Sondaggio nazionale Associazione Women In Surgery Italia
Egregio Presidente,
Egregi Membri del Consiglio Direttivo,
scriviamo a nome e per conto dell'Associazione Women In Surgery Italia, associazione nazionale di Chirurghe, per promuovere la diffusione di un sondaggio il cui obiettivo è indagare la formazione, il lavoro, l'equilibrio vita - lavoro e la soddisfazione delle chirurghe di tutte le specialità. E' la prima volta che un questionario simile viene proposto alle chirurghe italiane.
Siamo felici e onorate di segnalarvi che la FNOMCeO ha sostenuto l'iniziativa, pubblicando l'invito a compilare il questionario sul sito nazionale https://portale.fnomceo.it/lassociazione-women-in-surgery-italia-promuove-un-sondaggio-rivolto-a-tutte-le-chirurghe-italiane/ così come, sui rispettivi siti web e social network, gli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Brescia, di Catania e di Napoli, che ringraziamo sentitamente.
Vi chiediamo gentilmente di unirvi a loro e a diffondere il questionario tra i vostri iscritti, per permetterci di rilevare l'opinione di tutte le Colleghe.
Qui di seguito trovate il link del questionario per la diffusione diretta: https://is.gd/womeninsurgery20
Speranzose nella vostra gentile collaborazione, restiamo a disposizione per qualsiasi chiarimento a riguardo.
Cordiali saluti,
Gaya Spolverato, Medico Chirurgo, Presidente di Women In Surgery Italia
Daunia Verdi, Medico Chirurgo, Vicepresidente di Women In Surgery Italia
Daniela Lucidi, Medico Chirurgo
Sara Parini, Medico Chirurgo
Covid: scala a punti per le cure a casa. Linee guida per Mmg
(da DottNet) Sarà una scala a punti a definire lo stato del paziente Covid gestito al domicilio dal medico di famiglia: basata su precisi parametri, consentirà di dividere i pazienti in tre categorie di rischio. La novità è prevista nella circolare del ministero della Salute (https://www.trovanorme.salute.gov.it/norme/renderNormsanPdf?anno=2020&codLeg=77456&parte=1%20&serie=null) pubblicata oggi, per la 'gestione domiciliare dei pazienti con infezione da SarsCov2', che fornisce a medici e pediatri delle linee guida per la cura a casa di questi pazienti, dai farmaci da utilizzare all'indicazione delle situazioni in cui si raccomanda una visita diretta da parte del medico.
Le raccomandazioni si riferiscono alla gestione farmacologica in ambito domiciliare dei casi lievi di Covid-19 e si applicano sia ai casi confermati sia a quelli probabili. Ad oggi i pazienti Covid al domicilio hanno superato quota 750mila. Un ruolo importante avrà dunque la nuova scala: definita Mews (Modified early warning score), servirà a quantificare la gravità del quadro clinico del paziente Covid al domicilio e la sua evoluzione. L'instabilità clinica è correlata nella scala all'alterazione dei parametri fisiologici (pressione arteriosa, frequenza cardiaca, frequenza respiratoria, temperatura, livello di coscienza, saturazione di ossigeno) e permette di identificare il rischio di un rapido peggioramento clinico o di morte. Attraverso la scala Mews, i pazienti vengono quindi stratificati in 3 gruppi di rischio: basso/stabile (score 0-2); medio/instabile (score 3-4); alto/critico (score 5).
La valutazione dei parametri "al momento della diagnosi di infezione e il monitoraggio quotidiano, anche attraverso approccio telefonico, soprattutto nei pazienti sintomatici lievi è fondamentale poiché - si legge nella circolare - circa il 10-15% dei casi lievi progredisce verso forme severe". Precise le indicazioni su come gestire la cura a casa: misurazione periodica della saturazione dell'ossigeno (che non deve essere sotto il 92%) tramite saturimetri, trattamenti sintomatici (paracetamolo), appropriate idratazione e nutrizione e l'avvertenza di non modificare terapie croniche in atto per altre patologie, in quanto si rischierebbe di provocare aggravamenti di condizioni preesistenti.
Rispetto ai farmaci cui fare riferimento, si raccomanda di non utilizzare routinariamente corticosteroidi (raccomandati solo nei soggetti gravi che necessitano di supplementazione di ossigeno); non utilizzare eparina (l'uso è indicato solo nei soggetti immobilizzati per l'infezione in atto); non utilizzare antibiotici (il loro eventuale uso è da riservare solo in presenza di sintomatologia febbrile persistente per oltre 72 ore o ogni qualvolta in cui il quadro clinico ponga il fondato sospetto di una sovrapposizione batterica). Si indica inoltre di non utilizzare idrossiclorochina, "la cui efficacia non è stata confermata in alcuno degli studi clinici fino ad ora condotti". Si raccomanda anche di non somministrare farmaci mediante aerosol se in isolamento con altri conviventi per il rischio di diffusione del virus nell'ambiente.
La circolare sottolinea poi che "non esistono, ad oggi, evidenze solide di efficacia di supplementi vitaminici e integratori alimentari (ad esempio vitamine, inclusa vitamina D, lattoferrina, quercitina), il cui utilizzo per questa indicazione non è, quindi, raccomandato". Per gestire il paziente, si sottolinea, fondamentale è la collaborazione con le Unità speciali di continuità assistenziale Usca che effettuano l'assistenza al domicilio. Tuttavia, afferma la circolare, nelle situazioni di aggravamento del paziente è "largamente raccomandabile che, in presenza di adeguata fornitura di dispositivi di protezione individuale, i medici e i pediatri, anche integrati nelle Usca, possano garantire una diretta valutazione dell'assistito attraverso l'esecuzione di visite domiciliari".
I dettagli del documento
Definizione di paziente a basso rischio. “I pazienti a basso rischio sono definiti dall’assenza di fattori di rischio aumentato (ad esempio patologie neoplastiche o immunodepressione) e sulla base delle seguenti caratteristiche:
• sintomatologia simil-influenzale (ad esempio rinite, tosse senza difficoltà respiratoria, mialgie, cefalea);
• assenza di dispnea e tachipnea (documentando ogni qualvolta possibile la presenza di una SpO2 > 92%);
• febbre £38 °C o >38°C da meno di 72 ore;
• sintomi gastro-enterici (in assenza di disidratazione e/o plurime scariche diarroiche);
• astenia, ageusia / disgeusia / anosmia.”
Il saturimetro.“Il monitoraggio delle condizioni cliniche e della saturazione dell’ossigeno andrà proseguito nel soggetto infettato da SARS-CoV-2 per tutta la durata dell’isolamento domiciliare – dispone la circolare - , in rapporto alle condizioni cliniche e all’organizzazione territoriale. Il paziente dovrà essere istruito sulla necessità di comunicare una variazione dei parametri rispetto al baseline e, in particolare, dovrà comunicare valori di saturazione di ossigeno inferiori al 92%. Qualora venga esclusa la necessità di ospedalizzazione, potrà essere attivata, con tutte le valutazioni prudenziali di fattibilità del caso, la fornitura di ossigenoterapia domiciliare”.
Le indicazioni. In particolare, nei soggetti a domicilio asintomatici o paucisintomatici, sulla base delle informazioni e dei dati attualmente disponibili, si forniscono le seguenti indicazioni di gestione clinica:
• vigile attesa;
• misurazione periodica della saturazione dell’ossigeno tramite pulsossimetria;
• trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo);
• appropriate idratazione e nutrizione;
• non modificare terapie croniche in atto per altre patologie (es. terapie antiipertensive, ipolipemizzanti, anticoagulanti o antiaggreganti), in quanto si rischierebbe di provocare aggravamenti di condizioni preesistenti;
• i soggetti in trattamento immunosoppressivo cronico in ragione di un precedente trapianto di organo solido piuttosto che per malattie a patogenesi immunomediata, potranno proseguire il trattamento farmacologico in corso a meno di diversa indicazione da parte dello specialista curante; • non utilizzare routinariamente corticosteroidi;
• l’uso dei corticosteroidi è raccomandato nei soggetti con malattia COVID-19 grave che necessitano di supplementazione di ossigeno. L’impiego di tali farmaci a domicilio può essere considerato solo in quei pazienti il cui quadro clinico non migliora entro le 72 ore, in presenza di un peggioramento dei parametri pulsossimetrici che richieda l’ossigenoterapia;
• non utilizzare eparina. L’uso di tale farmaco è indicato solo nei soggetti immobilizzati per l’infezione in atto;
• non utilizzare antibiotici. Il loro eventuale uso è da riservare solo in presenza di sintomatologia febbrile persistente per oltre 72 ore o ogni qualvolta in cui il quadro clinico ponga il fondato sospetto di una sovrapposizione batterica, o, infine, quando l’infezione batterica è dimostrata da un esame microbiologico;
• non utilizzare idrossiclorochina la cui efficacia non è stata confermata in nessuno degli studi clinici controllati fino ad ora condotti;
• non somministrare farmaci mediante aerosol se in isolamento con altri conviventi per il rischio di diffusione del virus nell’ambiente.
