Cdc promuove le mascherine in tessuto, ‘riducono i rischi’
(da DottNet) Le mascherine 'di comunità', quelle cioè ottenute con diversi strati di tessuto, non solo riducono il rischio che una persona con l'infezione da Sars-Cov-2 diffonda il virus, ma proteggono anche chi è sano filtrando, almeno parzialmente, eventuali goccioline cariche di virus provenienti dall'esterno. Lo scrive il Cdc americano in un documento in cui afferma che "adottare politiche universali sulle mascherine può aiutare ad evitare futuri lockdown". Nel documento il Cdc cita diversi studi recenti, che suggeriscono che nei luoghi dove si indossano più mascherine di comunità il rischio di infezione si riduce, non solo perché il dispositivo evita che una persona infetta diffonda il virus ma anche per un effetto di 'sinergia' secondo cui anche chi non è infetto si protegge. "Le mascherine di tessuto non solo blocca efficacemente le goccioline di saliva più grandi - scrivono gli esperti statunitensi -, ma possono anche bloccare l'esalazione delle particelle più piccole, comunemente definite aerosol. Quelle multistrato possono bloccarne fino al 70%". "Servono maggiori ricerche - concludono - per avere più prove dell'effetto protettivo e in particolare per identificare la combinazione di materiali che massimizzano l'efficacia".
Diabetologi all’Aifa: eliminare i piani terapeutici per il diabete
(da DottNet) Abolire prima possibile i piani terapeutici relativi ai farmaci anti-diabete, che è una malattia cronica 'senza scadenze' e comunque prorogarli con urgenza in considerazione dell'attuale emergenza Covid e semplificare la prescrizione dei farmaci innovativi: sono le richieste unanimi delle principali associazioni scientifiche e professionali della Diabetologiaitaliana in una lettera ufficialmente indirizzata all'Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) in occasione della Giornata Mondiale del Diabete che si tiene sabato 14 novembre. Vista la preoccupante emergenza sanitaria in corso, i diabetologi chiedono che siano definitivamente aboliti i Piani Terapeutici perla prescrizione in regime di rimborsabilità dei farmaci contro il diabete, e che sia estesa ai medici di Medicina Generale la possibilità di prescrivere anche i farmaci anti-diabetici di ultima generazione,. "Abbiamo più volte riferito l'importanza di far valere i piani terapeutici sine die - sottolinea il Presidente della Società Italiana di Diabetologia Francesco Purrello dell'Università di Catania - anche in considerazione del fattoche i farmaci prescritti sono ormaiin uso da tempo e sono sicuri, inoltre sono fondamentali non solo per gestire la malattia ma anche per prevenire le complicanze renali e cardiovascolari di essa". La compilazione dei piani terapeutici sottrae risorse e tempo preziose agli specialisti - rileva Francesco Giorgino, Presidente della Società Italiana di Endocrinologia, che potrebbero essere meglio impiegate per i pazienti". Sicurezza ed efficacia delle terapie innovative sono ormai avvalorate da anni di uso clinico, ribadisce Paolo Di Bartolo, Presidente dell'Associazione Medici Diabetologi (AMD)."Oggi ci troviamo con sale d'attesa piene di persone che si recano in ospedale per atti amministrativi, per farsi mettere un timbro; ciò appare una follia specie in questo momento storico. Dobbiamo da subito avere un provvedimento che proroghi i piani terapeutici - conclude - e poi subito dopo la loro abolizione e la possibilità che i MMG possano prescrivere i farmaci innovativi, tutto questo deve avvenire ora, non ha senso che avvenga tra sei mesi, l'urgenza pandemica è ora".
Covid: può salire 11% rischio morte contagiati zone a più smog
(da AGI) Le persone che vivono in aree con livelli più elevati di inquinamento atmosferico potrebbero veder aumentato dell’11% il rischio di decesso in caso di infezione da Covid-19. Questo è quanto emerge da uno studio, pubblicato sulla rivista 'Science Advances', condotto dagli esperti dell’Università di Harvard, che hanno analizzato il legame tra le concentrazioni di particolato atmosferico e il numero di decessi nelle zone considerate più inquinate. “Un aumento di un microgrammo per metro cubo di particolato – sostiene Francesca Dominici, docente presso l’Università di Harvard – sembra collegato ad un aumento del rischio di morte per COVID-19 dell’11 percento”.
