Ecco la carta gratuita per rateizzare i contributi Enpam

(da enpam.it)   Pagare i contributi anche in 18, 24 o 30 mesi è ora possibile. È la novità collegata alla Carta Fondazione Enpam, la carta di credito che i medici e gli odontoiatri possono ottenere gratuitamente grazie alla collaborazione tra Banca popolare di Sondrio (Bps) ed Enpam.  Tutti quelli che la chiederanno in questi giorni, avranno la possibilità di usarla già per i contributi della Quota B in scadenza il prossimo 31 ottobre.   Per ottenere la carta è sufficiente entrare nell'area riservata (https://areariservata.enpam.it/login) cliccando sulla sezione “Carta di credito e Servizi annessi. A questo punto scatta una procedura che si svolge interamente online e che permette di sottoscrivere il contratto in tutta sicurezza, tramite una firma digitale rilasciata gratuitamente dalla banca. Entro pochi giorni la banca dirà se la richiesta è accettata o meno.
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Pensione a 70 anni anche per i dirigenti sanitari

(da DottNet)   Anche i dirigenti sanitari potranno lavorare fino a 70 anni se ne faranno espressa richiesta. Lo riporta il decreto di Agosto al momento in fase di conversione in legge alla Camera.  Si tratta di una estensione alla novità in fatto di pensioni introdotta con l’ultimo decreto Milleproroghe. La legge, riporta InvestireOggi, riserva infatti la possibilità di restare in servizio fino al compimento dei 70 anni ai dirigenti medici per maturare i contributi necessari alla pensione. Gli interessati devono però farne esplicita richiesta all’amministrazione sanitaria di appartenenza.   La modifica consente, da un lato di sopperire alle carenze di organico nel comparto sanitario laddove vi è carenza di dirigenti medici, dall’altro di permettere a chi vuole continuare a lavorare nelle strutture sanitarie e ospedaliere anche dopo aver raggiunto i 40 anni di servizio. Una misura fortemente voluta dagli stessi medici, ma anche dettata dalle esigenze nazionali in campo sanitario. Ma la novità è che la legge, in fase di approvazione alla Camera, estende questa possibilità anche ai dirigenti sanitari del Servizio Sanitario Nazionale e del Ministero della Salute, come si legge su InvestireOggi. Fino al 31 dicembre 2022 gli interessati potranno presentare domanda di trattenimento in servizio sino al 70 esimo anno di età anche con oltre 40 anni di servizio effettivo.

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Esercizio previene rialzi pressori anche in aree relativamente inquinate

(da MSD Salute e Circulation online 2020)   L’attività fisica regolare aiuta a ridurre il rischio di pressione elevata, anche in aree con aria significativamente inquinata, come emerge da uno studio condotto su 140.072 soggetti inizialmente normotesi.   Per quanto un’elevata attività fisica combinata ad una riduzione dell’esposizione all’inquinamento dell’aria risulti associata ad una riduzione del rischio di pressione elevata, l’attività fisica continua ad avere un effetto protettivo anche con l’esposizione ad elevati livelli di inquinamento, e dovrebbe quindi essere promossa anche nelle zone relativamente inquinate, come affermato dall’autore Xiang Qian Lao dell’Università Cinese di Hong Kong.  L’attività fisica incrementa il tasso ventilatorio, e potrebbe incrementare l’assunzione di inquinanti aerogeni, il che potrebbe esacerbare gli effetti dannosi causati da questi elementi, ma alcuni studi hanno dimostrato che l’attività fisica protegge dal danno causato dall’inquinamento dell'aria, oppure ne è indipendente.

I risultati dello studio suggeriscono anche che la mitigazione dell’inquinamento dell’aria potrebbe risultare più efficace nel prevenire l’ipertensione rispetto all’attività fisica convenzionale.  Più del 91% della popolazione del mondo vive attualmente in aree in cui la qualità dell’aria non corrisponde a quanto prescritto dalle attuali linee guida OMS, e pertanto sono necessarie altre linee guida per informare le persone che vivono in queste regioni se possano trarre beneficio o meno da un’attività fisica regolare. Lo studio è stato condotto su soggetti Taiwanesi, ed i suoi risultati non possono essere generalizzati ad altre popolazioni con maggiore esposizione all’inquinamento dell’aria.

Non è stato inoltre tenuto conto dell’inquinamento al chiuso, ma il fumo di sigaretta, che è un’importante fonte di inquinamento dell’aria domestica, è stato trattato come covariante. Lo studio infine non ha distinto fra attività fisica all’aperto o al chiuso, per quanto la maggior parte della popolazione taiwanese faccia esercizio all’aperto.