Obesità, per l’Italia numeri in continua crescita
(da Nutrienti e Supplementi) In Italia sovrappeso e obesità interessano un adulto su due, con un aumento di incidenza del 30 per cento nell’arco degli ultimi 30 anni. La prevalenza cresce al crescere dell’età, tanto che se l’eccesso di peso riguarda un minore su quattro, la quota quasi raddoppia tra gli adulti, raggiungendo il 46,1 per cento tra le persone di 18 anni e oltre. Questi alcuni dei dati della seconda edizione dell’Italian obesity barometer, report realizzato in collaborazione con Istat, con il contributo di Novo Nordisk, e presentata nei giorni scorsi a Roma dall’Italian barometer diabetes observatory (Ibdo) foundation. Secondo il report, la prevalenza maggiore si riscontra in entrambi i generi nella classe 65-74 anni (61,1 per cento) e, mentre la maggioranza degli uomini presenta un eccesso ponderale già a partire dai 45 anni, per le donne ciò si verifica dopo i 65.
Analizzando i fattori socio-culturali, il rapporto mette in luce un elemento sin qui poco noto: la relazione tra l’eccesso di peso e il luogo di origine dell’individuo. Esiste infatti un legame con aspetti influenti, come, per esempio, il rapporto con il cibo o l’adozione di modelli alimentari e stili di vita acquisiti e radicati nella zona di nascita prima di diventare adulti, tanto che nelle regioni del centro-nord le prevalenze dell’eccesso di peso delle persone nate nel Mezzogiorno sono superiori al dato medio regionale. Per esempio, in Piemonte dove oltre il 15 per cento degli adulti residenti ha dichiarato di essere nato in una regione del Mezzogiorno, l’eccesso ponderale delle persone che sono migrate è più elevato del 30 per cento rispetto al dato medio piemontese. Viceversa, nelle regioni del Mezzogiorno, sebbene le prevalenze siano riferite a un campione molto più ristretto per la minore consistenza delle migrazioni da nord a sud, le prevalenze delle persone nate al centro-nord si collocano sempre al di sotto della media regionale. L’Italia, inoltre, pur presentando livelli di obesità e sovrappeso meno allarmanti rispetto agli altri paesi europei, registra un aumento dell’incidenza di sovrappeso e obesità del 30 per cento negli ultimi 30 anni, di cui solo un terzo attribuibile all’invecchiamento della popolazione.
“L’obesità è una patologia cronica multifattoriale che richiede una gestione di lungo termine”, dice Paolo Sbraccia, vicepresidente Ibdo Foundation e docente di Medicina interna all’Università di Roma Tor Vergata. “Spesso viene considerata come responsabilità del singolo, una scelta di stile di vita dovuta a una scarsa auto-disciplina e a una mancanza di motivazione. Questa convinzione, fortemente presente nell’opinione pubblica, è presente anche negli operatori sanitari, individuati come la seconda fonte più frequente di stigma dopo i familiari. Il pregiudizio sul peso tra gli operatori sanitari impedisce il rapporto emozionale con i pazienti, aspetto che può portare alla mancanza di diagnosi e di sostegno e, di conseguenza, a un efficace intervento per la gestione del peso. La barriera a una cura efficace non è solo conseguenza dello stigma. Per le persone con eccesso di peso, la stigmatizzazione è associata a una maggiore sofferenza psicologica e a un’obesità più grave”.
Così conclude Andrea Lenzi, presidente del Comitato nazionale per la biosicurezza, le biotecnologie e le scienze della vita della presidenza del Consiglio dei ministri: “Per affrontare e vincere la sfida contro l’obesità, i cui costi relativi a livello globale sono in aumento e sovrapponibili a quelli derivati dalle guerre, dal terrorismo e all’uso delle armi, non è più possibile continuare ad agire a silos, dove ognuno è depositario di un pezzo della cosiddetta verità. È necessario passare dalla creazione di network virtuali a quello di network virtuosi, in grado di integrare saperi e competenze, dove le Istituzioni debbono colloquiare con i clinici e le Università, con il tessuto sociale e con l’industria in un modello moderno di cross-sector partnership”.
Analizzando i fattori socio-culturali, il rapporto mette in luce un elemento sin qui poco noto: la relazione tra l’eccesso di peso e il luogo di origine dell’individuo. Esiste infatti un legame con aspetti influenti, come, per esempio, il rapporto con il cibo o l’adozione di modelli alimentari e stili di vita acquisiti e radicati nella zona di nascita prima di diventare adulti, tanto che nelle regioni del centro-nord le prevalenze dell’eccesso di peso delle persone nate nel Mezzogiorno sono superiori al dato medio regionale. Per esempio, in Piemonte dove oltre il 15 per cento degli adulti residenti ha dichiarato di essere nato in una regione del Mezzogiorno, l’eccesso ponderale delle persone che sono migrate è più elevato del 30 per cento rispetto al dato medio piemontese. Viceversa, nelle regioni del Mezzogiorno, sebbene le prevalenze siano riferite a un campione molto più ristretto per la minore consistenza delle migrazioni da nord a sud, le prevalenze delle persone nate al centro-nord si collocano sempre al di sotto della media regionale. L’Italia, inoltre, pur presentando livelli di obesità e sovrappeso meno allarmanti rispetto agli altri paesi europei, registra un aumento dell’incidenza di sovrappeso e obesità del 30 per cento negli ultimi 30 anni, di cui solo un terzo attribuibile all’invecchiamento della popolazione.
“L’obesità è una patologia cronica multifattoriale che richiede una gestione di lungo termine”, dice Paolo Sbraccia, vicepresidente Ibdo Foundation e docente di Medicina interna all’Università di Roma Tor Vergata. “Spesso viene considerata come responsabilità del singolo, una scelta di stile di vita dovuta a una scarsa auto-disciplina e a una mancanza di motivazione. Questa convinzione, fortemente presente nell’opinione pubblica, è presente anche negli operatori sanitari, individuati come la seconda fonte più frequente di stigma dopo i familiari. Il pregiudizio sul peso tra gli operatori sanitari impedisce il rapporto emozionale con i pazienti, aspetto che può portare alla mancanza di diagnosi e di sostegno e, di conseguenza, a un efficace intervento per la gestione del peso. La barriera a una cura efficace non è solo conseguenza dello stigma. Per le persone con eccesso di peso, la stigmatizzazione è associata a una maggiore sofferenza psicologica e a un’obesità più grave”.
Così conclude Andrea Lenzi, presidente del Comitato nazionale per la biosicurezza, le biotecnologie e le scienze della vita della presidenza del Consiglio dei ministri: “Per affrontare e vincere la sfida contro l’obesità, i cui costi relativi a livello globale sono in aumento e sovrapponibili a quelli derivati dalle guerre, dal terrorismo e all’uso delle armi, non è più possibile continuare ad agire a silos, dove ognuno è depositario di un pezzo della cosiddetta verità. È necessario passare dalla creazione di network virtuali a quello di network virtuosi, in grado di integrare saperi e competenze, dove le Istituzioni debbono colloquiare con i clinici e le Università, con il tessuto sociale e con l’industria in un modello moderno di cross-sector partnership”.
Non consegna documentazione della cura al paziente: sanzionato dall’Ordine
(da Odontoiatria33) L’iscritto all’Ordine è tenuto a consegnare documentazione delle cure effettuate al paziente, anche se non vi è l’obbligo di tenuta della cartella clinica per i liberi professionisti. A sostenerlo è la CCEPS intervenuta ad esprimersi sul ricorso presentato da un iscritto all’Albo degli Odontoiatri di Cosenza, sospeso per un mese per non aver consegnato al paziente la documentazione che attestava le cure rese. Iscritto che ammetteva di non aver prodotto nessuna documentazione e per questo non poteva consegnarla. Una circolare FNOMCeO del 2013, per il ricorrente, solleverebbe gli studi libero professionali dall'obbligo di conservare la documentazione medica dei pazienti.
In realtà, secondo quanto FNOMCeO ha risposto alla CAO Cosenza e riportato nella sentenza, “non si può negare l'esistenza di un obbligo a carico degli iscritti agli Albi di tenere e porre a disposizione a chi ne abbia titolo la documentazione clinica della persona assistita. Naturalmente, il ripetuto obbligo non riguarda la cartella clinica, atto pubblico costituente elemento di fede privilegiata che, in quanto tale, deve essere conservata soltanto dalle strutture pubbliche e convenzionate”.
CCEPS che ritiene, quindi, che sia fondata la contestazione della CAO di Cosenza concernente il mancato rispetto delle disposizioni deontologiche in materia di tenuta della documentazione relativa ai pazienti in cura presso i liberi professionisti. CCEPS che conferma la violazione degli articoli Artt. 1, 2 ,24 e 25 del Codice di deontologia medica, sanzionando l’iscritto con un mese di sospensione dall’iscrizione all’Albo.