Il team ha effettuato tali valutazioni sulla base dei dati sui casi di infezione da Sars-CoV-2 e sui decessi avvenuti presso l’ospedale della Johns Hopkins University. I dati sull'inquinamento atmosferico sono stati raccolti negli Stati Uniti da una combinazione di letture atmosferiche e modelli computerizzati e riguardano 3.089 contee, dove abita circa il 98 percento della popolazione statunitense. “I nostri risultati – afferma l’esperta – mostrano che i livelli di PM2,5 negli Stati Uniti variano notevolmente, con punti ad alta prevalenza intorno alle metropoli e alle città principali, dove possono essere raggiunti i 12 microgrammi per metro cubo”.
Stando alle dichiarazioni degli autori, la ricerca, che si concentra sulle informazioni statunitensi, ha implicazioni di vasta portata, specialmente per quanto riguarda i luoghi in cui l’inquinamento atmosferico supera le soglie limite. “Definito il livello di 13 microgrammi per metro cubo come inquinamento elevato – prosegue la scienziata – nonostante il limite fissato dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) sia di 10 microgrammi per metro cubo, abbiamo scoperto che un aumento di un microgrammo per metrocubo potrebbe provocare una serie di conseguenze a livello di salute. Considerando due aree geograficamente simili tra loro notiamo che nella zona più inquinata si registra un aumento del tasso di mortalità di Covid-19”.
Quale ruolo per il MMG/PLS nel frenare la diffusione dell’epidemia da COVID-19?
(da Univadis) I medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta possono svolgere un ruolo fondamentale nel contenimento dell’epidemia per evitare il raggiungimento di livelli incontrollabili di diffusione e conseguente saturazione nelle prossime settimane degli ospedali e dei letti di terapia intensiva. A ribadirlo è l’Associazione Italiana di Epidemiologia (AIE) in un documento dedicato ai modelli di intervento efficaci.
Un ruolo educativo
Il ruolo essenziale che solo i medici sul territorio possono svolgere, secondi AIE, è quello educativo. “I medici devono costantemente sottolineare con i loro assistiti quanto sia cruciale che vengano rispettate rigorosamente tutte le norme di distanziamento” spiegano. “È verosimile che un gruppo critico nel guidare l’epidemia sia costituito da giovani e giovani adulti (classi di età da 15 a 30 anni) che tengono comportamenti non sicuri. Questo implica che l’epidemia ha, nelle condizioni odierne, molto spazio per crescere perché a rischio ci sono anche i genitori (e i nonni) di questi giovani. Nelle famiglie l’uso di dispositivi di protezione è molto problematico”.
Una seconda priorità è quella di sostenere e rinforzare la capacità di individuazione degli infetti, inclusi gli asintomatici, sul territorio. In questa situazione la tempestività è cruciale e il ritardo nella identificazione dei casi è anche dovuto ai tempi di attesa e di esecuzione dei tamponi molecolari. Per la diagnostica di casi con sintomi che devono essere trattati è irrinunciabile effettuare il tampone molecolare che ha la qualità diagnostica più alta, ma per tutte le altre condizioni stanno diventando necessari i test antigenici con risposta in 15 minuti. Il test rapido antigenico va riservato come test di primo livello per i sospetti con sintomatologia non chiaramente COVID-specifica e come esame di primo livello, laddove sia possibile, nei contatti.
La diagnosi differenziale
Come distinguere le situazioni più sospette, soprattutto nelle sindromi lievi con obiettività indifferente, che necessitano di tampone? Questo è il punto critico. Se il medico tende a fidarsi di indizi deboli (solo febbre a 37.5 o un po’ di tosse), segnalerà molte persone, intaserà i laboratori, avrà indotto moltissimi test che risulteranno poi negativi; al contrario il medico che abbia l’atteggiamento opposto tenderà a segnalare poche persone con sintomi significativi, che risulteranno quasi sicuramente positive al tampone, lasciandosi però sfuggire molti tra i casi pauci-sintomatici.
In apparenza le diverse patologie virali delle vie aeree hanno in comune quasi tutti i sintomi, rendendo difficile di primo acchito la diagnosi differenziale. In realtà non è esattamente così e alcuni studi hanno cercato di definire se il riscontro di un certo sintomo o segno, o la loro associazione, segnali una maggiore probabilità della presenza della infezione da SARS-Cov-2. Secondo il documento di AIE, possiamo stabilire tre categorie:
i pazienti che hanno probabilmente COVID-19 e richiedono un tampone molecolare immediato. Come ormai sappiamo, nel COVID-19 vi è un sintomo quasi patognomonico, ed è l’anosmia-disgeusia. Questa risulta presente in circa il 50% dei pazienti positivi e assente nel 97% dei pazienti negativi. Altri sintomi che correlano maggiormente con COVID-19 nei primi giorni di malattia, oltre alla tosse, sono quelli più generici come il dolore muscolare, il malessere generale, la cefalea, la febbre, l’astenia. Dispnea e fiato corto diventano significative man mano che aumenta la severità della malattia.