Covid-19, prove crescenti sul ruolo delle mascherine per attenuare la gravità dell’infezione

(da Doctor33)    In un recente articolo pubblicato sul 'The New England Journal of Medicine', Monica Gandhi, MD, MPH, e George W. Rutherford, MD, entrambi professori e ricercatori dell'Università californiana di San Francisco (UCSF), hanno raccolto diverse casistiche ed evidenze fattuali fino a poter affermare che l'uso delle mascherine, in attesa di un vaccino, possa essere di aiuto nel rallentamento della gravità della pandemia in corso. (https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMp2026913?query=recirc_mostViewed_railB_article)    Mentre il Sars-cov-2 continua la sua diffusione globale, la mascherina facciale sta diventando uno dei pilastri per il controllo della pandemia da Covid-19 e potrebbe anche aiutare a ridurre la gravità della malattia, garantendo che una percentuale maggiore di nuove infezioni sia asintomatica. Se questa ipotesi venisse confermata l'uso di questo Dpi potrebbe diventare, in attesa di un vaccino, una forma di "vaiolizzazione" che genererebbe immunità e rallenterebbe la diffusione del virus. Una delle prime evidenze, affermano nell'articolo i due ricercatori, si è avuta nel mese di marzo quando hanno iniziato a circolare rapporti documentali sugli alti tassi di diffusione virale di Sars-CoV-2 per via nasale ed orale da parte di pazienti pre-sintomatici o asintomatici. La mascherina facciale, usata da tutta la popolazione, sembrava essere uno dei modi possibili per prevenire la trasmissione da persone infette asintomatiche. Ad aprile, i Centers for Disease Control and Prevention (Cdc) statunitensi, hanno quindi raccomandato alla popolazione di indossare mascherine chirurgiche o coperture in tessuto per il viso nelle aree con alti tassi di trasmissione dell'infezione. Le casistiche del passato relative ad altri virus respiratori, riportate nell'articolo, indicano che l'uso della mascherina può anche proteggere chi la indossa. Infatti, indagini epidemiologiche condotte in tutto il mondo, specialmente nei paesi asiatici abituati all'uso di questo Dpi durante la pandemia di Sars del 2003, hanno suggerito che esiste una forte relazione tra l'uso della mascherina ed il controllo di una possibile pandemia. Altri dati recenti provenienti dalla città di Boston dimostrano che le infezioni da Sars-CoV-2 siano diminuite tra gli operatori sanitari dopo che l'uso della mascherina sia stato implementato negli ospedali a fine marzo. Sars-CoV-2, spiegano il dott. Ghandi ed il dott. Rutherford, ha la capacità proteiforme di causare una miriade di manifestazioni cliniche, che vanno dalla completa mancanza di sintomi fino alla polmonite e, in alcuni casi, la morte. Recenti dati virologici, epidemiologici ed ecologici hanno portato all'ipotesi che l'uso della mascherina possa ridurre la gravità della malattia tra le persone che vengono infettate. Questa possibilità è coerente con una teoria di vecchia data sulla patogenesi virale, secondo la quale la gravità della malattia è proporzionata all'inoculo virale ricevuto. Con le infezioni virali in cui le risposte immunitarie dell'ospite giocano un ruolo predominante nella patogenesi virale, come Sars-CoV-2, alte dosi di inoculo virale possono sopraffare e disregolare le difese immunitarie aumentando la gravità della malattia. Se l'inoculo virale è importante nel determinare la gravità dell'infezione Sars-CoV-2, un ulteriore motivo ipotizzato per indossare maschere facciali sarebbe quello di ridurre la carica virale del portatore ed il conseguente impatto clinico della malattia. Quindi, un largo utilizzo delle mascherine potrebbe contribuire ad aumentare la percentuale di infezioni asintomatiche. Il Cdc ha stimato che la percentuale media di infezione asintomatica da Sars-CoV-2 a metà luglio negli Stati Uniti era del 40%. Però, la percentuale di infezione asintomatica è documentata superiore all'80% in ambienti con largo uso di mascherina. I paesi che hanno adottato l'uso del Dpi a livello universale hanno migliorato la percentuale di casi gravi correlati a Covid e di conseguenza anche un rallentamento dei decessi. Un altro esperimento eseguito sul criceto siriano ha simulato il mascheramento chirurgico degli animali e ha mostrato che con il mascheramento simulato, i criceti avevano meno probabilità di essere infettati. I ricercatori portano a conoscenza di altri casi interessanti a sostegno dell'ipotesi: In un'epidemia su una nave da crociera argentina, dove ai passeggeri sono state fornite maschere chirurgiche e al personale di bordo maschere N95, il tasso di infezione asintomatica è stato dell'81% (rispetto al 20% nei precedenti focolai di navi da crociera senza l'uso di mascherina). In due recenti focolai scoppiati in stabilimenti di trasformazione alimentare degli Stati Uniti, dove a tutti i lavoratori sono state rilasciate maschere ogni giorno ed è stato richiesto di indossarle, la percentuale di infezioni asintomatiche tra le oltre 500 persone che sono state infettate è stata del 95%, contro solo il 5% di casi lievi o moderati. Inoltre, i tassi di mortalità nei paesi con mascherina obbligatoria o imposta a tutta la popolazione sono rimasti bassi, persino con la recrudescenza dei casi dopo la revoca dei lockdown. Gandhi e Rutherford indicano, però, che per verificare l'ipotesi che l'uso della mascherina da parte di tutta la popolazione sia una strategia efficiente nel rallentamento della gravita dell'infezione da coronavirus, sono necessari ulteriori studi per confrontare il tasso di infezione asintomatica in aree con e senza uso universale del Dpi. Per testare l'ipotesi di "vaiolizzazione", c'è bisogno di più studi che confrontino la forza e la durata dell'immunità dei linfociti T, specifici per Sars-CoV-2, tra le persone con infezione asintomatica e quelle con infezione sintomatica, nonché una dimostrazione del rallentamento naturale del Covid-19 diffuso in aree con un'alta percentuale di infezioni asintomatiche. Nonostante tutto i ricercatori concludono che ci sono prove crescenti che l'uso della mascherina a livello globale potrebbe giovare la lotta sia alla riduzione della percentuale di trasmissione sia alla riduzione della gravità della malattia.