COVID-19 e Uso della Mascherina: come rispondere alle domande dei pazienti
(da Univadis) Dato che non ci sono prove sul fatto che le mascherine di stoffa causino danni nei soggetti adulti sani, è plausibile affermare che rappresentano un livello di protezione essenziale nel contrasto alla pandemia da SARS-CoV-2, da utilizzare insieme alle distanze sociali e al lavaggio frequente delle mani (1). Le aree dove si è tenuto conto di tali consigli e implementato l'uso di mascherine hanno registrato un calo di nuovi casi quotidiani, mentre le aree con misure di allontanamento sociale da sole no (2). Il messaggio sulle indicazioni attuali è che le mascherine facciali aderenti a 2-3 strati dovrebbero essere indossate sempre in pubblico come ulteriore livello di protezione, anche quando è possibile il distanziamento sociale, ma è condizione comune della pratica clinica trovarsi di fronte a pazienti scettici sull’uso delle mascherine, con dubbi sulle modalità di impiego o sulla loro efficacia. Un articolo di revisione della letteratura (1) descrive vari scenari con risposte adeguate alle domande dei pazienti, basate su prove di evidenza, centrate sulla prudenza e non allarmanti.
Domanda (D) : Non sono malato, perché devo indossare la mascherina?
Risposta (R):Più di un terzo delle persone infette non è consapevole di essere portatore del virus e non sviluppa mai sintomi che giustificano il test. Indossando una mascherina, la persona protegge gli altri.
Prove (P): Il CDC (Center for Disease Control and Prevention) stima che circa il 40% degli individui infetti non manifesti sintomi evidenti e potrebbe contribuire alla significativa diffusione della malattia a loro insaputa. L'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha dichiarato che i pazienti hanno livelli rilevabili di SARS-CoV-2 RNA da 1 a 3 giorni prima della comparsa dei sintomi. Utilizzando tamponi faringei per quantificare la carica virale e le informazioni sull'insorgenza dei sintomi si stima che il picco di infettività sia 1-2 giorni prima della comparsa dei sintomi. Gli individui diffondono il virus da 5 a 6 giorni prima dell'insorgenza dei sintomi e che la trasmissione pre-sintomatica totale è del 44% (CI, 30-57%).
D: Ho letto che le mascherine non funzionano e che alcuni studi hanno evidenziato problemi legati alle mascherine di stoffa in operatori sanitari. Perché allora dovrebbero usarle le persone comuni?
R: Le mascherine di stoffa proteggono le altre persone da te, riducendo il numero di goccioline che potresti rilasciare in uno spazio aereo condiviso quando respiri, parli, tossisci o starnutisci. Forniscono un ulteriore livello di protezione complementare al distacco sociale e al lavaggio delle mani. Ci sono prove a sostegno di un vantaggio per le mascherine di stoffa nel ridurre il carico della pandemia COVID-19, mentre le mascherine non sono state altrettanto efficaci per altri virus respiratori. Le mascherine medico/chirurgiche hanno un ruolo diverso. La struttura e l'uso corretto di una mascherina medica può aiutare a proteggere il medico dai propri pazienti in modo più efficace rispetto a una mascherina in tessuto.
P: L'efficacia delle mascherine sia nella comunità che nelle strutture sanitarie è stata ampiamente rivista (3) e confermata indicando un vantaggio per la ridotta trasmissione di SARS-CoV-1 o MERS-CoV-1, ma nessun effetto per l'influenza, malattia simil-influenzale, o altre malattie respiratorie virali. Per SARS-CoV-2 studi osservazionali hanno mostrato una diminuzionedei casi in seguito all'implementazione dell’uso. Per il personale sanitario uno studio ha mostrato che c'erano tassi significativamente più alti di infezioni respiratorie (malattia respiratoria clinica, malattia simile all'influenza e infezione da virus respiratorio confermata in laboratorio) tra i professionisti randomizzati a un braccio con mascherina di stoffa rispetto alle mascherine chirurgiche. Va segnalato che il braccio di controllo (pratica abituale) includeva l'uso di mascherine mediche. Pertanto, non è possibile trarre conclusioni sul fatto che una mascherina in tessuto fornisca o meno un livello di protezione rispetto a nessuna mascherina.
D: Se sono in un ambiente chiuso, a 2 metri di distanza da qualcuno, devo indossare una mascherina?
R: Sì, idealmente dovresti indossare una mascherina anche se sei in grado di mantenere una distanza di 1,8 m. La distanza di 1,8 m è la "stima migliore" per quanto si diffondono le goccioline respiratorie. Ci sono prove di diffusione attraverso aerosol che possono viaggiare molto più lontano delle goccioline e rimanere in sospensione in aria per un periodo di tempo più lungo e possono accumularsi in uno spazio chiuso. Le distanze sociali e il lavaggio delle mani non proteggono dalla trasmissione per via aerea, le mascherine sì.
P: E’ stato dimostrato che le particelle respiratorie portatrici di patogeni derivanti da esalazioni, tosse e starnuti possono viaggiare fino a 8 metri in "nuvole di gas turbolente ": Particelle respiratorie di una tosse simulata viaggiavano fino a 3 metri e mezzo in 50 secondi. Un fazzoletto piegato ha ridotto il getto a circa 90 cm. Una mascherina in tessuto a due strati cucita in casa ha ridotto la distanza a meno di 8 cm. L'OMS e il CDC definiscono le particelle respiratorie maggiori di 5 μm come goccioline e inferiori a 5 μm come aerosol, mentre altri definiscono gli aerosol di 10 o 20 μm in base alla capacità di queste particelle respiratorie di rimanere nell'aria (trasportate all'interno di "nuvole di gas turbolente ”) Mentre le goccioline più grandi tipicamente cadono a terra entro il raggio di 1,8 metri. E’ stato riscontrato che SARS-CoV-2 rimane vitale e infettivo negli aerosol per 3 ore. Bastano poche centinaia di particelle di SARS-CoV-2 per causare la malattia. Si stima che: un minuto di conversazione ad alta voce generi almeno 1000 aerosol contenenti virus che rimangono nell'aria per più di 8 minuti; la probabilità che una data gocciolina contenga una particella SARS-CoV-2 sia del 37%; un minuto di conversazione ad alta voce possa essere sufficiente per causare un'infezione virale oltre i 2 metri di distanza. Una recente revisione sistematica di 9 studi osservazionali ha determinato una probabilità dell'8-12% di infezione virale a 1 m e il rischio viene dimezzato a ogni metro aggiuntivo di distanza. Tuttavia, in un ambiente chiuso, è probabile che gli aerosol si accumulino e viaggino più lontano di 1,8 m.
D: Cosa posso usare come filtro per la mia mascherina e potrei provare con più filtri?
R: Indossare una mascherina con 2-3 strati e senza spazi vuoti, insieme al distanziamento e al lavaggio delle mani, ottimizza la traspirabilità pur offrendo prestazioni di filtraggio sufficienti per ridurre il rischio di trasmissione senza la necessità di un filtro aggiuntivo.
P: La stratificazione dei tessuti migliora la filtrazione. Studi condotti in ambiente sperimentale hanno dimostrato un'eccellente filtrazione delle goccioline quando i tessuti sono stratificati. Un doppio strato riduce del 97,2%. il numero di goccioline che lo passano. Dato che il diametro di SARS-CoV-2 è di circa 0,1 μm, una possibile obiezione alle mascherine di stoffa è che il virus sia troppo piccolo per essere bloccato dal tessuto. Le particelle respiratorie (goccioline e aerosol) generate da un colpo di tosse o da uno starnuto hanno una dimensione di 0,1–900 μm e gli aerosol prodotti dalla normale conversazione o respirazione sono <1 μm. Un singolo strato di cotone al 100% è in grado di bloccare fino al 70% delle nano-particelle contenute in goccioline ad alta velocità, mentre un doppio strato bloccato oltre il 94% e 3 strati bloccati> 98%, che ha prestazioni simili a una mascherina medica . Allo stesso modo, il 94% delle goccioline a bassa velocità è bloccato con uno o due strati di cotone al 100%. Tutto quanto suggerisce che una mascherina a strati funziona abbastanza bene da ridurre la diffusione della malattia in ambiente della comunità senza la necessità di un filtro aggiuntivo.
D: Devo indossare una mascherina quando passeggio all’aperto?
R: Il virus in aerosol viene rapidamente diluito all'aperto anche se può rimanere nell'aria. A seconda di dove si stà camminando, si potrebbe comunque indossare una mascherina per ridurre ulteriormente il rischio per gli altri.
P: In uno spazio esterno, gli aerosol sono rapidamente diluiti, riducendo così l'esposizione durante l'attività all'aperto e che rende improbabile a venire a contatto con un alto carico virale sufficiente a causa di malattia. Tuttavia, è importante notare che, nelle aree ad alto inquinamento, può ancora verificarsi l'accumulo di virus all'aperto.
D: Indossare una mascherina è malsano? Non sto respirando aria con un contenuto di anidride carbonica alto e povera di ossigeno?
R: È improbabile che indossare una mascherina modifichi i livelli di ossigeno o anidride carbonica, ma il nostro corpo umano è in grado di affrontare l'anidride carbonica se necessario. Ad esempio, chirurghi, infermieri e altro personale medico indossano mascherine per procedure che durano più di 8 ore e sono in grado di esercitare per molti anni senza subire effetti dannosi dall'anidride carbonica.