Il medico, nel decidere se segnalare un paziente per l’effettuazione del tampone, tiene anche conto, oltre che dei sintomi, di altre informazioni anamnestiche, inerenti alla probabilità della persona di essere stata contagiata (viene da una situazione ad alta prevalenza della malattia? svolge una professione a rischio? ricorda contatti con soggetti positivi o malati ) e al rischio individuale legato all’età alle co-morbidità. Per prescrivere il test, il medico non dovrebbe basarsi su indizi blandi, con una probabilità di malattia bassa, ma far conto su sintomi e segni più specifici di COVID-19 e maggiormente predittivi, come la triade anosmia/ageusia, febbre e tosse persistente.
La seconda categoria è quella intermedia (incerta o “area grigia”), in cui non vi è la triade anosmia/ageusia, febbre e tosse persistente, ma un’associazione meno predittiva di sintomi insieme a un’anamnesi positiva per i fattori di rischio (co-morbidità). Queste sono le situazioni in cui effettuare il test antigenico.
Infine, c’è l’area degli assistiti in cui ci si sente di escludere COVID-19, come la presenza di un solo sintomo o sintomi aspecifici senza fattori di rischio presenti (co-morbidità). In questi si può non prescrivere alcun test.
Il coordinamento e la gestione
Da un’indagine eseguita dall’Istituto superiore di sanità sui professionisti che lavorano nei Dipartimenti di Prevenzione di Regioni diverse (Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna, Lazio, Calabria) emerge anche il ruolo essenziale dell’organizzazione del lavoro sul territorio.
Secondo la loro esperienza, è essenziale lavorare in équipe multidisciplinari e promuovere la conoscenza e lo scambio tra gruppi di lavoro diversi. È altrettanto fondamentale favorire la costituzione di un gruppo di coordinamento e di un sistema di comunicazione continuo che possa facilitare la collaborazione e l’integrazione e quindi sostenere l’operatività, attraverso la messa in atto delle azioni programmate. La mancanza di coordinamento e di un sistema di comunicazione organico può contribuire ad accrescere le problematiche di tipo organizzativo che possono generare incomprensioni, insoddisfazione e sfiducia tra gli operatori stessi ed essere percepiti dal cittadino come inefficienza del sistema.
“Nella fase di piena emergenza si sono chiariti anche alcuni aspetti procedurali riguardanti il flusso delle informazioni: è emerso che per facilitare la gestione e il ritorno delle informazioni è meglio non attivare più flussi informativi per uno stesso target, utilizzando mezzi di comunicazione diversi (e-mail, telefono, siti web)” affermava l’ISS in un documento di fine settembre, appena prima che il ritorno dell’emergenza rendesse questo consiglio ancora più importante. Nella comunicazione con i cittadini, passare attraverso i medici di medicina generale può essere un modo efficace, sia per selezionare le richieste sia per diffondere informazioni validate.
Essenziale è anche il potenziamento delle dotazioni tecnologiche per poter disporre di un sistema informatizzato e integrato, per mettere in rete dati clinici e di laboratorio e per attivare una rapida comunicazione tra figure professionali e contesti diversi (laboratori, MMG e ASL/AST).
Infine, le condizioni e il carico di lavoro durante l’emergenza, la difficoltà a fronteggiare problemi complessi, la paura del contagio e la stanchezza dovuta alla carenza di risorse umane, la scarsità di mezzi, strumenti e strategie, la necessità di rimodulare più volte l’organizzazione in base al numero di casi crescente e alle esigenze gestionali, hanno contribuito a generare stress tra gli operatori
Tale situazione, che riguarda operatori ma anche i cittadini suggerisce la necessità di rafforzare sul territorio i servizi di psicologia e di salute mentale, affinché abbiano un ruolo attivo in un’ottica di promozione della salute.