Uno spray nasale ci salverà dal Covid?

(da Fimmg.org e AGI)    Uno spray nasale per stroncare il contagio da Covid-19 sul nascere. È quello a cui lavora un gruppo di ricercatori, che ha già avuto risultati promettenti nella sperimentazione sui furetti: utilizzato settimanalmente lo spray potrebbe ridurre considerevolmente la replicazione del virus nell'organismo, riducendo le possibilità di trasmissione dell'infezione. Lo hanno scoperto gli esperti della Porton Down della Public Health England in un studio pubblicato sul sito open access bioRxiv.   Con la pandemia galoppante in tutto il mondo, scienziati di tutto il mondo lavorano al vaccino. Ma c'è chi invece si è concentrato su una molecola simile a un farmaco che interagisce con le cellule nella cavità nasale in modo da attivare il sistema immunitario dell'organismo.   Nello studio un gruppo di furetti ha ricevuto due dosi di una soluzione spray nasale con una molecola artificiale, realizzata dalla società australiana Ena Respiratory, sviluppata per potenziare il sistema immunitario.  Secondo i risultati del team, che devono ancora essere sottoposti a revisione, lo spray, applicato il giorno prima dell'esposizione al coronavirus, ha inibito la replicazione del virus nel naso e nella gola del 96 per cento, riducendo il rischio di infezione e le probabilità di trasmissione.

Coronavirus: esperti,una bocca sana migliora difese contro virus

(da  AGI)   Mantenere la bocca sana fa bene alla salute e in particolare a quella del cuore. Lo ricorda la Società Italiana di Parodontologia e Implantologia (SIdP) in occasione della Giornata Mondiale del Cuore del 29 settembre, sottolineando come prevenire la parodontite, infiammazione gengivale grave che colpisce circa 8 milioni di italiani, riduca significativamente il pericolo per cuore e vasi. Lavare i denti almeno due volte al giorno abbassa la probabilità di aritmie e insufficienza cardiaca del 10% mentre la terapia non chirurgica della parodontite, riducendo la quantità di batteri presenti, diminuisce anche del 30% i principali fattori di rischio cardiovascolare per almeno 6 mesi. Prevenire l’infiammazione gengivale con un’adeguata igiene orale, inoltre, può essere importante anche per proteggersi da COVID-19: i batteri orali responsabili della parodontite possono infatti aggravare infezioni polmonari o facilitare la colonizzazione delle vie aeree da parte di agenti infettivi come il Coronavirus. “Questi dati confermano che la salute della bocca si riverbera sullo stato di salute in generale e in particolare su quello cardiovascolare, con forti legami tra malattie del cavo orale e patologie sistemiche che vanno dal diabete all’artrite reumatoide e dall’ipertensione arteriosa fino all’Alzheimer. Per questo è importante evitare fattori di rischio, adottando stili di vita sani e una buona igiene orale, con visite periodiche dal dentista”  - osserva Luca Landi, presidente SIdP – Lavare i denti almeno due volte al giorno, meglio se tre, riduce il rischio di aritmie, infarto miocardico ed episodi cardiaci acuti; chi avendo la parodontite si sottopone a terapia non chirurgica per ridurre la quantità di batteri patogeni presenti nelle tasche parodontali riduce anche il numero di batteri virulenti nel sangue che contribuirebbero alla formazione degli ateromi e quindi al restringimento delle arterie. La terapia parodontale porta anche a una riduzione della proteina C reattiva, del fibrinogeno e di colesterolo LDL ossidato, ulteriori elementi coinvolti in un incremento dell’infiammazione dei vasi sanguigni e della probabilità di comparsa di aterosclerosi.