P: Attualmente non ci sono studi clinici pubblicati per valutare se le mascherine in tessuto aumentano o meno il rischio di ipercapnia, in adulti normali e sani. Il diametro cinetico della CO 2 è di 330 picometri (3,3 × 10 −6 μm), molto più piccolo della trama delle maschere di stoffa; quindi, l'ipercapnia con l'uso di mascherine in tessuto è estremamente improbabile. Lo stesso vale per l’ossigeo,che ha un diametro cinetico di 346 picometri; è quindi verosimile che lo scambio di CO 2 e O 2 non venga influenzato dall'uso di mascherine di stoffa
D: Perché dovrei indossare una mascherina in auto, quando sono solo?
R: Dipende da quanto il viaggio sia tra commissioni o appuntamenti. Ossia una condizione che porta a togliere e mettere più volte la mascherina. Non toccare o regolare frequentemente la mascherina significa meno possibilità di trasferire il virus tramite contatto, se fosse presente. Prima di indossare o rimuovere la maschera, è opportuno lavarsi le mani correttamente con acqua e sapone per 20 secondi.
P: SARS-CoV-2 ha dimostrato di essere vitale sulle superfici per giorni (sebbene l'emivita sia di poche ore) a seconda della superficie.
D: Quanto spesso và cambiata e pulita la mascherina? Togliere e mettere la mascherina ne compromette l’efficacia?
R: Si dovrebbe usare una mascherina pulita ogni giorno o se si sporca o si inumidisce. Le mascherine possono essere lavate nel bucato normale o con una soluzione di candeggina. Se è necessario rimuovere la mascherina durante il giorno, è necessario seguire la tecnica corretta per rimuoverla e rimetterla, insieme a una corretta igiene delle mani. Più si tocca e si aggiusta una mascherina, maggiori sono le possibilità di contaminazione.
P: Il sapone normale è un mezzo efficace per disattivare SARS-CoV-2. In caso di lavaggio a mano, il CDC consiglia di utilizzare candeggina destinata alla disinfezione e contiene ipoclorito di sodio dal 5,25 all'8,25%. Mescolare 5 cucchiai di candeggina per litro d'acqua e lascia la mascherina in ammollo per 5 minuti. Assicurarsi che la mascherina sia completamente asciutta prima dell'uso.
D: I raggi ultravioletti della luce solare uccidono il virus?
R: No, i raggi UVA e UVB che raggiungono la terra non hanno mostrato alcun effetto su SARS-CoV-2. Alcuni studi hanno dimostrato che i raggi UVC disattivano SARS-CoV-2, ma sono assorbiti dallo strato di ozono e non raggiungono la superficie terrestre.
P: La capacità di ridurre la trasmissione di SARS-CoV-2 delle alte temperature e delle radiazioni UV si basa su dati disponibili inconcludenti fino a quando non saranno disponibili dati annuali. In condizioni di laboratorio, solo i raggi UVC, che sono completamente assorbiti dallo strato di ozono, hanno dimostrato di disinfettare SARS-CoV-2 e SARS-CoV-1
D: In ufficio con ventilazione ad aria condizionata, devo indossare una mascherina?
R: No. La quantità di goccioline contenenti particelle virali probabilmente non sarebbe sufficientemente concentrata da causare malattie. Tuttavia, è consigliabile attenersi alle indicazioni dei protocolli della propria azienda.
P: Alcuni studi hanno rilevato la presenza di SARS-CoV-2 RNA in campioni d'aria, compreso lo sfiato di scarico dell’aria condizionata, ma questi studi non erano quantitativi e non sono stati in grado di determinare la vitalità del virus. E’ dimostrato che il rischio di trasmissione aerea è più elevato in spazi interni con scarsa ventilazione.
(1. Martinez JA, et al. Patient Questions Surrounding Mask Use for Prevention of COVID-19 and Physician Answers from an Evidence-Based Perspective: a Narrative Review J Gen Intern Med. 2020;1-6. doi:10.1007/s11606-020-06324-w
2. Van Dyke Me et al Trend in County-Level COVID-19 Incidence in COunties With and Without a Mask Mandate - Kansas, June 1-August 23, 2020. MMRW Morb Mortal Wkly Rep. ePub: 20 November 2020
3. Chou R, et al. Masks for prevention of respiratory virus infections, including SARS-CoV-2, in health care and community settings: a living rapid review. Ann Intern Med. 2020. 10.7326/M20-3213)
Studio argentino: la terapia al plasma non riduce la mortalità da Covid
(da DottNet) L'utilizzo del cosiddetto plasma iperimmune, quello cioè ottenuto dai pazienti guariti da Covid-19, non sembra avere effetti sul decorso della malattia quando viene usato come trattamento per la malattia. Lo affermano i risultati di un test condotto in Argentina pubblicati dal 'New England Journal of Medicine'. I ricercatori del consorzio PlasmaAr hanno selezionato 228 pazienti, assegnandoli random al trattamento con il plasma o a un placebo. Dopo un mese non sono state notate differenze significative negli esiti della malattia, con la mortalità che è risultata del 10.96% nel gruppo trattato e dell'11,43% nell'altro, mentre gli eventi avversi, sia lievi che gravi, sono risultati simili nei due gruppi. "Nel nostro test - scrivono gli autori nelle conclusioni - l'uso del plasma da convalescente insieme ai trattamenti standard i pazienti con polmonite grave dovuta a Covid-19 non riduce la mortalità o migliora gli esiti clinici dopo 30 giorni rispetto al placebo. Crediamo che l'uso di questa terapia come standard nelle cure di questo tipo di pazienti debba essere rivalutato. Studi ulteriori sul tema dovrebbero essere diretti ad altre popolazioni o ad interventi diversi, come l'uso di immunoglobuline endovena o di anticorpi monoclonali". Il plasma iperimmune viene raccolto e utilizzato anche in Italia, dove sono in corso diversi studi di cui uno nazionale sull'efficacia. Al momento, afferma l'ultimo monitoraggio del Centro Nazionale sangue datato 19 novembre, nel paese ci sono 4.325 sub-unità di plasma iperimmune donato da pazienti guariti dal Covid-19, raccolto da 134 servizi trasfusionali distribuiti su tutto il territorio nazionale.
Certificati INPS Covid-relati – aggiornamento
La scorsa settimana erano comparse sulla stampa medica on line notizie su nuovi codici da apporre sulle certificazioni INPS emesse per casi in relazione alla pandemia da Covid-19 (per intenderci i vari V07, V29.0 etc etc) Abbiamo chiesto chiarimenti al riguardo alla Dott.ssa Maria Cristina Masarà, Responsabile U.O.S. INPS di Bologna, che ci ha risposto in questo modo:
nei certificati afferenti al Covid 19, il medico certificatore deve limitarsi a descrivere con accuratezza la diagnosi, ovvero:
se il lavoratore è in quarantena come da provvedimento del SIP
se il lavoratore ha fatto un tampone, è stato segnalato al SIP ed è in attesa di provvedimento
se il lavoratore è ammalato, Covid + sintomatico, (in questo caso sarebbe per noi utile sapere se si tratta di una forma lieve, quale febbre, o grave, quale polmonite).
La codificazione spetta unicamente ai medici Inps nella lavorazione dei certificati.
Mi permetto di aggiungere che non possono essere accettati come malattia certificati recanti la dicitura "assenza del genitore per quarantena del figlio" perché nella fattispecie sono previsti altri strumenti di tutela quali il lavoro agile o il congedo parentale.
Grazie per la collaborazione
Maria Cristina Masarà
Long Covid: quei sintomi sfuggenti che nessuno capisce
(da Univadis) I pazienti che continuano a lamentare sintomi di COVID-19 a distanza di mesi dalla fase acuta sono stati trattati spesso alla stregua di ansiosi ipocodriaci, o di lunatici, ma nelle ultime settimane anche le riviste accademiche hanno cominciato a prendere sempre più seriamente il fenomeno della cosiddetta "long haulers covid", una forma della malattia a lunga persistenza, anche per merito di uno studio italiano pubblicato in agosto sulla rivista JAMA. In quello studio, un gruppo di ricercatori dell'Università Cattolica di Roma aveva osservato che tra i pazienti che si presentavano alla clinica Day Hospital Post-Covid del Policlinico Gemelli dopo essere stati dimessi con doppio tampone negativo, solo una esigua minoranza, pari al 12,6%, era del tutto libero da sintomi, mentre il 32% aveva uno o due sintomi e addirittura il 55% ne aveva tre o più, pur non presentando né febbre né altri segni o sintomi di malattia acuta. In 44 casi su cento, la sintomatologia era tale da compromettere la qualità della vita. I pazienti lamentavano spossatezza (53,1%), dispnea (43,4%) dolori articolari (27,3%) e dolori toracici (21,7%), in media a 60 giorni dall'esordio dei sintomi.
