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Pensione a 70 anni anche per i dirigenti sanitari
(da DottNet) Anche i dirigenti sanitari potranno lavorare fino a 70 anni se ne faranno espressa richiesta. Lo riporta il decreto di Agosto al momento in fase di conversione in legge alla Camera. Si tratta di una estensione alla novità in fatto di pensioni introdotta con l’ultimo decreto Milleproroghe. La legge, riporta InvestireOggi, riserva infatti la possibilità di restare in servizio fino al compimento dei 70 anni ai dirigenti medici per maturare i contributi necessari alla pensione. Gli interessati devono però farne esplicita richiesta all’amministrazione sanitaria di appartenenza. La modifica consente, da un lato di sopperire alle carenze di organico nel comparto sanitario laddove vi è carenza di dirigenti medici, dall’altro di permettere a chi vuole continuare a lavorare nelle strutture sanitarie e ospedaliere anche dopo aver raggiunto i 40 anni di servizio. Una misura fortemente voluta dagli stessi medici, ma anche dettata dalle esigenze nazionali in campo sanitario. Ma la novità è che la legge, in fase di approvazione alla Camera, estende questa possibilità anche ai dirigenti sanitari del Servizio Sanitario Nazionale e del Ministero della Salute, come si legge su InvestireOggi. Fino al 31 dicembre 2022 gli interessati potranno presentare domanda di trattenimento in servizio sino al 70 esimo anno di età anche con oltre 40 anni di servizio effettivo.
Esercizio previene rialzi pressori anche in aree relativamente inquinate
(da MSD Salute e Circulation online 2020) L’attività fisica regolare aiuta a ridurre il rischio di pressione elevata, anche in aree con aria significativamente inquinata, come emerge da uno studio condotto su 140.072 soggetti inizialmente normotesi. Per quanto un’elevata attività fisica combinata ad una riduzione dell’esposizione all’inquinamento dell’aria risulti associata ad una riduzione del rischio di pressione elevata, l’attività fisica continua ad avere un effetto protettivo anche con l’esposizione ad elevati livelli di inquinamento, e dovrebbe quindi essere promossa anche nelle zone relativamente inquinate, come affermato dall’autore Xiang Qian Lao dell’Università Cinese di Hong Kong. L’attività fisica incrementa il tasso ventilatorio, e potrebbe incrementare l’assunzione di inquinanti aerogeni, il che potrebbe esacerbare gli effetti dannosi causati da questi elementi, ma alcuni studi hanno dimostrato che l’attività fisica protegge dal danno causato dall’inquinamento dell'aria, oppure ne è indipendente.
I risultati dello studio suggeriscono anche che la mitigazione dell’inquinamento dell’aria potrebbe risultare più efficace nel prevenire l’ipertensione rispetto all’attività fisica convenzionale. Più del 91% della popolazione del mondo vive attualmente in aree in cui la qualità dell’aria non corrisponde a quanto prescritto dalle attuali linee guida OMS, e pertanto sono necessarie altre linee guida per informare le persone che vivono in queste regioni se possano trarre beneficio o meno da un’attività fisica regolare. Lo studio è stato condotto su soggetti Taiwanesi, ed i suoi risultati non possono essere generalizzati ad altre popolazioni con maggiore esposizione all’inquinamento dell’aria.
Non è stato inoltre tenuto conto dell’inquinamento al chiuso, ma il fumo di sigaretta, che è un’importante fonte di inquinamento dell’aria domestica, è stato trattato come covariante. Lo studio infine non ha distinto fra attività fisica all’aperto o al chiuso, per quanto la maggior parte della popolazione taiwanese faccia esercizio all’aperto.