Enpam, con gli ultimi indennizzi erogati bonus per 260 milioni

(da enpam.it)    Ammontano a quasi 260 milioni di euro le risorse che l’Enpam, l’Ente previdenziale di medici e odontoiatri, ha messo in campo in questi mesi per sostenere i propri iscritti solo per quanto concerne i bonus e gli indennizzi mensili. BONUS ENPAM La voce più importante è quella che ha riguardato il cosiddetto bonus Enpam, il contributo di 1.000 euro al mese per tre mesi, erogato agli iscritti che ne avevano diritto, facendo affidamento solo sulle risorse proprie della Fondazione. In questo caso la spesa affrontata finora è stata pari a poco più di 145 milioni di euro. Tra l’altro, proprio lo scorso 17 settembre sono state saldate 9 domande residuali relative a questo indennizzo. INDENNIZZI STATALI Circa 90 milioni invece è il plafond utilizzato a oggi per pagare gli indennizzi statali, quelli relativi ai mesi di marzo e aprile (dell’importo di 600 euro) e di maggio (di 1.000 euro). A questo proposito lo scorso 15 settembre l’Enpam ha liquidato tutte le 2.287 nuove domande di indennizzo statale relative al mese di maggio pervenute dal 15 agosto al 14 settembre, per un importo complessivo di 2,287 milioni di euro. Questi bonifici si sommano a quelli inviati in automatico subito dopo Ferragosto a 40.636 medici e odontoiatri che avevano già ricevuto l’indennizzo nei mesi precedenti; da quel mandato di pagamento erano rimasti fuori solo 47 aventi diritto, che hanno comunque ottenuto l’indennizzo a metà settembre. È il caso di sottolineare che tutti questi esborsi sono stati anticipati dall’Enpam, mentre lo Stato ad oggi ha rimborsato solo quelli di marzo. BONUS ENPAM + Infine, circa 23,5 milioni di euro sono stati erogati finora dall’Enpam, nell’ambito del cosiddetto bonus Enpam Plus, un indennizzo, anche questo interamente a carico della Fondazione, che è stato introdotto per coprire una serie di soggetti che per ragioni diverse erano rimasti esclusi dal bonus Enpam. A questo proposito, sempre lo scorso 17 settembre, sono state liquidate altre 2.682 domande di indennizzo con un esborso pari a circa 5,6 milioni di euro. POSIZIONI PENDENTI In generale, per quanto riguarda possibili situazioni ancora pendenti, ad oggi non risultano bonus Enpam da pagare, ad eccezione di 7 domande per le quali gli iscritti avevano fornito un Iban errato. Per quanto concerne invece il bonus Enpam Plus, rimangono ancora da pagare solo le posizioni relative ai contribuenti morosi, per i quali è in corso una valutazione da parte del Servizio contributi della Fondazione. Infine un equivoco da chiarire. I medici e gli odontoiatri che avevano fatto domanda per il Bonus Enpam e se l’erano vista rigettare, ad esempio per un’irregolarità contributiva, una volta messisi in regola non riceveranno in automatico un bonifico, ma dovranno necessariamente ripresentare la domanda per il Bonus Enpam +. In diversi casi è infatti capitato di ricevere lamentele per presunti ritardi da parte dell’Enpam, quando invece non risultavano domande presentate.

Covid. Latte materno è sicuro, il virus non si trasmette al neonato

Il covid 19 non viene trasmesso dalla mamma positiva al neonato durante l'allattamento. Lo rileva una ricerca multicentrica coordinata dalla Città della Salute di Torino che ha analizzato i campioni di latte di 14 mamme positive al virus dopo il parto, controllando i loro neonati nel primo mese di vita. Il latte è risultato negativo al SARS-CoV-2 in 13 di questi campioni, mentre in un caso è stata identificata per un breve periodo la presenza dell’RNA virale.   Leggi L'articolo completo al LINK   

L’assistenza territoriale è la chiave per superare l’emergenza e riformare il SSN

(da M.D. Digital)  Sono le Regioni in cui l’assistenza sanitaria territoriale è più sviluppata quelle che hanno saputo gestire meglio l’emergenza provocata dalla pandemia di Covid-19. È quanto si evince dal Rapporto “Riportare la sanità al centro. Dall’emergenza sanitaria all’auspicata rivoluzione della governance del Ssn”, condotto dall’Istituto per la Competitività (I-Com) e presentato di recente nel corso di un webinar a cui hanno preso parte accademici, esperti e rappresentanti delle istituzioni, della politica e del mondo produttivo. Un chiaro esempio di quanto l’assistenza territoriale sia stata fondamentale nella gestione dell’epidemia si palesa dal confronto tra le regioni inizialmente più colpite dal coronavirus. Mentre nella prima settimana dello scorso marzo la Lombardia aveva deciso di ospedalizzare la quasi totalità dei malati (una percentuale che si avvicinava al 100%), il Veneto e l’Emilia-Romagna hanno scelto la via della presa in carico territoriale e hanno fatto ricorso principalmente a un largo uso di tamponi e all’assistenza domiciliare. Nello specifico, nella stessa settimana, in Veneto era ricoverato circa il 30% dei pazienti affetti da Covid-19 mentre in Emilia-Romagna poco meno del 60. A conti fatti, l’attività diffusa e mirata di screening e tamponi, l’isolamento domiciliare e la presa in carico attraverso l’assistenza integrata sono i fattori che più hanno contribuito a far diminuire la pressione sugli ospedali e sulle terapie intensive e, di fatto, a ridurre il tasso di mortalità legato alla diffusione del virus. Lo studio di I-Com  – curato dal presidente dell’istituto Stefano da Empoli e dal direttore dell’area Innovazione Eleonora Mazzoni – pone infatti l’accento sulla necessità di potenziare l’assistenza territoriale integrata per giungere a un’efficace riorganizzazione del Servizio Sanitario Nazionale e della governance farmaceutica. Secondo il Rapporto, ad acuire le differenze tra i sistemi sanitari delle diverse regioni italiane sono state soprattutto le misure di contenimento della spesa dedicata alla salute volte a migliorare l’efficienza del sistema, alle quali, tuttavia, non è seguita la promessa ristrutturazione. Basti pensare che tra il 2009 e il 2018 la spesa sanitaria pubblica italiana in relazione al Prodotto interno lordo ha subito una decrescita costante, passando dal 7,04% al 6,54. In pratica, lo 0,5% in meno. Un dato in controtendenza con quanto accaduto, invece, nello stesso periodo negli altri principali Paesi europei, come Germania e Francia in cui, seppur con un andamento oscillante, il peso della spesa sanitaria sul Pil è aumentato rispettivamente dello 0,18 e dello 0,67%. La contrazione dell’investimento pubblico in sanità emerge in maniera ancor più evidente se si osservano i dati sulla cosiddetta spesa out of pocket, ossia quella sostenuta dai cittadini con risorse proprie: in base alle elaborazioni degli analisti dell’istituto, gli italiani contribuiscono alla spesa sanitaria per il 23,1%. Una quota molto superiore a quella sostenuta dai cittadini tedeschi (12%) e francesi (9,2%). Per quanto concerne il tema del sottofinanziamento della spesa farmaceutica Eleonora Mazzoni ha tenuto a precisare: “Il comparto farmaceutico ha giocato, e continua a giocare, un ruolo fondamentale nella lotta al Covid-19 e, più in generale, nel Servizio sanitario nazionale”, secondo cui, oggi più che mai, “ripensare il ruolo dei farmaci e dei dispositivi medici all’interno del Ssn è un intervento prioritario, realizzabile solo se le scelte di politica sanitaria e farmaceutica verranno integrate con strumenti di politica industriale capaci di sostenere tanto gli investimenti nazionali quanto quelli dall’estero”. Questi ultimi dovrebbero essere diretti a realizzare un’assistenza sanitaria capace di acquistare le tecnologie disponibili al momento per rispondere in maniera adeguata alle previsioni del fabbisogno di cura della popolazione. Infine, lo studio sottolinea come la crisi innescata dalla pandemia da Covid-19 abbia impresso una significativa accelerazione alla semplificazione amministrativa nel settore della e-health e incoraggiato un impiego più diffuso, snello ed efficiente di soluzioni digitali già da tempo disponibili. Tra tutte, la telemedicina, il cui importante contributo nel rafforzamento della rete ospedale-medici-territorio è emerso chiaramente nel corso della crisi sanitaria degli ultimi mesi. Il servizio più utilizzato è stato quello della televisita (45%), che ha permesso di sopperire all’imposta distanza tra medico e paziente. Seguono, poi, il monitoraggio (32%), la teleconsulenza (9%), il teleconsulto (5%), l’assistenza da remoto, compresa quella svolta per e all’interno delle Rsa (7%) e, infine, la telecompagnia (2%). “La necessità di predisporre e utilizzare strumenti digitali e di telemedicina nella gestione dell’emergenza ha accelerato processi che sembravano fermi da tempo e dato vita a diverse soluzioni virtuose nelle regioni italiane”, ha osservato il presidente dell’Istituto per la Competitività Stefano da Empoli. Che ha poi indicato gli interventi prioritari da mettere in campo da questo punto di vista: “È necessario continuare ad agire per lo sviluppo dell’agenda digitale, con particolare riferimento alla dematerializzazione delle ricette, alla telemedicina, al Fascicolo sanitario elettronico e al digital therapeutics, mettendo a sistema le procedure attivate durante l’emergenza sanitaria”.