Proposta di sperimentazione con Idrossiclorochina su contatti di pazienti Covid-positivi a cura di IRST e Ausl Romagna
L’IRST IRCCS, in collaborazione con l’Università di Bologna a l’AUSL della Romagna, ha disegnato uno studio clinico volto a valutare l’utilizzo di idrossiclorochina verso osservazione per la prevenzione della malattia da coronavirus (COVID-19) in soggetti con un rischio di infezione intermedio-alto e per il trattamento precoce di pazienti con COVID-19 asintomatici o con sintomi lievi. Si chiede la collaborazione dei Medici di Medicina Generale del nostro territorio, ai quali verrà chiesto solo di segnalare i potenziali candidati dopo averli opportunamente informati.
Magi (Omceo Roma): “Liberiamo i medici dai tamponi, possono eseguirli anche gli infermieri”
Il presidente dell’Ordine dei medici capitolino: “In un momento così delicato della pandemia in cui c’è l’assoluta necessità di avere a disposizione più medici possibili, in parte per seguire i pazienti positivi al Covid che possono essere gestiti a casa e in parte per non lasciare soli i milioni di malati cronici, credo che i tamponi possano essere eseguiti anche dagli infermieri”. Leggi L'articolo completo al LINK
Per il cuore il lockdown fa più danni del contagio
(da DottNet) Quella di un lockdown solo per gli anziani è una "soluzione inaccettabile perché potrebbe avere sui malati di cuore un effetto peggiore del contagio". A esprimere preoccupazione, dopo l'annuncio di un eventuale lockdown selettivo per fasce d'età e la pubblicazione della ricerca dell'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi), sull'urgenza di isolare subito gli anziani per scongiurare un lockdown generalizzato, è la Società Italiana di Cardiologia Geriatrica (SICGe). "La probabilità - spiega Alessandro Boccanelli, presidente SICGe e docente di Filosofia Morale all'Università UniCamillus di Roma- che un anziano che rispetta le regole di protezione individuale e le misure di distanziamento, uscendo di casa si contagi è sicuramente inferiore al danno quasi certo che trarrebbe da un secondo confinamento, con conseguenze ancora peggiori sulla sua salute". "Sono sotto gli occhi di tutti i cardiologi - prosegue - i disastri provocati dall'inattività fisica, che hanno fortemente modificato l'andamento delle malattie cardiache. Sono aumentati i casi di scompenso cardiaco, le crisi ipertensive e le recidive di fibrillazione atriale, sia per il cambiamento peggiorativo dello stile di vita, dovuto a inattività fisica ed eccessi alimentari compensatori della depressione, sia per il timore di andare a farsi controllare periodicamente. Inoltre il deterioramento psichico causato dall'isolamento e dalla paura ha indotto spesso nei pazienti cardiopatici stati confusionali con errori nell'assunzione di farmaci". "Quando gli anziani cardiopatici - conclude Boccanelli- da maggio in poi hanno timidamente rimesso la testa fuori casa, al cardiologo sono apparsi regolarmente mutati in peggio: affanno, gambe gonfie, aritmie, pressione fuori controllo, attacchi di angina. Sarebbe logico e opportuno tutelare la salute e la dignità dell'anziano non privandolo della libertà di movimento ma contenendola nei limiti della passeggiata, evitando per quanto possibile luoghi affollati, nel rispetto delle misure di protezione individuale".
Lea 2018. Veneto ed Emilia-Romagna al top. Sardegna e Pa Bolzano in fondo alla classifica. I nuovi dati del Ministero della Salute
Pubblicata dal Ministero della Salute la griglia di valutazione dei livelli essenziali di assistenza nelle Regioni italiane relativo all’anno 2018. Campania e Calabria per la prima volta raggiungono la soglia della sufficienza di 160 punti. Solo Valle d’Aosta, Pa Bolzano e Sardegna sotto gli standard minimi anche se per Regioni a statuto speciale e Province autonome i dati non sempre sono completi. Leggi L'articolo completo al LINK
http://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=89637&fr=n
Ministero e Iss: la guida sui test, quali e quando
(da DottNet) Ministero della Salute e l’Istituto superiore di sanità hanno appena pubblicato una nuova guida che delinea le strategie ottimali per i tamponi e soprattutto quali fare. Tra le indicazioni quella che il Test molecolare è da preferire in presenza di un caso sospetto sintomatico mentre il test rapido può essere la prima scelta per un contatto stretto di caso confermato. Test invece non raccomandato per i contatti di contatti stretti di caso confermato.
I contenuti principali del documento
Casi sospetti e casi positivi
- Il test è mirato alla ricerca del virus nel contesto delle indagini cliniche ed epidemiologiche di soggetti con sintomatologia compatibile con una infezione da SARS-CoV-2, inclusi i contatti stretti sintomatici, e ai test effettuati per definire la guarigione dei casi positivi.