Non solo i più gravi "A oggi il numero di pazienti seguiti è salito a circa 400, con una sostanziale conferma dei dati, nonostante il tempo mediano del follow-up sia salito da 60 a 90 giorni" spiega a Univadis Medscape Italia Angelo Carfì, tra gli autori dello studio. "Sono pazienti che hanno avuto la malattia in forma moderata o grave, e che in maggioranza avevano avuto bisogno di ossigeno o ventilazione". Con il crescere dei numeri, sono emersi anche casi di sintomatologia persistente persino in assenza di conferma diagnostica dell'avvenuta infezione, quindi con tampone negativo, come quello di una giovane dottoressa del Massachusetts General Hospital in Boston: "Ancora oggi esito a identificarmi con i 'long-haulers', incapace di conciliare l'adesione della mia mente all'evidence oggettiva con i sintomi del mio corpo. Ma condivido i loro tormenti" ha raccontato Pooja Yerramilli alla rivista americana STAT "Ai medici si insegna a dare più peso al dato obiettivo che all'esperienza soggettiva, ma forse dovremmo ammettere umilmente l'incertezza e mantenere l'apertura mentale e la curiosità necessarie per porre le domande giuste".
Sindrome post-virale “A livello aneddotico non c'è dubbio che un numero considerevole di individui abbia una sindrome post-virale che davvero, per molti aspetti, li rende inabili per settimane o mesi dopo la cosiddetta guarigione con scomparsa del virus" ha spiegato Anthony Fauci, direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases. Qualcosa di simile era accaduto anche con la prima SARS, nel 2002: "Alcune persone che erano state ricoverate con SARS presentavano ancora una funzione polmonare ridotta a distanza di due anni" ricordava un articolo, ancora su Jama. Ma in tutto il mondo le diagnosi di SARS erano state solo 8.096. Uno studio in corso di pubblicazione che sta aiutando a fare chiarezza è stato condotto da Marco Rizzi, direttore dell’Unità di Malattie Infettive dell'Ospedale di Bergamo Papa Giovanni XXIII: il progetto di follow-up Surviving Covid-19 ha reclutato circa 1.500 pazienti dimessi tra marzo e settembre dall'ospedale bergamasco, in una delle zone più seriamente colpite dalla prima ondata della pandemia. A differenza dell'indagine della Cattolica, basata su questionari, il gruppo di Rizzi ha richiamato tutti i pazienti dimessi per sottoporli a una approfondita batteria di esami. Il follow-up è stato realizzato in media dopo tre mesi e mezzo circa dalla comparsa dei sintomi, e ha comportato due accessi per la prima valutazione a cura di un infermiere (che ha effettuato ecg, prelievi ematici, radiografia e valutazione della funzionalità respiratoria eventualmente seguita da TC torace), da uno psicologo per la valutazione psicosociale e da un fisioterapista per la valutazione dei bisogni riabilitativi. Tre giorni dopo, la seconda valutazione a cura dell'infettivologo con i risultati degli esami comportava il rinvio al MMG o l'avvio di percorsi specialistici. "Mediamente il 30% dei pazienti presentava dispnea, il 28% prove respiratorie di diffusione patologiche e il 36% astenia e fatigue" ha spiegato Rizzi a Univadis Medscape Italia. "L'anosmia, che era presente nel 18% dei ricoverati in fase acuta, persisteva nel 3% a distanza di 105 giorni. Molto diffuse erano anche sindrome post-traumatica da stress (circa il 30% dei pazienti), ansietà (11%) e depressione (4,5%)". Rizzi e colleghi hanno osservato una correlazione chiara rispetto all'episodio acuto per quanto riguarda il quadro respiratorio, ma non per l’astenia. Oltre la metà dei pazienti visitati è stato affidato al medico di medicina generale.
Ma se è normale aspettarsi sintomi duraturi in chi ha trascorso settimane in un reparto di terapia intensiva, spesso intubato, alcune indagini americane hanno sorprendentemente suggerito che la forma persistente di Covid potrebbe addirittura prediligere pazienti con sintomi lievi o moderati che non sono stati ricoverati, o lo sono stati per brevi periodi, e non hanno avuto bisogno di terapia intensiva. Molti di loro lamentano perdita di memoria e difficoltà di concentrazione, spesso accompagnate da estrema spossatezza: sintomi che hanno spinto Anthony Fauci ad associare questi casi alla cosiddetta "nebbia post-virale" comune nella sindrome da stanchezza cronica/encefalomielite mialgica (ME/CFS), di cui si sa che spesso il fattore scatenante è un'infezione da mononucleosi, malattia di Lyme o appunto SARS, un'altra malattia da coronavirus.
“Non mi credono” Di certo, come per le prime vittime di CFS, anche per i pazienti con Covid persistente è molto comune l'esperienza frustrante di non essere presi sul serio: soprattutto alle donne è capitato di essere viste come ansiose con la tendenza a drammatizzare. Anche per questo, in alcuni casi sono stati gruppi di autoaiuto dei pazienti a mobilitarsi per provare a fare chiarezza. Dopo una prima indagine che ha raccolto i dati di 640 long haulers (https://patientresearchcovid19.com/research/report-1/), un gruppo di ricerca oggi coordinato da Athena Akramy dell'University College di Londra ha da poco lanciato una nuova raccolta dati via web, con anche interfaccia in italiano, chiamando a raccolta chi "ha avuto o sta avendo sintomi compatibili con la COVID-19, come risultato di un'infezione da SARS-CoV-2 presunta o confermata". Rizzi ha già preso parte a numerosi incontri di formazione e condivisione con i medici del territorio lombardo, ma si dice convinto che molto rimanga da fare: "Abbiamo avviato un confronto nazionale sulle necessità del follow-up, perché gli ambulatori sono pochi", conclude.
(https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2768351 https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2771111)
Consumare cibi antinfiammatori riduce rischio CV
(da Quotidiano Sanità e Reuters Health) Le persone che consumano una grande quantità di alimenti che promuovono l’infiammazione sono a maggior rischio di malattie cardiovascolari. È la conclusione cui è arrivato uno studio pubblicato dal 'Journal of the American College of Cardiology' (JACC) da un gruppo di ricercatori del Brigham and Women’s Hospital e della Harvard Medical School di Boston (USA), guidato da Frank Hu.
Il team ha sviluppato e convalidato il punteggio EDIP (empirical dietary inflammatory pattern) basato sull’assunzione di 18 gruppi di alimenti associati a diversi livelli di marcatori infiammatori, con i cibi pro-infiammatori che includono carne rossa, carne lavorata, carne di organi, carboidrati raffinati e bevande zuccherate, e i cibi antinfiammatori che comprendono verdure a foglie verdi, verdure giallo scuro, cereali integrali, frutta, tè, caffè e vino.
Nello studio, Hu e colleghi hanno confrontato il punteggio EDIP con il rischio cardiovascolare in 74.578 donne dello studio Nurses’ Health Study (NHS), 91.656 donne dello studio NHS II e 43.911 uomini dello studio Health Professionals Follow-up Study. In totale, sono stati registrati 15.837 nuovi casi di malattia cardiovascolare, inclusi 9.794 casi di malattia coronarica e 6.174 casi di ictus.
Dopo aver preso in considerazione l’uso di farmaci antinfiammatori e fattori di rischio cardiovascolare, gli autori hanno scoperto che i partecipanti nel quintile più alto al punteggio EDIP, rispetto a quelli nel quintile più basso, avevano un rischio maggiore del 38% di soffrire di malattia cardiovascolare, un rischio maggiore del 46% di soffrire di malattia coronarica e un 28% di rischio più elevato di andare incontro a ictus. Infine, l’analisi di un sottogruppo di partecipanti allo studio ha mostrato un’associazione tra EDIP più alto e trigliceridi nel sangue più elevati, colesterolo ad alta densità (HDL) più basso e una piccola riduzione del colesterolo totale.
Sullo stesso numero di JACC è stata poi pubblicata una lettera che riporta una ricerca su 324 anziani sani che, consumando da 30 a 60 grammi di noci al giorno, avevano concentrazioni ridotte di sei biomarcatori infiammatori su dieci a due anni, rispetto ai coetanei che non ne mangiavano.
“È scientificamente provato che mangiare noci abbassa il colesterolo LDL e ora è incoraggiante sapere che può ridurre anche l’infiammazione, un altro fattore di rischio cardiovascolare”, ha spiegato Sujatha Rajaram, della Loma Linda University, in California. “Includere le noci nella dieta è un semplice consiglio che i medici possono dare ai pazienti che hanno un colesterolo alto o altri fattori di rischio cardiovascolare”, ha concluso l’esperto.
Enpam: allo studio tutele anti-Covid anche per i libero professionisti
(da Enpam.it) Secondo le indicazioni emerse dal Comitato Consultivo del Fondodella libera professione, tenutosi il 20 novembre scorso, l’Enpam si avvierebbe a coprire l’unico vuoto rimasto nell’architettura dei propri interventi a tutela dei soggetti colpiti dall’emergenza sanitaria in atto. Come abbiamo avuto occasione di sottolineare, infatti, i liberi professionisti sono finora tutelati con una specifica indennità se sono posti in quarantena o in isolamento domiciliare dall’autorità sanitaria competente per territorio, ma in caso di malattia vera e propria da Covid-19 la loro copertura è invece assimilata a quella della normale malattia, e quindi scatta dal 31° giorno di inabilità.
