattini. L’elemento di maggiore incertezza riguarda la capacità del vaccino di bloccare la trasmissione dell’agente infettivo: è possibile, infatti, che sia capace di bloccare la malattia ma che non impedisca ai portatori asintomatici o paucisintomatici di trasmettere il virus. L’obiettivo che tutti gli sviluppatori di vaccini sperano invece di raggiungere è un prodotto in grado di fermare la trasmissione di Sars-CoV2, portando a una lenta ma inesorabile scomparsa dell’agente.
I competitors
L’annuncio del successo di Pfizer non ha compromesso le quotazioni degli altri vaccini in pipeline, anzi. Il vaccino in fase 3 sviluppato da Moderna e dai National Institues of Health statunitensi funziona sulla base dello stesso meccanismo (ovvero con RNA messaggero) ed è già in fase 3 di sviluppo. Arriveranno sul mercato probabilmente anche i vaccini cinesi (se faranno domanda di approvazione e mostreranno i dati sperimentali): tra questi, il vaccino CanSino Biologics, messo a punto in collaborazione con l’Accademia militare di scienze mediche cinese, già approvato in Cina per un uso limitato sugli operatori sanitari. Si tratta di un vaccino a base di virus vivo attenuato. Proprio ieri (11 Novembre) il Russian Direct Investment Fund ha annunciato che, secondo i risultati preliminari di una sperimentazione di fase 3 (non pubblicata) anche il vaccino russo del Gamaleya Research Institute offrirebbe una copertura del 92% circa. Si tratta però di annunci fatti alla stampa per sostenere l’efficacia dell’approccio russo: il vaccino è infatti basato su due adenovirus, Ad5 e Ad26, ingegnerizzati con geni di Sars-CoV2, stessa tecnica usata da Johnson and Johnson per il suo vaccino sviluppato insieme al Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston.
L’Europa attende i risultati del trial combinato di fase 2/3 del vaccino sviluppato da Astra Zeneca insieme all’Università di Oxford che utilizza un adenovirus di scimpanzé. Secondo recenti comunicati dell’azienda, i risultati sono attesi per la fine di dicembre e non si sono più manifestati effetti collaterali come quello che, il 6 settembre scorso, ha portato all’interruzione dello studio perché una volontaria aveva sviluppato una mielite trasversa. Il vaccino è stato ritenuto estraneo alla comparsa della malattia. Sempre in Cina, è stato autorizzato per la somministrazione a categorie a rischio un vaccino a virus attenuato prodotto da Sinopharma (farmaceutica statale) e dal Wuhan Institute of Biological Products. A metà settembre lo stesso vaccino è stato commercializzato negli Emirati Arabi Uniti.
La perimentazione di un vaccino tecnicamente simile, il Sinovac, è stata però bloccata in Brasile agli inizi di novembre per via della comparsa di un grave effetto collaterale. Il caso è ancora sotto esame.
Infine si attende anche la messa in commercio di Novavax, un vaccino a base di proteine antigeniche del capside virale, in sperimentazione di fase 3 in Gran Bretagna e a breve anche negli Stati Uniti. I risultati sono attesi per fine anno e la distribuzione per il primo quadrimestre del 2021.
TAR del Lazio: I medici di base non possono assistere pazienti Covid a domicilio
(da AGI) "L’affidamento ai medici di medicina generale del compito di assistenza domiciliare ai malati Covid risulta in contrasto" con i decreti legge varati nello scorso marzo, nella 'fase 1' di emergenza sanitaria. Lo scrive la terza sezione quater del Tar del Lazio, in una sentenza depositata oggi accogliendo il ricorso presentato dal Sindacato Medici Italiani contro alcuni provvedimenti della Regione Lazio. Secondo i giudici amministrativi, "è determinante la previsione contenuta" nel decreto legge 14/2020, inerente 'Disposizioni urgenti per il potenziamento del Servizio sanitario nazionale in relazione all'emergenza Covid-19', secondo cui "al fine di consentire al medico di medicina generale o al pediatra di libera scelta o al medico di continuità assistenziale di garantire l'attività assistenziale ordinaria, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano istituiscono, entro dieci giorni dall'entrata in vigore del presente decreto, presso una sede di continuità assistenziale già esistente una unità speciale ogni 50mila abitanti per la gestione domiciliare dei pazienti affetti da Covid-19 che non necessitano di ricovero ospedaliero".