L’obiettivo del Rapporto I-Com    (consultabile al  LINK sottostante)

Il Rapporto ha come finalità proprio quella di analizzare e discutere gli interventi ritenuti ancora necessari per giungere a un’ efficace organizzazione del sistema sanitario e della governance farmaceutica. L’analisi procede da un lato alla luce delle criticità evidenziate dalla diffusione dell’epidemia da Covid-19 sul territorio italiano e, dall’altro, delle risposte date dall’intero sistema all’emergenza.

Il capitolo 1fornisce una fotografia della nascita e dell’evoluzione della pandemia di Covid-19 con particolare attenzione alla situazione in Italia. Secondo l’ultimo aggiornamento dei dati proposto nello studio (13 settembre 2020) i Paesi più colpiti nel mondo sono Stati Uniti, India, Brasile e Russia, mentre in Europa, Francia, Spagna e Regno Unito restano, secondo i dati cumulativi, quelli più colpiti dall’inizio della pandemia.

Il capitolo 2analizza la risposta italiana all’emergenza evidenziando in particolare le criticità che non hanno permesso al sistema sanitario nazionale di reagire in maniera tempestiva. L’organizzazione del sistema sanitario in Italia è passata negli ultimi dieci anni attraverso una serie di misure di contenimento della spesa che avrebbero dovuto essere rivolte a migliorarne l’efficienza ma, di fatto, non si sono accompagnate alla promessa ristrutturazione, soprattutto per quanto riguarda l’organizzazione e il ruolo dell’assistenza territoriale.

Nel capitolo 3si descrivere l’impegno profuso dall’industria farmaceutica europea nonché italiana nel fronteggiare la crisi sanitaria causata, su scala globale, dal virus SARS-CoV-2 e si procede a fare il punto sui trattamenti farmacologici attualmente disponibili e sulle sperimentazioni cliniche in atto per lo sviluppo di terapie e vaccini necessari al contrasto del virus.

Il capitolo 4, con sguardo lungimirante, valuta le azioni fondamentali messe in atto durante l’emergenza Covid-19 e che potrebbero costituire un punto di partenza per la riforma del sistema sanitario nonché della governance farmaceutica.