Risultati elezioni Ordine dei Medici e Odontoiatri di Forlì-Cesena: Michele Gaudio confermato Presidente
Durante la Assemblea Elettorale tenutasi nei giorni 21 e 22 Novembre, è uscita vincitrice la lista guidata dal Presidente uscente Michele Gaudio. Nel corso del Consiglio Direttivo dedicato alla attribuzione delle cariche per il quadriennio 2021-2024, il Dott. Gaudio è stato confermato Presidente dell'OMCeO di Forlì-Cesena. Gli altri membri del Consiglio Direttivo della Provincia sono i seguenti: Vice Presidente: Gian Galeazzo Pascucci, Segretario: Morena Contri, Tesoriere: Fabio Balistreri. Consigleri: Enrico Maria Amadei, Umberto Castellani, Angelo Castellini, Giorgio Ercolani, Roberta Gunelli, Leonardo Lucchi, Paolo Paganelli (Presidente CAO), Veronica Pasini, Annalisa Prati, Marco Ragazzini, Mario Raspini (consigliere CAO), Claudio Simoni e Gilberto Vergoni .
Due pubblicazioni molto interessanti
Ricevo, edito dal Dott. Fosco Foglietta, con grande piacere, due pubblicazioni di estrema attualità.
Il Dott. Fosco Foglietta, per chi non lo conoscesse, vanta una lunga carriera di Manager nel mondo della sanità concretizzatasi, tra le tante attività con il ruolo di Direttore Generale dal 1998 al 2010 dell’Azienda USL di Bologna Sud prima e dell’Asl di Ferrara poi.
In seguito ha ricoperto il ruolo di Presidente del Consiglio di Amministrazione della CUP 2000 S.C.P.A., Società di Sanità Elettronica della Regione Emilia-Romagna.
E’ autore di sette monografie e di oltre un centinaio di articoli su riviste specializzate.
Il primo volume: “Rivoluzione Covid – Cambiamenti e riforme del SSN ai tempi della pandemia” offre una chiara analisi di fatti che si sono rivelati cruciali nel determinare le azioni dei sistemi sanitari e sociosanitari, sia nazionali che regionali, per fronteggiare la pandemia da Covid 19. Ampio spazio è dedicato anche all’analisi dei cambiamenti già in agenda, ai quali l’emergenza ha imposto una forte accelerazione.
Scopo finale dell’autore è trarre dalla lunga fase emergenziale che stiamo vivendo spunti utili e concetti per rinnovare e migliorare il SSN.
Il secondo volume dal titolo “MANGEMENT IN SANITA’” costituisce una vera e propria bibbia dell’argomento, fornendo una visione complessiva ed organica non solo dei principali assetti che delineano l’attuale architettura del nostro SSN ma ne ripercorre con puntuale esaustività l’evoluzione storica partendo dalla ormai lontana legge istitutiva (833/78) fino ai giorni nostri.
Uno strumento indispensabile per tutti i medici, oggi chiamati sempre più a funzioni complementari di management, ma soprattutto per i giovani laureati che si accingono ad intraprendere la carriera professionale purtroppo privi della conoscenza del quadro complessivo dell’aspetto organizzativo e giuridico del sistema sanitario e sociosanitario causa una scarsa attenzione sul tema nei piani di studio curriculari delle Facoltà di Medicina e Chirurgia.
Il Presidente
Dott. Michele Gaudio
Studi medici e tamponi: ecco le linee guida da adottare
(da DottNet) Esporre un avviso all'ingresso dello studio con chiare istruzioni sulle modalità di accesso, stabilendo rigorosi percorsi di entrata, di attesa e di uscita e specificando giorni e orari in cui si prevede l'esecuzione del test antigenico rapido. Esclusivamente previo appuntamento; in un locale dedicato, con una buona aereazione e che non sia di passaggio; preferibilmente al termine dell'attività ordinaria, per evitare il contatto tra soggetti con possibile infezione da SarsCov2 e chi accede allo studio per altri motivi; sanificare le superfici tra un prelievo e l'altro; evitare ogni forma di assembramento dei pazienti. Sono queste alcune delle principali raccomandazioni contenute nella Nota tecnica "Esecuzione dei test diagnostici negli studi dei Pediatri di Libera Scelta e dei Medici di Medicina Generale" (https://www.inail.it/cs/internet/docs/alg-esecuz-tes-diagnostici-pediatri-lib-sce-medici-med-gen.pdf)realizzata dall'Istituto superiore di sanità (Iss) in collaborazione con il Ministero della salute, la Fnomceo (Federazione nazionale degli Ordini dei Medici) e l'Inail, online sul sito dell'Iss.
"Abbiamo voluto contribuire fattivamente alla sicurezza degli operatori sanitari e dei cittadini con un documento agile e operativo che possa rispondere ai dubbi dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta chiamati a contribuire fattivamente in questo momento di grande richiesta di test diagnostici", dichiara Paolo D'Ancona, ricercatore del Dipartimento di Malattie infettive dell'Iss. "Siamo da tempo all'interno dei Gruppi di Lavoro con l'Istituto Superiore di Sanità. Una collaborazione fattiva, che in questo 2020, funestato dalla pandemia di Covid si è fatta sempre più intensa e proficua, con incontri a cadenza settimanale - spiega il Segretario della Fnomceo, Roberto Monaco -. Questo Documento è l'occasione per apportare il nostro contributo professionale. Ad esso si affiancheranno due video-tutorial sulle modalità per effettuare i tamponi, negli adulti e nei bambini". Il documento include diversi temi, dalle misure generali di prevenzione e controllo dell'infezione - dall'igiene delle mani alla pulizia e disinfezione degli strumenti e degli ambienti, passando per la gestione dei rifiuti e l'organizzazione delle modalità di accesso allo studio medico - alla spiegazione delle procedure per l'esecuzione dei test rapidi antigenici che, analogamente a quelli molecolari, valutano direttamente la presenza del virus nel campione clinico.
A differenza dei test molecolari, però, i test antigenici rilevano la presenza del virus non tramite il suo acido nucleico (RNA), ma tramite le sue proteine (antigeni). Il risultato dei test rapidi antigenici può essere direttamente visibile a occhio nudo o letto mediante uno strumento analizzatore compatto e trasportabile. Proprio per tali caratteristiche questo tipo di test può essere eseguito in uno studio medico o in aree dedicate senza la necessità di essere effettuato in un laboratorio. Il tampone deve essere processato nel più breve tempo possibile, generalmente entro un'ora dal prelievo. Il risultato si ottiene in 15-30 minuti. Il test può risultare negativo se la concentrazione degli antigeni è inferiore al limite di rilevamento del test come ad esempio nella fase tardiva dell'infezione o risultare falsamente positivo per problemi di specificità, e per tale motivo, il test antigenico rapido positivo può necessitare di conferma mediante test molecolare.
Negli studi pediatrici, qualche raccomandazione in più: separare gli accessi riservati ai bilanci di salute e alle attività vaccinali dagli accessi per l'esecuzione del test diagnostico per SARS-CoV-2; raccomandare che l'accesso ai locali dello studio sia consentito ad un solo accompagnatore per bambino e che l'accompagnatore sia in buona salute; prevedere un percorso prioritario per l'esecuzione del test a bambini immunodepressi o con patologie pregresse e, sotto i 6 anni, a quelli che frequentano la comunità infantile; prevedere un approccio differente nella procedura di prelievo in relazione all'età e alla compliance del bambino, prevedendo il supporto del personale infermieristico.
Covid-19, studio italiano svela correlazione tra gravità e deficit di vitamina D
(da Nutrienti e Supplementi) Bassi livelli di vitamina D sono correlati da una parte ad aumento di Il-6 e, dall’altra, a una maggiore gravità di Covid-19. Questi i risultati di uno studio osservazionale condotto da un gruppo di lavoro dell’Università di Siena e dell’Irccs Istituto auxologico italiano, comparso nei giorni scorsi nell’area First Look on Ssrn delle riviste del gruppo The Lancet, spazio open access dove vengono raccolti lavori in attesa della peer review e prima dell’effettiva pubblicazione. I ricercatori offrono così un contributo originale al dibattito sul ruolo della vitamina D nella progressione della malattia. Sono stati presi in esame 103 pazienti ricoverati per Covid-19 di grado moderato/severo all’Ospedale San Luca di Milano tra il 9 marzo e il 30 aprile di quest’anno e 52 soggetti Sars-CoV-2 positivi ma lievemente sintomatici. Il gruppo di controllo era costituito da 206 soggetti sani. Per ciò che concerne i contagiati, in tutti i casi sono stati rilevati i valori di 25OHD, al momento del ricovero o al riscontro di positività al tampone molecolare. Per la definizione di carenza di vitamina D è stato considerato un valore ≤50 nmol/L. I risultati evidenziano una differenza significativa per i livelli medi di 25OHD tra i pazienti Covid-19 di grado moderato/severo (45,5 nmol/L), rispetto ai lievemente sintomatici (75,8 nmol/L) e ai controlli (63,5 nmol/L).