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L’assistenza territoriale è la chiave per superare l’emergenza e riformare il SSN
(da M.D. Digital) Sono le Regioni in cui l’assistenza sanitaria territoriale è più sviluppata quelle che hanno saputo gestire meglio l’emergenza provocata dalla pandemia di Covid-19. È quanto si evince dal Rapporto “Riportare la sanità al centro. Dall’emergenza sanitaria all’auspicata rivoluzione della governance del Ssn”, condotto dall’Istituto per la Competitività (I-Com) e presentato di recente nel corso di un webinar a cui hanno preso parte accademici, esperti e rappresentanti delle istituzioni, della politica e del mondo produttivo. Un chiaro esempio di quanto l’assistenza territoriale sia stata fondamentale nella gestione dell’epidemia si palesa dal confronto tra le regioni inizialmente più colpite dal coronavirus. Mentre nella prima settimana dello scorso marzo la Lombardia aveva deciso di ospedalizzare la quasi totalità dei malati (una percentuale che si avvicinava al 100%), il Veneto e l’Emilia-Romagna hanno scelto la via della presa in carico territoriale e hanno fatto ricorso principalmente a un largo uso di tamponi e all’assistenza domiciliare. Nello specifico, nella stessa settimana, in Veneto era ricoverato circa il 30% dei pazienti affetti da Covid-19 mentre in Emilia-Romagna poco meno del 60. A conti fatti, l’attività diffusa e mirata di screening e tamponi, l’isolamento domiciliare e la presa in carico attraverso l’assistenza integrata sono i fattori che più hanno contribuito a far diminuire la pressione sugli ospedali e sulle terapie intensive e, di fatto, a ridurre il tasso di mortalità legato alla diffusione del virus. Lo studio di I-Com – curato dal presidente dell’istituto Stefano da Empoli e dal direttore dell’area Innovazione Eleonora Mazzoni – pone infatti l’accento sulla necessità di potenziare l’assistenza territoriale integrata per giungere a un’efficace riorganizzazione del Servizio Sanitario Nazionale e della governance farmaceutica. Secondo il Rapporto, ad acuire le differenze tra i sistemi sanitari delle diverse regioni italiane sono state soprattutto le misure di contenimento della spesa dedicata alla salute volte a migliorare l’efficienza del sistema, alle quali, tuttavia, non è seguita la promessa ristrutturazione. Basti pensare che tra il 2009 e il 2018 la spesa sanitaria pubblica italiana in relazione al Prodotto interno lordo ha subito una decrescita costante, passando dal 7,04% al 6,54. In pratica, lo 0,5% in meno. Un dato in controtendenza con quanto accaduto, invece, nello stesso periodo negli altri principali Paesi europei, come Germania e Francia in cui, seppur con un andamento oscillante, il peso della spesa sanitaria sul Pil è aumentato rispettivamente dello 0,18 e dello 0,67%. La contrazione dell’investimento pubblico in sanità emerge in maniera ancor più evidente se si osservano i dati sulla cosiddetta spesa out of pocket, ossia quella sostenuta dai cittadini con risorse proprie: in base alle elaborazioni degli analisti dell’istituto, gli italiani contribuiscono alla spesa sanitaria per il 23,1%. Una quota molto superiore a quella sostenuta dai cittadini tedeschi (12%) e francesi (9,2%). Per quanto concerne il tema del sottofinanziamento della spesa farmaceutica Eleonora Mazzoni ha tenuto a precisare: “Il comparto farmaceutico ha giocato, e continua a giocare, un ruolo fondamentale nella lotta al Covid-19 e, più in generale, nel Servizio sanitario nazionale”, secondo cui, oggi più che mai, “ripensare il ruolo dei farmaci e dei dispositivi medici all’interno del Ssn è un intervento prioritario, realizzabile solo se le scelte di politica sanitaria e farmaceutica verranno integrate con strumenti di politica industriale capaci di sostenere tanto gli investimenti nazionali quanto quelli