Contatti stretti asintomatici
- I test devono essere limitati ai contatti stretti di un caso confermato sia che il test sia prescritto all’inizio che alla fine della quarantena di 10 giorni. A tal proposito si faccia riferimento alla circolare del Ministero della Salute n. 32850 del 12 ottobre 2020 “COVID-19: indicazioni per la durata ed il termine dell’isolamento e della quarantena”.
- Non è raccomandato prescrivere test diagnostici a contatti di contatti stretti di caso confermato; qualora essi vengano richiesti in autonomia, i soggetti non devono essere considerati sospetti né essere sottoposti ad alcuna misura di quarantena né segnalati al Dipartimento di Prevenzione tranne i positivi che vanno sempre comunicati.
- Se la richiesta dei test diagnostici, anche in ambito scolastico, per i contatti stretti, viene effettuata dal PLS/MMG, deve essere sempre accompagnata dalla segnalazione al Dipartimento di Prevenzione di competenza. Allo stesso tempo deve essere raccomandato al soggetto di rispettare l’isolamento domiciliare in attesa del risultato del test.
Indicazioni e considerazioni generali
- L’analisi diagnostica può essere effettuata solo presso laboratori, altamente specializzati, di riferimento reionali e laboratori aggiuntivi individuati dalle Regioni secondo le modalità e le procedure concordate con il Laboratorio di Riferimento Nazionale dell’Istituto Superiore di Sanità.
- I dati relativi ai test da qualsiasi soggetto vengano eseguiti devono essere riportati al Dipartimento di Prevenzione (DdP) per evitare ripetizioni di test e soprattutto un allineamento tra risultati dei test e azioni di sanità pubblica da parte del DdP.
- La persona in attesa del risultato del test deve essere posta in quarantena. Se il risultato del test è positivo il DdP prescriverà l’isolamento alla persona interessata e la quarantena ai contatti stretti. Sebbene i test molecolari siano quelli di riferimento per sensibilità e specificità, in molte circostanze si può ricorrere ai test antigenici rapidi che, oltre essere meno laboriosi e costosi, possono fornire i risultati in meno di mezz’ora e sono eseguibili anche in modo delocalizzato e consentono se c’è link epidemiologico di accelerare le misure previste; per maggiori dettagli si veda la tabella sinottica allegata
- Nei punti di esecuzione dei test (inclusi i drive-in) va definito un accesso prioritario per i test diagnostici prescritti ai soggetti sintomatici e ai contatti stretti asintomatici di un caso confermato e alle altre categorie previste. L’esecuzione di test non prioritari potrebbe essere organizzata in altri contesti separati e con altre modalità per evitare di allungare i tempi di prelievo (ad esempio presso laboratori accreditati) e di risposta del risultato essenziali per le successive indagini cliniche e per azioni di sanità pubblica.
- Nel caso di test antigenici rapidi si suggerisce un adeguato approvvigionamento di strumentazione per la lettura dei tamponi al fine di ottimizzare la capacità di fornire risultati in meno di 30 minuti direttamente sul luogo di prelievo. La strumentazione viene fornita insieme ai test per quelli che usano la fluorescenza (FIA) o altri sistemi strumentali mentre i test immunocromatografici non necessitano di lettori.
- Alla luce del previsto diffuso uso del test antigenici rapidi e della loro semplicità di esecuzione, è ipotizzabile attuare un coinvolgimento della rete dei pediatri di libera scelta e del medico di medicina generale per l’uso nei diversi contesti organizzativi, incluso quello delle indagini di comunità, fermo restando la necessità di garantire le misure organizzative, di prevenzione e protezione adeguate.
- Allo stato attuale i test rapidi salivari (antigenici o molecolari) sono in fase di valutazione anche in contesti territoriali. Le attuali esperienze pilota permetteranno raccogliere dati utili per definire le loro indicazioni di utilizzo nel prossimo futuro.
- Si rappresenta che la definizione di “caso confermato” dovrebbe essere aggiornata in relazione all’utilizzo dei test antigenici rapidi senza una conferma con test molecolari soprattutto in presenza di situazioni con link epidemiologico dove la positività del test rapido individua di per sé l’intervento come “caso”, per l’attivazione rapida delle azioni di controllo.