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Stanchi, depressi e spaventati: identikit dei guariti dal Covid

(da AGI)   “Quelli che avevano altre patologie prima di contagiarsi in alcuni casi hanno visto peggiorare la loro situazione”, raccontano i medici internisti toscani. Altri “li vediamo arrivare da noi con una grande stanchezza, qualche difficoltà respiratoria e tanta paura che l’incubo ritorni. Soprattutto quando ad essere stati colpiti sono i più giovani. E l’altro comun denominatore è uno stato depressivo che sicuramente non aiuta a imboccare la strada di una completa guarigione. A tracciare il profilo dei “sopravvissuti al Covid” è la dottoressa Paola Gnerre, dirigente di primo livello alla medicina interna 2 dell’ospedale San Paolo di Savona dove, grazie anche all’apporto del direttore del dipartimento di medicina della asl 2 savonese, il dottor Rodolfo Tassara, è nato uno dei primi day hospital per ex pazienti Covid, totalmente gratuito. Un progetto elaborato da Fadoi, la Federazione dei medici internisti ospedalieri, che celebra in questi giorni a Roma il suo congresso in modalità mista, remoto/in presenza, all’interno del quale è stato presentato il modello di day hospital per i reduci del Covid già partito con delibere regionali in Liguria e Toscana e a macchia di leopardo in Lombardia, Lazio, Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna. Con le altre regioni pronte a seguire l’esempio. Il nuovo modello di presa in carico dei pazienti, che passata l’infezione rischiano di subire danni cronici non solo ai polmoni, ma anche a cuore, reni e cervello. Una formula che potrà essere utilizzata non solo per i “reduci del Covid, ma per aiutare a smaltire quegli 11 milioni di visite e accertamenti saltati durante il lockdown a discapito soprattutto dei malati cronici. L’idea è apparentemente semplice: istituire dei day hospital non solo terapeutici ma anche diagnostici, che grazie all’apporto multidisciplinare dei diversi specialisti medici consenta il follow up dei pazienti che sono passati per il Covid. Il tutto con esenzione dal ticket e seguendo la molto più snella lista di attesa intraospedaliera. Un modello non a caso messo a punto dai medici internisti della Fadoi, che lo hanno visto adottare per prima dalla asl 2 del savonese. Una indagine della stessa federazione mostra infatti come proprio la medicina interna sia stata in prima fila nella gestione dell’emergenza, con il 70% dei ricoveri Covid nei propri reparti. Ed è l’esperienza maturata sul campo, insieme agli studi internazionali ad aver mostrato come i pazienti sopravvissuti al coronavirus continuassero ad avere problemi polmonari che diventano cronici nel 30% dei casi e danni permanenti estesi ad altri organi. Da qui il sistema di controllo multidisciplinare messo a punto dagli internisti: in regime di day hospital ogni 3-6-12 e 24 mesi vengono rilevati i parametri vitali, come frequenza cardiaca e respiratoria, pressione arteriosa e livello di saturazione del sangue.

Cancro. Per tiroide, testicolo, stomaco, colon retto, utero e melanoma guarigione per la metà delle donne e quasi il 40% degli uomini europei

I risultati in uno studio dell'Istituto superiore di sanità e del Cro di Aviano nell'ambito del programma Eurocare su 32 titpi di tumore e pubblicato sull'International Journal of Epidemiology. Per questi sei tipi di tumore in Europa la guarigione è ormai certa per il 51% delle donne e per il 39% degli uomini e le persone tornano ad avere un’attesa di vita simile a chi non si è ammalato.  Leggi L'articolo completo al LINK