dall’estero”. Questi ultimi dovrebbero essere diretti a realizzare un’assistenza sanitaria capace di acquistare le tecnologie disponibili al momento per rispondere in maniera adeguata alle previsioni del fabbisogno di cura della popolazione. Infine, lo studio sottolinea come la crisi innescata dalla pandemia da Covid-19 abbia impresso una significativa accelerazione alla semplificazione amministrativa nel settore della e-health e incoraggiato un impiego più diffuso, snello ed efficiente di soluzioni digitali già da tempo disponibili. Tra tutte, la telemedicina, il cui importante contributo nel rafforzamento della rete ospedale-medici-territorio è emerso chiaramente nel corso della crisi sanitaria degli ultimi mesi. Il servizio più utilizzato è stato quello della televisita (45%), che ha permesso di sopperire all’imposta distanza tra medico e paziente. Seguono, poi, il monitoraggio (32%), la teleconsulenza (9%), il teleconsulto (5%), l’assistenza da remoto, compresa quella svolta per e all’interno delle Rsa (7%) e, infine, la telecompagnia (2%). “La necessità di predisporre e utilizzare strumenti digitali e di telemedicina nella gestione dell’emergenza ha accelerato processi che sembravano fermi da tempo e dato vita a diverse soluzioni virtuose nelle regioni italiane”, ha osservato il presidente dell’Istituto per la Competitività Stefano da Empoli. Che ha poi indicato gli interventi prioritari da mettere in campo da questo punto di vista: “È necessario continuare ad agire per lo sviluppo dell’agenda digitale, con particolare riferimento alla dematerializzazione delle ricette, alla telemedicina, al Fascicolo sanitario elettronico e al digital therapeutics, mettendo a sistema le procedure attivate durante l’emergenza sanitaria”.
L’obiettivo del Rapporto I-Com (consultabile al LINK sottostante)
Il Rapporto ha come finalità proprio quella di analizzare e discutere gli interventi ritenuti ancora necessari per giungere a un’ efficace organizzazione del sistema sanitario e della governance farmaceutica. L’analisi procede da un lato alla luce delle criticità evidenziate dalla diffusione dell’epidemia da Covid-19 sul territorio italiano e, dall’altro, delle risposte date dall’intero sistema all’emergenza.
Il capitolo 1fornisce una fotografia della nascita e dell’evoluzione della pandemia di Covid-19 con particolare attenzione alla situazione in Italia. Secondo l’ultimo aggiornamento dei dati proposto nello studio (13 settembre 2020) i Paesi più colpiti nel mondo sono Stati Uniti, India, Brasile e Russia, mentre in Europa, Francia, Spagna e Regno Unito restano, secondo i dati cumulativi, quelli più colpiti dall’inizio della pandemia.
Il capitolo 2analizza la risposta italiana all’emergenza evidenziando in particolare le criticità che non hanno permesso al sistema sanitario nazionale di reagire in maniera tempestiva. L’organizzazione del sistema sanitario in Italia è passata negli ultimi dieci anni attraverso una serie di misure di contenimento della spesa che avrebbero dovuto essere rivolte a migliorarne l’efficienza ma, di fatto, non si sono accompagnate alla promessa ristrutturazione, soprattutto per quanto riguarda l’organizzazione e il ruolo dell’assistenza territoriale.
Nel capitolo 3si descrivere l’impegno profuso dall’industria farmaceutica europea nonché italiana nel fronteggiare la crisi sanitaria causata, su scala globale, dal virus SARS-CoV-2 e si procede a fare il punto sui trattamenti farmacologici attualmente disponibili e sulle sperimentazioni cliniche in atto per lo sviluppo di terapie e vaccini necessari al contrasto del virus.
Il capitolo 4, con sguardo lungimirante, valuta le azioni fondamentali messe in atto durante l’emergenza Covid-19 e che potrebbero costituire un punto di partenza per la riforma del sistema sanitario nonché della governance farmaceutica.