Dunque, si legge nella sentenza, "nel prevedere che le Regioni 'istituiscono' una unità speciale 'per la gestione domiciliare dei pazienti affetti da Covid-19 che non necessitano di ricovero ospedaliero', la citata disposizione rende illegittima l’attribuzione di tale compito ai MMG (medici di medicina generale, ndr), che invece dovrebbero occuparsi soltanto dell’assistenza domiciliare ordinaria (non Covid)". Per questo, "hanno ragione i ricorrenti quando affermano che il legislatore d’urgenza ha inteso prevedere che i MMG potessero proseguire nell’attività assistenziale ordinaria, senza doversi occupare dell’assistenza domiciliare dei pazienti Covid". Tale previsione, aggiunge ancora il Tar, "è stata replicata in modo identico" in un articolo del decreto 'Cura Italia', nel quale "è specificato pure che 'il medico di medicina generale o il pediatra di libera scelta o il medico di continuità assistenziale comunicano all'unità speciale, a seguito del triage telefonico, il nominativo e l'indirizzo dei pazienti'”.
Cdc promuove le mascherine in tessuto, ‘riducono i rischi’
(da DottNet) Le mascherine 'di comunità', quelle cioè ottenute con diversi strati di tessuto, non solo riducono il rischio che una persona con l'infezione da Sars-Cov-2 diffonda il virus, ma proteggono anche chi è sano filtrando, almeno parzialmente, eventuali goccioline cariche di virus provenienti dall'esterno. Lo scrive il Cdc americano in un documento in cui afferma che "adottare politiche universali sulle mascherine può aiutare ad evitare futuri lockdown". Nel documento il Cdc cita diversi studi recenti, che suggeriscono che nei luoghi dove si indossano più mascherine di comunità il rischio di infezione si riduce, non solo perché il dispositivo evita che una persona infetta diffonda il virus ma anche per un effetto di 'sinergia' secondo cui anche chi non è infetto si protegge. "Le mascherine di tessuto non solo blocca efficacemente le goccioline di saliva più grandi - scrivono gli esperti statunitensi -, ma possono anche bloccare l'esalazione delle particelle più piccole, comunemente definite aerosol. Quelle multistrato possono bloccarne fino al 70%". "Servono maggiori ricerche - concludono - per avere più prove dell'effetto protettivo e in particolare per identificare la combinazione di materiali che massimizzano l'efficacia".
Diabetologi all’Aifa: eliminare i piani terapeutici per il diabete
(da DottNet) Abolire prima possibile i piani terapeutici relativi ai farmaci anti-diabete, che è una malattia cronica 'senza scadenze' e comunque prorogarli con urgenza in considerazione dell'attuale emergenza Covid e semplificare la prescrizione dei farmaci innovativi: sono le richieste unanimi delle principali associazioni scientifiche e professionali della Diabetologiaitaliana in una lettera ufficialmente indirizzata all'Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) in occasione della Giornata Mondiale del Diabete che si tiene sabato 14 novembre. Vista la preoccupante emergenza sanitaria in corso, i diabetologi chiedono che siano definitivamente aboliti i Piani Terapeutici perla prescrizione in regime di rimborsabilità dei farmaci contro il diabete, e che sia estesa ai medici di Medicina Generale la possibilità di prescrivere anche i farmaci anti-diabetici di ultima generazione,. "Abbiamo più volte riferito l'importanza di far valere i piani terapeutici sine die - sottolinea il Presidente della Società Italiana di Diabetologia Francesco Purrello dell'Università di Catania - anche in considerazione del fattoche i farmaci prescritti sono ormaiin uso da tempo e sono sicuri, inoltre sono fondamentali non solo per gestire la malattia ma anche per prevenire le complicanze renali e cardiovascolari di essa". La compilazione dei piani terapeutici sottrae risorse e tempo preziose agli specialisti - rileva Francesco Giorgino, Presidente della Società Italiana di Endocrinologia, che potrebbero essere meglio impiegate per i pazienti". Sicurezza ed efficacia delle terapie innovative sono ormai avvalorate da anni di uso clinico, ribadisce Paolo Di Bartolo, Presidente dell'Associazione Medici Diabetologi (AMD)."Oggi ci troviamo con sale d'attesa piene di persone che si recano in ospedale per atti amministrativi, per farsi mettere un timbro; ciò appare una follia specie in questo momento storico. Dobbiamo da subito avere un provvedimento che proroghi i piani terapeutici - conclude - e poi subito dopo la loro abolizione e la possibilità che i MMG possano prescrivere i farmaci innovativi, tutto questo deve avvenire ora, non ha senso che avvenga tra sei mesi, l'urgenza pandemica è ora".