- È importante la condivisione dei dati a livello locale/regionale/nazionale delle validazioni su vari tipi di test antigenici rapidi, inclusi quelli salivari, in commercio nel nostro paese per ottimizzare le strategie del loro uso
- Si sottolinea che l’evoluzione delle diverse tipologie dei test è continua e che ai fini della loro valutazione possono essere considerate affidabili le validazioni effettuate dalle agenzie regolatorie dei Paesi del G7.
Rinnovo delle cariche istituzionali all’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Forlì-Cesena
Nella prima seduta tenutasi a conclusione del processo elettorale i nuovi organi dell’Ordine degli Infermieri di Forlì-Cesena si sono riuniti per l’assegnazione delle cariche per il quadriennio 2021/2024. Il Presidente uscente Linda Prati cede il testimone al neo eletto Marco Senni, come segno di continuità di un proficuo lavoro iniziato tre anni fa. Ecco gli altri membri del Consiglio Direttivo OPI della Provincia: Vice Presidente: Loretta Vallicelli, Segretario: Linda Prati, Tesoriere: Valentina Ravaioli. Consiglieri: Boninsegni Katiuscia, Casadei Laura, Ciocca Pasqualina Donatella, Donati Pamela, Faraone Giulia, Fregnani Michele, Garaffoni Monica, Giunti Olimpia, Parisi Francesco, Pezzolati Matteo e Ruscelli Carmen; Per la Commissione D’albo: Bertozzi Camilla, Biserna Monia, Bombardi Alfredo, Fabbri Samanta, Giovanni Ardito, Musca Giuseppina, Perini Naomi, Venturi Marco, Zattoni Silva.
Giornata personale sanitario confermata il 20 febbraio. Plauso Fnomceo
(da Doctor33) Approvato in via definitiva all'unanimità da parte della Commissione Affari Costituzionali del Senato, riunita in sede deliberante, il Disegno di Legge che istituisce per il 20 febbraio di ogni anno, la Giornata nazionale del personale sanitario, sociosanitario, socioassistenziale e del volontariato. Sono 186 i medici e gli odontoiatri sinora morti a causa del Covid. «L'iniziativa di dedicare una giornata ai professionisti sanitari vittime del Covid, a quelli che si sono contagiati sul lavoro - e sono ormai 43.618 - ma anche a tutti i professionisti che con abnegazione e spirito di sacrificio hanno contributo a gestire l'emergenza merita il nostro plauso», dice il presidente della Fnomceo, la Federazione degli Ordini dei medici, Filippo Anelli.
«Credo che sia importante che i nostri concittadini, almeno una volta l'anno, si fermino a riflettere sull'importanza della professione medica e delle professioni sanitarie. Le nostre professioni sono quelle che garantiscono i diritti: in primo luogo il diritto alla salute. Le nostre competenze, peculiari e sinergiche, i nostri principi liberamente e autonomamente condivisi, i nostri valori comuni e identitari, che si identificano nei capisaldi della Carta costituzionale e in quelli del nostro Servizio Sanitario nazionale, possono e devono essere per i cittadini lo strumento efficace ed essenziale per realizzare i diritti assegnati dalla Costituzione» ha aggiunto Anelli. «È significativo che il Parlamento, così come il Governo, riconosca il ruolo portante del capitale umano per il Servizio sanitario nazionale», ha concluso.
L’inquinamento ha contribuito al 15% delle morti da Covid
(da DottNet) L'inquinamento dell'aria ha contribuito ad aumentare la mortalità da Covid-19. Si stima che in media circa il 15% di tutte le morti causate da questa malattia nel mondo possano essere attribuite all'esposizione a lungo termine all'inquinamento dell'aria, con cifre più alte in Europa (19%), America del Nord (17%) e in Asia Orientale (27%). A calcolarlo è uno studio del Max Planck Institute per la chimica di Mainz sulla rivista 'Cardiovascular Research'. A queste cifre i ricercatori ci sono arrivati facendo una stima della frazione delle morti da Covid-19 che si sarebbero potute evitare se la popolazione fosse stata esposta ad un minor livello di inquinamento dell'aria da combustibili fossili e altre emissioni causate dall'uomo, usando i dati epidemiologici di precedenti studi americani e cinesi su inquinamento e Covid e l'epidemia di Sars nel 2003, quelli raccolti dai satelliti sull'esposizione al particolato, con i dati epidemiologici raccolti fino alla terza settimana di giugno. Questa cifra, precisano nello studio, "non implica un rapporto diretto di causa-effetto tra inquinamento e mortalità da Covid-19, anche se è possibile, mentre ce l'ha nell'aggravare le altre condizioni di salute concomitanti". Lo studio ha fatto una stima anche per i singoli paesi, calcolando per esempio che l'inquinamentoha contribuito al 29% delle morti da coronavirus nella Repubblica Ceca, al 27% in Cina, al 26% in Germania, 22% in Svizzera, 21% in Belgio, 19% in Olanda, 18% in Francia, 16% in Svezia, 15% in Italia, 14% nel Regno Uniti, 12% in Brasile, 11% in Portogallo, 8% in Irlanda, 6% in Israele, 3% in Australia e solo l'1% in Nuova Zelanda. Secondo Jos Lelieveld, coordinatore dello studio, "ilparticolato sembra aumentare l'attività del recettore Ace2, che apre la strada al virus nelle cellule umane. Quindi l'inquinamento danneggia i polmoni e aumenta anche l'attività del recettore".