Dopo il ricovero, 52 pazienti sono stati trasferiti in terapia intensiva. In questi ultimi, i livelli di 25OHD e Il-6 sono risultati rispettivamente più bassi e più alti rispetto a quelli di chi non si era aggravato (36 vs 56 nmol/L; 43,0 vs. 16,0 pg/mL). Differenze simili sono state riscontrate nel confronto tra deceduti in ospedale e guariti (33 vs 48,3 ng/mL; 45 vs 21 pg/mL). “Nella nostra analisi si osserva un deficit di vitamina D nei pazienti con malattia di moderato/severo rispetto ai lievemente sintomatici o ai soggetti sani. Tali livelli si correlano anche alla gravità della malattia, al suo peggioramento e alla mortalità” commentano gli Autori. “Si tratta di dati che confermano come bassi livelli di vitamina D possano favorire il peggioramento del quadro clinico verso una situazione di grave distress respiratorio, con aumento del rischio di mortalità durante di ricovero. La relazione inversa tra concentrazione di 25OHD e Il-6, una citochina coinvolta nella risposta infiammatoria, contribuisce a caratterizzare il possibile ruolo esercitato dalla vitamina D in questa malattia. Il-6 è infatti cruciale nella regolazione della risposta infiammatoria e livelli elevati nei pazienti Covid-19 sono stati ripetutamente correlati alla gravità e alla prognosi della malattia. Da notare, a questo proposito, che già una nostra precedente ricerca aveva evidenziato come una supplementazione con vitamina D fosse in grado di ridurre Il-6 e lo stato infiammatorio conseguente a terapia con bisfosfonati in soggetti con livelli di vitamina D inferiori a 50 nmol/L”. Tra i limiti dello studio sottolineati dagli autori, l’esiguità del campione e il disegno osservazionale, che non consente conclusioni su un rapporto causa/effetto, in quanto potrebbe essere la stessa malattia a determinare deficit di Vitamina D e non viceversa.
Così concludono: “Le nostre osservazioni, considerato il basso costo e la sicurezza di una supplementazione di vitamina D, sottolineano la necessità di studi di intervento tesi a valutare l’efficacia di una terapia sostitutiva con colecalciferolo nel prevenire l’insufficienza respiratoria in pazienti con infezione da Sars-CoV-2”.
Minore suscettibilità dei bambini al SARS-CoV-2
(da Univadis) Una metanalisi degli studi di tracciamento dei contatti ha indicato che i bambini e gli adolescenti possono avere una suscettibilità inferiore del 44% all’infezione da SARS-CoV-2 rispetto agli adulti (rapporto di probabilità [odds ratio, OR]: 0,56; IC 95%: 0,37-0,85).
(Viner RM, Mytton OT, Bonell C, Melendez-Torres GJ, Ward J, Hudson L, Waddington C, Thomas J, Russell S, van der Klis F, Koirala A, Ladhani S, Panovska-Griffiths J, Davies NG, Booy R, Eggo RM. Susceptibility to SARS-CoV-2 Infection Among Children and Adolescents Compared With Adults: A Systematic Review and Meta-analysis. JAMA Pediatr. 25 set 2020 [Pubblicazione elettronica prima della stampa]. doi: 10.1001/jamapediatrics.2020.4573. PMID: 32975552)
Luce solare, che ruolo ha nella diffusione delle virosi respiratorie?
(da M.D.Digital) Perché, nelle regioni temperate del globo, la maggior parte delle epidemie virali si diffonde ciclicamente in autunno e in inverno? Secondo un team interdisciplinare di ricercatori dell'Istituto Nazionale Italiano di Astrofisica, dell'Università degli Studi di Milano, dell'Agenzia regionale della Lombardia per l'ambiente e della Fondazione Don Gnocchi, la risposta è intimamente legata al sole. Il loro modello teorico mostra che sia la prevalenza che l'evoluzione delle epidemie sono fortemente correlate con la quantità di irradiazione solare giornaliera che colpisce una data posizione sulla Terra in un dato periodo dell'anno. Il lavoro del team italiano è stato recentemente pubblicato sulla rivista iScience. “Il nostro modello offre una risposta semplice a una questione scientifica importante, ma ancora irrisolta - ha affermato Fabrizio Nicastro, ricercatore INAF. - Perché molte epidemie respiratorie virali, come l'influenza, si sviluppano ciclicamente durante l'autunno e l'inverno solo nelle regioni temperate degli emisferi settentrionale e meridionale del globo, mentre sembrano essere presenti in ogni momento, anche se con una prevalenza inferiore rispetto ai cicli stagionali nelle regioni temperate e nella cintura equatoriale? E cosa innesca e determina tale stagionalità? Nel nostro lavoro, suggerioamo che ciò che causa la stagionalità delle epidemie trasmesse per via aerea è esattamente lo stesso meccanismo che causa le stagioni sul nostro Pianeta: la quantità di irradiazione solare sulla Terra".
È noto che la luce ultravioletta (UV) è in grado di disattivare molti tipi diversi di virus e batteri. La luce solare UV che raggiunge la Terra deve quindi avere un certo potere disinfettante sulle parti esposte del Pianeta. L'efficienza della disattivazione UV di un particolare virus o batterio dipende dal virus o dal batterio stesso, ma, per una data posizione sulla Terra, è senza dubbio maggiore quando l'irraggiamento solare è più forte (estate) e minore quando l'irradiazione solare è più debole (inverno). Tale ciclicità dell'azione disinfettante solare, con frequenza annuale, è in grado di risuonare costruttivamente con un'altra frequenza tipica delle epidemie: la perdita di immunità dell'ospite del virus a causa della sua deriva antigenica. La combinazione di questi due meccanismi innesca la stagionalità delle epidemie, su scale temporali che vanno da pochi anni a decine di anni, a seconda della frequenza antigenica. Il modello proposto dai ricercatori italiani riproduce accuratamente la stagionalità osservata in diverse località della Terra per le epidemie con un numero riproduttivo intrinseco (R0) inferiore a circa 2 (un'influenza ha tipicamente R0 di circa 1) ed è anche in grado di modellare epidemie con un numero riproduttivo intrinseco molto più grande, come l'attuale pandemia di SARS-CoV-2 con R0 circa 3-4. Questi modelli prevedono cicli iniziali intermittenti ad alta intensità, che alla fine si stabilizzano (su scale temporali che dipendono dalla frequenza di spostamento antigenico) su cicli annuali di moderata intensità sincronizzati stagionalmente.
"Da un punto di vista epidemiologico, questi modelli chiariscono un mistero importante e di lunga data: perché le epidemie influenzali scompaiono ogni anno quando il numero di individui suscettibili è ancora molto lontano da quello necessario per attivare il meccanismo di immunità della gragge" ha aggiunto Mario Clerici, Immunologo dell'Università degli Studi di Milano e della Fondazione Don Gnocchi. "I dati italiani della pandemie di SARS-CoV-2 possono anche essere descritti accuratamente dal nostro modello – ha concluso Nicastro - ma il potere predittivo del modello dipende in modo critico (oltre che dall'implementazione di nuove misure di restrizione) dall'esatto rapporto UV-B/singola dose letale per il virus Covid-19”.
(Nicastro F, et al. Forcing Seasonality of Influenza-like Epidemics with Daily Solar Resonance. IScience 2020; DOI: 10.1016/j.isci.2020.101605)
Cosa ti dà la Quota A Enpam
(da Enpam.it) Lungi dall’essere una tassa, il contributo minimo obbligatorio dovuto da tutti i medici e gli odontoiatri torna sempre indietro sotto forma di pensione (che a parità di contributi versati è uguale o superiore a quella che arriverebbe da Inps) e, in aggiunta, dà diritto a una lunga lista di prestazioni assistenziali.
INVESTIMENTI Ma come fa l’Enpam a dare sia una pensione sia assistenza senza dover chiedere contributi aggiuntivi? La risposta sta nel patrimonio. A differenza delle gestioni previdenziali pubbliche, infatti, la Fondazione Enpam ha delle riserve patrimoniali (https://www.enpam.it/2020/approvato-bilancio-2019-risultato-storico/) che investe ricavando degli interessi. Questi interessi vengono ripartiti fra gli iscritti sotto forma di prestazioni migliori.
COSTO REALE Infine l’infografica sulla Quota A (https://www.enpam.it/wp-content/uploads/Cosa-ti-da%CC%80-la-Quota-A.pdf) sfata un altro mito: quello del costo reale dei contributi, che è più basso di quanto appare. L’esempio illustrato mostra che chi non versa il contributo Enpam entro il 31 dicembre, l’anno successivo si ritroverà a pagare fino a 818 euro in più al fisco. E queste sì che sono tasse.