http://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=88307&fr=n

Allarme Anaao, fino a 24mila medici in meno negli ospedali entro 2023

(da Adnkronos Salute) - Entro il 2023 potrebbero mancare circa 10mila medici specialisti nelle corsie d'ospedale. Ma in uno scenario più pessimista la carenza potrebbe arrivare a circa 24mila unità, una prospettiva catastrofica non lontana dalla realtà. Per questo è necessario "finanziare subito 11.800 contratti di formazione". E' quanto emerge da uno studio condotto dall'Anaao Assomed, "aggiornando quello effettuato nel 2018 sulle risorse professionali e sulle possibili soluzioni - spiega il segretario nazionale del sindacato dei medici dirigenti del Servizio sanitario nazionale, Carlo Palermo - alla luce dell'andamento della curva pensionistica, dell'attuale programmazione di ingressi nei Corsi di laurea in Medicina e chirurgia e nelle Scuole di specializzazione, e dei nuovi scenari ipotizzabili dopo il primo picco legato alla pandemia di Covid-19 nel nostro Paese". Dunque, secondo uno "scenario base, quello ottimale" disegnato dallo studio, nel quinquennio 2019-2023 sono previsti 32.501 pensionamenti, a fronte di soli 22.328 nuovi specialisti che opteranno per il Ssn (il 66% del totale annuale secondo le stime Anaao), con un ammanco di 10.173 specialisti. Nel quinquennio 2024-2028 sono previsti 22.206 pensionamenti, a fronte di 30.687 specialisti che potrebbero optare per il Ssn, con un surplus teorico di 8.481 specialisti. La differenza tra i nuovi specialisti dei due quinquenni è data dai recenti aumenti dei contratti di formazione specialistica disponibili, che si riflettono positivamente sul secondo quinquennio. La differenza dei pensionamenti tra i due archi temporali è data dalla gobba pensionistica della popolazione medica, che finalmente entra in fase calante. I dati - osserva l'Anaao - evidenziano in modo inequivocabile che il momento di agire è adesso: la carenza di 10.173 specialisti entro il 2023 rappresenta un gravissimo rischio per le sorti del Ssn. Lo studio Anaao ipotizza però anche l'altro scenario, quello più sfavorevole, ovvero che l'ammanco potrebbe salire alla vertiginosa cifra di circa 24mila specialisti nel 2023. Tutto questo - calcola lo studio - tenendo conto che esiste già una carenza di 6.225 medici specialisti rispetto al 2009, anno con il livello più alto di medici assunti nel Ssn, che potrebbero essere necessari ulteriori 4mila specialisti per far fronte all'attivazione di nuovi posti letto per l'emergenza da Covid-19 nelle struttura di Terapia intensiva e Sub-intensiva, e che le uscite potrebbero aumentare per anticipi pensionistici a causa del tremendo stress psico-fisico subito dagli operatori sanitari per contrastare l'epidemia. Come si è arrivati a questo punto? "Il sotto-finanziamento del sistema, il blocco del turnover e i pensionamenti massivi degli operatori - sostiene Palermo - hanno prodotto un sistema che appare oggi più che mai bisognoso di profonde rivisitazioni. Un quadro aggravato e reso ancor più complesso dalla totale assenza di programmazione nella formazione post-laurea, che è andato in crisi in molte Regioni, in relazione all'inaspettata pandemia da Sars-CoV-2". "Gli effetti disastrosi di questa politica - prosegue - sono ben evidenti: l''imbuto formativo', ovvero il gap tra numero di accessi alla Facoltà di Medicina e l'insufficiente numero di contratti specialistici, che sta comportando un grave danno generazionale; l''imbuto lavorativo', ovvero il rischio di creare tra un decennio una pletora di medici specialisti con difficoltà di impiego stabile per le mutate condizioni del mercato del lavoro in sanità a causa dell'esaurimento della 'gobba previdenziale'". "Chiediamo - incalza Palermo - un finanziamento 'una tantum' di ulteriori 11.800 contratti di formazione specialistica da distribuire sui concorsi 2021 e 2022, per mettere una pietra tombale sull'imbuto formativo in un biennio. Il costo stimato sarebbe complessivamente di circa 1,3 miliardi di euro da spalmare in base alla durata in anni della formazione: una spesa straordinaria per un progetto straordinario". La revisione del sistema necessita anche di una seria e mirata programmazione del turnover del personale medico in sanità, anche per evitare il ripresentarsi di una 'pletora medica', come negli anni '70 e '80 del secolo scorso, andando a creare un esercito di disoccupati 'di lusso' che il Paese Italia non può permettersi. L'Anaao Assomed propone l'istituzione di un board misto Mur-ministero della Salute-Regioni-Fnomceo-sindacati medici, che si riunisca a cadenza annuale per correlare ingressi al Corso di Medicina e chirurgia, pensionamenti dei medici, attivazione dei contratti e delle borse di formazione post lauream. Per garantire la qualità del percorso formativo a fronte del notevole incremento dei contratti e delle borse, l'unica soluzione praticabile è quella dell'implementazione della rete attraverso l'individuazione degli 'ospedali di apprendimento', in modo da mettere a disposizione degli specializzandi l'immensa casistica clinica e il patrimonio culturale e tecnico dei professionisti del Ssn. "Siamo un grande Paese, il personale medico deve rappresentare il pilastro del nostro Ssn, quel capitale umano che fa la differenza tra la salute e la malattia, tra la vita e la morte, necessario per affrontare anche crisi inaspettate come la recente epidemia di Sars-CoV-2 e, pertanto, da valorizzare sotto il profilo professionale ed economico", conclude il segretario Anaao

Bmj: miele meglio dei farmaci per trattare tosse e mal di gola

(da Nutrienti e Supplementi)    Il miele come prezioso e insostituibile alleato per combattere le infezioni vie respiratorie. Addirittura, meglio dei trattamenti abituali nel risolvere sintomi particolarmente fastidiosi come la tosse e valida alternativa agli antibiotici, spesso usati impropriamente. Questi i risultati di una review pubblicata nei giorni scorsi sul 'British medical journal' che per la prima volta fa il punto sull’impiego del miele nel trattamento delle infezioni delle vie respiratorie mettendo insieme i dati oggi disponibili in letteratura.   Nello specifico, sono stati presi in esame i risultati di 14 trial clinici per un totale di 1.761 partecipanti di varie, confrontando l’efficacia del miele o prodotti a base di miele rispetto ad antistaminici, mucolitici e fluidificanti, medicinali contro la tosse e antidolorifici nel migliorare i sintomi a carico delle vie respiratorie.    Il miele si è rivelato superiore, in particolare nel migliorare frequenza e gravità della tosse con un paio di trial in cui addirittura ha dimostrato di accorciare la durata dei sintomi fino a due giorni rispetto ai farmaci.    “Si tratta di un rimedio usato tradizionalmente per curare tosse e raffreddore” coomentano gli Autori. “Ci sono prove per il suo impiego nei bambini, ma per un uso ad ampio raggio mancava finora una revisione dei dati oggi disponibili. Alla luce di questi risultati, possiamo affermare che il miele rappresenti un'alternativa efficace, economica, facilmente disponibile e senza effetti collaterali agli antibiotici, spesso prescritti in maniera inappropriata in quanto trattasi di infezioni più comunemente causate da virus”.