Immuni, nasce call center unico nazionale. Aumentano notifiche e download
(da Doctor33) Il nuovo Decreto Ristori, da oggi in Gazzetta ufficiale, introduce un call center unico nazionale per l'applicazione di contact tracing Immuni. Nato per risolvere un problema di cui si erano lamentati moltissimi utenti di quest'app: dopo aver ricevuto la notifica, che li avvisava di un avvenuto contatto a rischio con una persona contagiata dal virus, erano costretti a inseguire il proprio medico per sapere cosa fare; e se quello era irreperibile o non era istruito sul da farsi scattava il panico. Il call center avrà un ruolo anche per utenti Immuni positivi al virus, i cui codici chiave vanno caricati sul sistema sanitario. Questi codici consentono poi all'app di avvisare tutti gli utenti Immuni che sono stati a contatto a rischio con il contagiato. Il call center in questo caso sembra rispondere a un altro problema, il principale nella corsa al tracciamento, riscontrato nelle scorse settimane: le strutture sanitarie (Asl, Usl, Ats e gli stessi medici di famiglia) spesso tralasciavano di caricare questi codici nel sistema, con il risultato di bloccare così l'attività di tracciamento contagi.
Per il call center vengono stanziati un milione di euro per il 2020 e 3 milioni per il 2021. Il call center sarà attivato presso il ministero della Salute. «Un servizio nazionale di supporto telefonico e telematico alle persone risultate positive al virus SARS-Cov-2, che hanno avuto contatti stretti o casuali con soggetti risultati positivi o che hanno ricevuto una notifica di allerta attraverso l'applicazione Immuni», si legge nel decreto. Il call center sarà chiamabile quindi da tutti i «contatti stretti», anche quelli trovati con il tracciamento manuale e non solo da chi riceve relativa notifica di Immuni.
Immuni, però, contribuisce ancora poco ai tentativi di contenere la seconda ondata di coronavirus che sta colpendo l'Italia. Se si guardano i numeri pubblicati sul sito ufficiale dell'app, aggiornati al 27 ottobre, si nota che nonostante i 9,4 milioni di download Immuni ha inviato soltanto 41.426 notifiche di esposizione a rischio. Inoltre, sono soltanto 1.673 le persone positive al coronavirus che hanno usato l'app per avvertire i loro contatti stretti. Considerando che in Italia ormai si registrano più di 20 mila contagi al giorno, il risultato finale è insufficiente. Anche inserire i propri dati in caso di positività, da come è stato denunciato dal programma televisivo Le Iene, risulta molto complesso. Il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri ai microfoni della trasmissione "L'Italia s'è desta", su Radio Cusano Campus ha riconosciuto che c'erano dei problemi con l'app, «avevo scoperto che in alcune Asl il meccanismo non veniva attivato, per questo nel penultimo Dcpm è stato fatto obbligo di notificare la comunicazione avvenuta attraverso l'app Immuni». Sileri ha poi spiegato: «Se più persone scaricassero Immuni, ci troveremmo in una situazione migliore. Oggi vengono messe in quarantena persone che non dovrebbero andarci e altre invece si fanno un tampone a 24 ore dal contatto e quel risultato non ha valore perché si può sviluppare la malattia 2-3 giorni dopo».