Vaccino Pfizer: funzionerà davvero? Cosa sappiamo e cosa no, quali sono i competitor
(da Univadis) Il Ministero della Salute conferma l’accordo con la casa farmaceutica Pfizer per l’acquisto di 3,4 milioni di dosi del vaccino messo a punto in collaborazione con la start-up BioNTech. L’accordo italiano è parte di un contratto di fornitura europeo; all’Italia spetta (secondo fonti ministeriali) il 13,5% delle dosi. Giacché il vaccino richiede due somministrazioni, con le dosi acquistate si potranno vaccinare 1,7 milioni di italiani, probabilmente tra le categorie a rischio che svolgono attività sanitaria: i primi a essere immunizzati, sperabilmente nel primo trimestre del nuovo anno, dovrebbero essere proprio medici e infermieri, insieme ai pazienti più a rischio. La Pfizer - che ha annunciato con un comunicato stampa i dati preliminari di efficacia (risposta immunitaria elicitata nel 90% dei vaccinati) ma che non li ha ancora pubblicati su una rivista peer-review - ritiene di poter richiedere una approvazione di emergenza alla FDA nell’ultima settimana di novembre e l’approvazione dell’Agenzia europea per i medicinali già a fine dicembre, . L’accordo stipulato consente però al colosso farmaceutico di avviare la produzione fin da subito, distribuendo il prodotto non appena riceverà le dovute autorizzazioni.
Il parere di Garattini “Prenderei questi dati di efficacia con beneficio di inventario” dice Silvio Garattini, presidente dell’Istituto Mario Negri di Milano. “La percentuale di protezione sembra molto alta, ma non sappiamo se sono dati definitivi o parziali, né che caratteristiche aveva la popolazione testata, se era giovane e sana o anziana. Sappiamo che molti vaccini offrono una copertura minore nelle persone anziane ed è improbabile che lo studio ancora in corso ci dica qualcosa in merito, per via della numerosità del campione. La fase 4 di osservazione sarà quindi essenziale per capire la portata della copertura”. Tra i problemi da risolvere, anche la modalità di distribuzione e somministrazione. Il vaccino Pfizer è infatti basato su una tecnica nuova: un RNA messaggero viene introdotto nella cellula ospite e tradotto nella proteina spike, l’elemento antigenico del virus che elicita la risposta immunitaria. È la prima volta che l’inserzione di mRNA viene usata per la produzione di un vaccino e la Pfizer non è riuscita a semplificare i requisiti di conservazione, che prevedono una catena del freddo a -80 °C. “Far arrivare il prodotto nel centri vaccinali sarà complicato” spiega Garattini. “Sarà probabilmente necessario creare dei centri vaccinali regionali dotati di grandi frigoriferi per la conservazione dei lotti”. Secondo le anticipazioni dell’azienda, una volta scongelati i vaccini si conservano per tre giorni e quindi devono essere portati rapidamente nei luoghi di somministrazione. “Altri vaccini antiCovid in pipeline sono più semplici da trasportare e conservare, ma non abbiamo ancora dati definitivi sulla loro antigenicità” continua Garattini. Il vaccino Pfizer è stato inzialmente prodotto in due varianti, ma al termine della fase 1 una delle due versioni, la BNT162b2, ha dimostrato di indurre minori effetti collaterali dell’altra ed è stata avviata alle fasi 2/3 (portate avanti in contemporanea, secondo un modello sperimentale accelerato usato ormai per quasi tutti i vaccini antiCovid) su 30.000 volontari negli Stati Uniti, Brasile, Argentina e Germania. Nel corso di una presentazione agli investitori avvenuta a fine agosto, l’azienda ha riferito solo effetti collaterali lievi o moderati. Il vaccino è in sperimentazione anche sui bambini.
L’analisi presentata tre giorni fa costituisce una valutazione preliminare di efficacia: su 43.538 partecipanti al trial, l’azienda ha identificato 94 casi di Covid-19. Non è chiaro se si sono verificati nel gruppo trattato o nel gruppo placebo ma, secondo quando riferisce Nature in un recente articolo, i dati sono sufficienti per dichiarare un’efficacia del 90%, misurata a una settimana dalla somministrazione della seconda dose (a tre settimane dalla prima). Ora lo studio proseguirà fino all’identificazione di 164 casi di malattia. “Anche se il vaccino dovesse mostrare un’efficacia inferiore alla fine dell’osservazione, è improbabile che scenda sotto il 50%, la soglia richiesta dalla FDA per l’approvazione” spiega Garattini. L’elemento di maggiore incertezza riguarda la capacità del vaccino di bloccare la trasmissione dell’agente infettivo: è possibile, infatti, che sia capace di bloccare la malattia ma che non impedisca ai portatori asintomatici o paucisintomatici di trasmettere il virus. L’obiettivo che tutti gli sviluppatori di vaccini sperano invece di raggiungere è un prodotto in grado di fermare la trasmissione di Sars-CoV2, portando a una lenta ma inesorabile scomparsa dell’agente.
I competitors
L’annuncio del successo di Pfizer non ha compromesso le quotazioni degli altri vaccini in pipeline, anzi. Il vaccino in fase 3 sviluppato da Moderna e dai National Institues of Health statunitensi funziona sulla base dello stesso meccanismo (ovvero con RNA messaggero) ed è già in fase 3 di sviluppo. Arriveranno sul mercato probabilmente anche i vaccini cinesi (se faranno domanda di approvazione e mostreranno i dati sperimentali): tra questi, il vaccino CanSino Biologics, messo a punto in collaborazione con l’Accademia militare di scienze mediche cinese, già approvato in Cina per un uso limitato sugli operatori sanitari. Si tratta di un vaccino a base di virus vivo attenuato. Proprio ieri (11 Novembre) il Russian Direct Investment Fund ha annunciato che, secondo i risultati preliminari di una sperimentazione di fase 3 (non pubblicata) anche il vaccino russo del Gamaleya Research Institute offrirebbe una copertura del 92% circa. Si tratta però di annunci fatti alla stampa per sostenere l’efficacia dell’approccio russo: il vaccino è infatti basato su due adenovirus, Ad5 e Ad26, ingegnerizzati con geni di Sars-CoV2, stessa tecnica usata da Johnson and Johnson per il suo vaccino sviluppato insieme al Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston.
L’Europa attende i risultati del trial combinato di fase 2/3 del vaccino sviluppato da Astra Zeneca insieme all’Università di Oxford che utilizza un adenovirus di scimpanzé. Secondo recenti comunicati dell’azienda, i risultati sono attesi per la fine di dicembre e non si sono più manifestati effetti collaterali come quello che, il 6 settembre scorso, ha portato all’interruzione dello studio perché una volontaria aveva sviluppato una mielite trasversa. Il vaccino è stato ritenuto estraneo alla comparsa della malattia. Sempre in Cina, è stato autorizzato per la somministrazione a categorie a rischio un vaccino a virus attenuato prodotto da Sinopharma (farmaceutica statale) e dal Wuhan Institute of Biological Products. A metà settembre lo stesso vaccino è stato commercializzato negli Emirati Arabi Uniti.
La perimentazione di un vaccino tecnicamente simile, il Sinovac, è stata però bloccata in Brasile agli inizi di novembre per via della comparsa di un grave effetto collaterale. Il caso è ancora sotto esame.
Infine si attende anche la messa in commercio di Novavax, un vaccino a base di proteine antigeniche del capside virale, in sperimentazione di fase 3 in Gran Bretagna e a breve anche negli Stati Uniti. I risultati sono attesi per fine anno e la distribuzione per il primo quadrimestre del 2021.
TAR del Lazio: I medici di base non possono assistere pazienti Covid a domicilio
(da AGI) "L’affidamento ai medici di medicina generale del compito di assistenza domiciliare ai malati Covid risulta in contrasto" con i decreti legge varati nello scorso marzo, nella 'fase 1' di emergenza sanitaria. Lo scrive la terza sezione quater del Tar del Lazio, in una sentenza depositata oggi accogliendo il ricorso presentato dal Sindacato Medici Italiani contro alcuni provvedimenti della Regione Lazio. Secondo i giudici amministrativi, "è determinante la previsione contenuta" nel decreto legge 14/2020, inerente 'Disposizioni urgenti per il potenziamento del Servizio sanitario nazionale in relazione all'emergenza Covid-19', secondo cui "al fine di consentire al medico di medicina generale o al pediatra di libera scelta o al medico di continuità assistenziale di garantire l'attività assistenziale ordinaria, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano istituiscono, entro dieci giorni dall'entrata in vigore del presente decreto, presso una sede di continuità assistenziale già esistente una unità speciale ogni 50mila abitanti per la gestione domiciliare dei pazienti affetti da Covid-19 che non necessitano di ricovero ospedaliero".
Dunque, si legge nella sentenza, "nel prevedere che le Regioni 'istituiscono' una unità speciale 'per la gestione domiciliare dei pazienti affetti da Covid-19 che non necessitano di ricovero ospedaliero', la citata disposizione rende illegittima l’attribuzione di tale compito ai MMG (medici di medicina generale, ndr), che invece dovrebbero occuparsi soltanto dell’assistenza domiciliare ordinaria (non Covid)". Per questo, "hanno ragione i ricorrenti quando affermano che il legislatore d’urgenza ha inteso prevedere che i MMG potessero proseguire nell’attività assistenziale ordinaria, senza doversi occupare dell’assistenza domiciliare dei pazienti Covid". Tale previsione, aggiunge ancora il Tar, "è stata replicata in modo identico" in un articolo del decreto 'Cura Italia', nel quale "è specificato pure che 'il medico di medicina generale o il pediatra di libera scelta o il medico di continuità assistenziale comunicano all'unità speciale, a seguito del triage telefonico, il nominativo e l'indirizzo dei pazienti'”.