La solitudine favorisce il diabete, predice l’esordio della malattia

(da DottNet)   La solitudine potrebbe favorire lo sviluppo del diabete e predice l'esordio della malattia. Lo rivela uno studio condotto presso il King's College di Londra e pubblicato sulla rivista Diabetologia. Il lavoro si è basato sui dati del progetto di ricerca longitudinale "English Longitudinal Study Ageing" che ha coinvolto 4112 adulti dai 50 anni in su, tutti sani all'inizio dello studio. Nell'arco di 12 anni è stato diagnosticato il diabete a 264 di loro. Il livello di solitudine registrato per ciascuno all'inizio del lavoro è risultato essere un importante fattore predittivo dello sviluppo del diabete negli anni a venire. L'associazione tra solitudine e rischio diabete persiste anche quando si tiene conto di noti fattori di rischio della malattia (dal fumo al sovrappeso, dal consumo di alcolici alla glicemia alta a digiuno, dalla pressione alta ad altri problemi cardiovascolari fino pure alla depressione).

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Coronavirus, Ecdc raccomanda quarantena 14 giorni, si può ridurre a 10 con test

(da Adnkronos Salute) - "La quarantena di 14 giorni è raccomandata per le persone che hanno avuto contatti con casi confermati di Sars-CoV-2. Questo periodo può essere ridotto a 10 giorni dopo l'esposizione" al virus, "se viene eseguito un test Pcr il decimo giorno ed è negativo". E' quanto si legge nell'aggiornamento sul livello di rischio Covid in Europa diffuso il 24/09/20 dall'European Centre for Disease Prevention and Control (Ecdc).

Scuole, certificati e tamponi: la guida per i medici

(da DottNet)   La circolare 'Riapertura delle scuole. Attestati di guarigione da COVID-19 o da patologia diversa da COVID-19"  (vedi a questo LINK) per alunni o personale scolastico con sospetta infezione da SARS-CoV-2', che porta la data di ieri ed è a firma del Direttore generale del ministero della Salute Gianni Rezza, riassume i criteri previsti per il rientro a scuola di alunni e personale docente e non docente in caso di Covid o di altra patologia.   Con febbre superiore al 37,5° o sintomi compatibili con il Covid scatta il tampone per alunni o operatori scolastici che avranno in ogni caso una corsia preferenziale per l’effettuazione del test.  La circolare, inviata ad una cinquantina di soggetti interessati fra ministeri enti e Federazioni, prevede 4 tipologie di intervento:

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ANNULLAMENTO ASSEMBLEA ELETTIVA DEL 26-27 SETTEMBRE 2020

Caro Collega, l’Assemblea elettiva del 26-27 settembre 2020 È STATA ANNULLATA in quanto, come da regolamento FNOMCeO, entro le tre ore previste non è stato possibile insediare il seggio con 4 titolari e 4 supplenti. Resta valida la successiva convocazione prevista per il 24-25 ottobre p.v. con il relativo quorum. Il Presidente Dott. Michele Gaudio

La personalità ostile è un fattore predittivo di mortalità cardiaca

(da M.D.Digital)    L'ostilità può aumentare il rischio di mortalità nei pazienti con sindrome coronarica acuta (SCA), sebbene non influisca sul rischio di SCA ricorrente.   L'ostilità è un tratto della personalità che include l'essere sarcastici, cinici, risentiti, impazienti o irritabili, ha riferito un ricercatore dell’Università del Tennessee College of Nursing di Knoxville. Non è solo un evento una tantum, ma caratterizza il modo in cui una persona interagisce con il suo prossimo. Sappiamo che prendere il controllo delle abitudini di vita migliora le prospettive per i pazienti con infarto e questo nuovo studio suggerisce che anche il miglioramento dei comportamenti ostili potrebbe essere una strategia positiva. In un'analisi secondaria dello studio PROMOTION pubblicato sull'European Journal of Cardiovascular Nursing, i ricercatori hanno analizzato i dati di 2.321 pazienti (età media, 67 anni; 68% uomini; 73% sposati) con SCA. Le informazioni sono state raccolte attraverso la revisione della cartella clinica, interviste strutturate e questionari scritti, uno dei quali era la Check List degli aggettivi multipli per misurare l'ostilità. Attraverso di esso, i pazienti hanno selezionato aggettivi che descrivevano i loro sentimenti nell'ultima settimana. I punteggi più alti suggerivano una maggiore ostilità. La soglia per un paziente con un alto livello di ostilità era un punteggio di 7. Nel follow-up di 24 mesi sono state registrate le recidive di SCA e la mortalità per tutte le cause. Dei pazienti partecipanti allo studio, il 57% è stato considerato ostile (punteggio medio 7.56). Il punteggio medio nei pazienti con ostilità era 10.3 rispetto a 4 dei soggetto non ostili ostilità (p<0.001). La recidiva di SCA si è verificata nell'8.3% dei pazienti e l'ostilità non è risultata un predittore indipendente di recidiva (p=0.792).    Durante il follow-up, l'1.6% dei pazienti è deceduto e nei confronti di questo endpoint è emerso che l'ostilità era un predittore indipendente di mortalità per tutte le cause (p<0.039), dove ogni aumento di unità nel punteggio di ostilità è risultato collegato a una probabilità di mortalità superiore del 52%. Identificare e trattare l'ostilità deve essere una priorità, insieme all'ottimizzazione dei comportamenti fisici e di salute per ridurre il rischio cardiovascolare, hanno concluso i ricercatori, spiegando che la prevenzione e il trattamento dell'ostilità per ridurre la mortalità sembrano essere obiettivi importante del trattamento, in particolare in un approccio multidisciplinare. (Vitori TK, et al. Hostility predicts mortality but not recurrent acute coronary syndrome. Eur J Cardiovasc Nurs 2020; doi:10.1177/1474515120950913.)
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