Terapia intensiva, documento Fnomceo-Siaarti per consentire trattamenti in condizioni eccezionali
(da Doctor33) Durante la prima fase della pandemia di Covid-19 i medici si sono trovati a dover scegliere quali pazienti ammettere in Terapia Intensiva. Problema che rischia di succedere di nuovo. Né il medico né la persona malata devono essere lasciati soli. Da questi assunti si è reso necessario un documento congiunto elaborato dalla Fnomceo, la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri, e dalla Siaarti, la Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva, per stabilire dei criteri, coerenti con i principi etici e con quelli professionali, che possano supportare il medico, qualora si trovi di fronte a scelte tragiche, dovute allo squilibrio tra necessità e risorse disponibili. E che possano garantire comunque al paziente i suoi diritti: dargli la certezza che non sarà abbandonato, ma sarà preso in carico con gli strumenti possibili, appropriati e proporzionati. Il documento è stato recepito dal Comitato Centrale - l'organo di governo - della Fnomceo. «La pandemia da SARS-COV-2 ha portato a un costante aumento del numero di pazienti con necessità di un supporto vitale respiratorio prolungato per insufficienza respiratoria acuta da polmonite interstiziale - scrivono Fnomceo e Siaarti nel Documento congiunto oggi approvato -. Infatti, nonostante le misure adottate per garantire a chiunque un trattamento adeguato (aumento massimale di tutte le risorse intensive e creazione di reti per il trasferimento inter-ospedaliero di pazienti), nelle aree più colpite si è reso necessario procedere a una allocazione delle risorse attraverso criteri di triage basati sul principio etico di giustizia distributiva».
«I criteri d'accesso ai trattamenti intensivi e sub-intensivi che si basano prioritariamente su principi di appropriatezza clinica e proporzionalità delle cure verso il singolo paziente, devono rispondere anche ad esigenze di giustizia distributiva e di equa allocazione delle risorse sanitarie disponibili - premettono ancora i medici -.L'accesso alle cure, indipendentemente dalle risorse e dalla garanzia dell'appropriatezza clinica, deve fondarsi sul ragionamento che è alla base del giudizio clinico, sulla proporzionalità e sulla adeguatezza delle cure secondo il Codice deontologico, in relazione al bilancio fra costi/benefici di ogni pratica clinica, commisurata agli esiti prevedibili di salute». Nelle situazioni emergenziali «il medico finalizza l'uso ottimale delle risorse alla salvaguardia della sicurezza, dell'efficacia e dell'umanizzazione delle cure evitando ogni discriminazione. Il medico deve altresì espletare ogni azione possibile per ottenere le necessarie risorse aggiuntive soprattutto in relazione ai trattamenti intensivi e sub intensivi - puntualizzano - Nel caso in cui lo squilibrio tra necessità e risorse disponibili persista, è data precedenza per l'accesso ai trattamenti intensivi a chi potrà ottenere grazie ad essi un concreto, accettabile e duraturo beneficio. A tale fine si applicano criteri rigorosi, espliciti, concorrenti e integrati, valutati sempre caso per caso, quali: la gravità del quadro clinico, le comorbilità, lo stato funzionale pregresso, l'impatto sulla persona dei potenziali effetti collaterali delle cure intensive, la conoscenza di espressioni di volontà precedenti nonché la stessa età biologica, la quale non può mai assumere carattere prevalente».
Il segretario della Fnomceo Roberto Monaco spiga: «Prima di ogni altra considerazione, dunque, dobbiamo fare di tutto perché il medico non sia costretto a queste scelte - continua - Dobbiamo aumentare i posti letto, i respiratori; dobbiamo aumentare il personale per gestirli, partendo dalla formazione. Se poi scelta deve esserci, abbiamo fatto in modo che non sia una scelta dettata dal momento ma condivisa, supportata dai principi del Codice deontologico, della Costituzione, e rispettosa del malato e della Professione medica. Il Codice Deontologico, infatti, è il faro che i professionisti seguono sempre, nel mare calmo come nella tempesta. E non è statico, ma dinamico, materia viva, così da poter accendere la sua luce laddove ce ne sia bisogno». La presidente Siaarti Flavia Petrini puntualizza: «Ci siamo impegnati per rendere espliciti e trasparenti i nostri processi decisionali, ancorando le nostre decisioni a solidi criteri di appropriatezza clinica e a principi etici ampiamente condivisi. Come peraltro affermato congiuntamente nel documento Fnomceo - Siaarti, auspichiamo, che attraverso una adeguata e rapida modifica del Codice di Deontologia, che riteniamo ormai inderogabile, si realizzi quanto prima quel concreto e utile supporto necessario ad affrontare, con le adeguate garanzie, il difficile compito che siamo chiamati di nuovo ad affrontare».