Covid: può salire 11% rischio morte contagiati zone a più smog
(da AGI) Le persone che vivono in aree con livelli più elevati di inquinamento atmosferico potrebbero veder aumentato dell’11% il rischio di decesso in caso di infezione da Covid-19. Questo è quanto emerge da uno studio, pubblicato sulla rivista 'Science Advances', condotto dagli esperti dell’Università di Harvard, che hanno analizzato il legame tra le concentrazioni di particolato atmosferico e il numero di decessi nelle zone considerate più inquinate. “Un aumento di un microgrammo per metro cubo di particolato – sostiene Francesca Dominici, docente presso l’Università di Harvard – sembra collegato ad un aumento del rischio di morte per COVID-19 dell’11 percento”.
Il team ha effettuato tali valutazioni sulla base dei dati sui casi di infezione da Sars-CoV-2 e sui decessi avvenuti presso l’ospedale della Johns Hopkins University. I dati sull'inquinamento atmosferico sono stati raccolti negli Stati Uniti da una combinazione di letture atmosferiche e modelli computerizzati e riguardano 3.089 contee, dove abita circa il 98 percento della popolazione statunitense. “I nostri risultati – afferma l’esperta – mostrano che i livelli di PM2,5 negli Stati Uniti variano notevolmente, con punti ad alta prevalenza intorno alle metropoli e alle città principali, dove possono essere raggiunti i 12 microgrammi per metro cubo”.
Stando alle dichiarazioni degli autori, la ricerca, che si concentra sulle informazioni statunitensi, ha implicazioni di vasta portata, specialmente per quanto riguarda i luoghi in cui l’inquinamento atmosferico supera le soglie limite. “Definito il livello di 13 microgrammi per metro cubo come inquinamento elevato – prosegue la scienziata – nonostante il limite fissato dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) sia di 10 microgrammi per metro cubo, abbiamo scoperto che un aumento di un microgrammo per metrocubo potrebbe provocare una serie di conseguenze a livello di salute. Considerando due aree geograficamente simili tra loro notiamo che nella zona più inquinata si registra un aumento del tasso di mortalità di Covid-19”.
Quale ruolo per il MMG/PLS nel frenare la diffusione dell’epidemia da COVID-19?
(da Univadis) I medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta possono svolgere un ruolo fondamentale nel contenimento dell’epidemia per evitare il raggiungimento di livelli incontrollabili di diffusione e conseguente saturazione nelle prossime settimane degli ospedali e dei letti di terapia intensiva. A ribadirlo è l’Associazione Italiana di Epidemiologia (AIE) in un documento dedicato ai modelli di intervento efficaci.
Un ruolo educativo
Il ruolo essenziale che solo i medici sul territorio possono svolgere, secondi AIE, è quello educativo. “I medici devono costantemente sottolineare con i loro assistiti quanto sia cruciale che vengano rispettate rigorosamente tutte le norme di distanziamento” spiegano. “È verosimile che un gruppo critico nel guidare l’epidemia sia costituito da giovani e giovani adulti (classi di età da 15 a 30 anni) che tengono comportamenti non sicuri. Questo implica che l’epidemia ha, nelle condizioni odierne, molto spazio per crescere perché a rischio ci sono anche i genitori (e i nonni) di questi giovani. Nelle famiglie l’uso di dispositivi di protezione è molto problematico”.
Una seconda priorità è quella di sostenere e rinforzare la capacità di individuazione degli infetti, inclusi gli asintomatici, sul territorio. In questa situazione la tempestività è cruciale e il ritardo nella identificazione dei casi è anche dovuto ai tempi di attesa e di esecuzione dei tamponi molecolari. Per la diagnostica di casi con sintomi che devono essere trattati è irrinunciabile effettuare il tampone molecolare che ha la qualità diagnostica più alta, ma per tutte le altre condizioni stanno diventando necessari i test antigenici con risposta in 15 minuti. Il test rapido antigenico va riservato come test di primo livello per i sospetti con sintomatologia non chiaramente COVID-specifica e come esame di primo livello, laddove sia possibile, nei contatti.
La diagnosi differenziale
Come distinguere le situazioni più sospette, soprattutto nelle sindromi lievi con obiettività indifferente, che necessitano di tampone? Questo è il punto critico. Se il medico tende a fidarsi di indizi deboli (solo febbre a 37.5 o un po’ di tosse), segnalerà molte persone, intaserà i laboratori, avrà indotto moltissimi test che risulteranno poi negativi; al contrario il medico che abbia l’atteggiamento opposto tenderà a segnalare poche persone con sintomi significativi, che risulteranno quasi sicuramente positive al tampone, lasciandosi però sfuggire molti tra i casi pauci-sintomatici.
In apparenza le diverse patologie virali delle vie aeree hanno in comune quasi tutti i sintomi, rendendo difficile di primo acchito la diagnosi differenziale. In realtà non è esattamente così e alcuni studi hanno cercato di definire se il riscontro di un certo sintomo o segno, o la loro associazione, segnali una maggiore probabilità della presenza della infezione da SARS-Cov-2. Secondo il documento di AIE, possiamo stabilire tre categorie:
i pazienti che hanno probabilmente COVID-19 e richiedono un tampone molecolare immediato. Come ormai sappiamo, nel COVID-19 vi è un sintomo quasi patognomonico, ed è l’anosmia-disgeusia. Questa risulta presente in circa il 50% dei pazienti positivi e assente nel 97% dei pazienti negativi. Altri sintomi che correlano maggiormente con COVID-19 nei primi giorni di malattia, oltre alla tosse, sono quelli più generici come il dolore muscolare, il malessere generale, la cefalea, la febbre, l’astenia. Dispnea e fiato corto diventano significative man mano che aumenta la severità della malattia.
Il medico, nel decidere se segnalare un paziente per l’effettuazione del tampone, tiene anche conto, oltre che dei sintomi, di altre informazioni anamnestiche, inerenti alla probabilità della persona di essere stata contagiata (viene da una situazione ad alta prevalenza della malattia? svolge una professione a rischio? ricorda contatti con soggetti positivi o malati ) e al rischio individuale legato all’età alle co-morbidità. Per prescrivere il test, il medico non dovrebbe basarsi su indizi blandi, con una probabilità di malattia bassa, ma far conto su sintomi e segni più specifici di COVID-19 e maggiormente predittivi, come la triade anosmia/ageusia, febbre e tosse persistente.
La seconda categoria è quella intermedia (incerta o “area grigia”), in cui non vi è la triade anosmia/ageusia, febbre e tosse persistente, ma un’associazione meno predittiva di sintomi insieme a un’anamnesi positiva per i fattori di rischio (co-morbidità). Queste sono le situazioni in cui effettuare il test antigenico.
Infine, c’è l’area degli assistiti in cui ci si sente di escludere COVID-19, come la presenza di un solo sintomo o sintomi aspecifici senza fattori di rischio presenti (co-morbidità). In questi si può non prescrivere alcun test.
Il coordinamento e la gestione
Da un’indagine eseguita dall’Istituto superiore di sanità sui professionisti che lavorano nei Dipartimenti di Prevenzione di Regioni diverse (Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna, Lazio, Calabria) emerge anche il ruolo essenziale dell’organizzazione del lavoro sul territorio.
Secondo la loro esperienza, è essenziale lavorare in équipe multidisciplinari e promuovere la conoscenza e lo scambio tra gruppi di lavoro diversi. È altrettanto fondamentale favorire la costituzione di un gruppo di coordinamento e di un sistema di comunicazione continuo che possa facilitare la collaborazione e l’integrazione e quindi sostenere l’operatività, attraverso la messa in atto delle azioni programmate. La mancanza di coordinamento e di un sistema di comunicazione organico può contribuire ad accrescere le problematiche di tipo organizzativo che possono generare incomprensioni, insoddisfazione e sfiducia tra gli operatori stessi ed essere percepiti dal cittadino come inefficienza del sistema.
“Nella fase di piena emergenza si sono chiariti anche alcuni aspetti procedurali riguardanti il flusso delle informazioni: è emerso che per facilitare la gestione e il ritorno delle informazioni è meglio non attivare più flussi informativi per uno stesso target, utilizzando mezzi di comunicazione diversi (e-mail, telefono, siti web)” affermava l’ISS in un documento di fine settembre, appena prima che il ritorno dell’emergenza rendesse questo consiglio ancora più importante. Nella comunicazione con i cittadini, passare attraverso i medici di medicina generale può essere un modo efficace, sia per selezionare le richieste sia per diffondere informazioni validate.
Essenziale è anche il potenziamento delle dotazioni tecnologiche per poter disporre di un sistema informatizzato e integrato, per mettere in rete dati clinici e di laboratorio e per attivare una rapida comunicazione tra figure professionali e contesti diversi (laboratori, MMG e ASL/AST).
Infine, le condizioni e il carico di lavoro durante l’emergenza, la difficoltà a fronteggiare problemi complessi, la paura del contagio e la stanchezza dovuta alla carenza di risorse umane, la scarsità di mezzi, strumenti e strategie, la necessità di rimodulare più volte l’organizzazione in base al numero di casi crescente e alle esigenze gestionali, hanno contribuito a generare stress tra gli operatori
Tale situazione, che riguarda operatori ma anche i cittadini suggerisce la necessità di rafforzare sul territorio i servizi di psicologia e di salute mentale, affinché abbiano un ruolo attivo in un’ottica di promozione della salute.