Stanchi, depressi e spaventati: identikit dei guariti dal Covid
(da AGI) “Quelli che avevano altre patologie prima di contagiarsi in alcuni casi hanno visto peggiorare la loro situazione”, raccontano i medici internisti toscani. Altri “li vediamo arrivare da noi con una grande stanchezza, qualche difficoltà respiratoria e tanta paura che l’incubo ritorni. Soprattutto quando ad essere stati colpiti sono i più giovani. E l’altro comun denominatore è uno stato depressivo che sicuramente non aiuta a imboccare la strada di una completa guarigione. A tracciare il profilo dei “sopravvissuti al Covid” è la dottoressa Paola Gnerre, dirigente di primo livello alla medicina interna 2 dell’ospedale San Paolo di Savona dove, grazie anche all’apporto del direttore del dipartimento di medicina della asl 2 savonese, il dottor Rodolfo Tassara, è nato uno dei primi day hospital per ex pazienti Covid, totalmente gratuito. Un progetto elaborato da Fadoi, la Federazione dei medici internisti ospedalieri, che celebra in questi giorni a Roma il suo congresso in modalità mista, remoto/in presenza, all’interno del quale è stato presentato il modello di day hospital per i reduci del Covid già partito con delibere regionali in Liguria e Toscana e a macchia di leopardo in Lombardia, Lazio, Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna. Con le altre regioni pronte a seguire l’esempio. Il nuovo modello di presa in carico dei pazienti, che passata l’infezione rischiano di subire danni cronici non solo ai polmoni, ma anche a cuore, reni e cervello. Una formula che potrà essere utilizzata non solo per i “reduci del Covid, ma per aiutare a smaltire quegli 11 milioni di visite e accertamenti saltati durante il lockdown a discapito soprattutto dei malati cronici. L’idea è apparentemente semplice: istituire dei day hospital non solo terapeutici ma anche diagnostici, che grazie all’apporto multidisciplinare dei diversi specialisti medici consenta il follow up dei pazienti che sono passati per il Covid. Il tutto con esenzione dal ticket e seguendo la molto più snella lista di attesa intraospedaliera. Un modello non a caso messo a punto dai medici internisti della Fadoi, che lo hanno visto adottare per prima dalla asl 2 del savonese. Una indagine della stessa federazione mostra infatti come proprio la medicina interna sia stata in prima fila nella gestione dell’emergenza, con il 70% dei ricoveri Covid nei propri reparti. Ed è l’esperienza maturata sul campo, insieme agli studi internazionali ad aver mostrato come i pazienti sopravvissuti al coronavirus continuassero ad avere problemi polmonari che diventano cronici nel 30% dei casi e danni permanenti estesi ad altri organi. Da qui il sistema di controllo multidisciplinare messo a punto dagli internisti: in regime di day hospital ogni 3-6-12 e 24 mesi vengono rilevati i parametri vitali, come frequenza cardiaca e respiratoria, pressione arteriosa e livello di saturazione del sangue.
Cancro. Per tiroide, testicolo, stomaco, colon retto, utero e melanoma guarigione per la metà delle donne e quasi il 40% degli uomini europei
I risultati in uno studio dell'Istituto superiore di sanità e del Cro di Aviano nell'ambito del programma Eurocare su 32 titpi di tumore e pubblicato sull'International Journal of Epidemiology. Per questi sei tipi di tumore in Europa la guarigione è ormai certa per il 51% delle donne e per il 39% degli uomini e le persone tornano ad avere un’attesa di vita simile a chi non si è ammalato. Leggi L'articolo completo al LINK
http://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=88307&fr=n
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La solitudine favorisce il diabete, predice l’esordio della malattia
(da DottNet) La solitudine potrebbe favorire lo sviluppo del diabete e predice l'esordio della malattia. Lo rivela uno studio condotto presso il King's College di Londra e pubblicato sulla rivista Diabetologia. Il lavoro si è basato sui dati del progetto di ricerca longitudinale "English Longitudinal Study Ageing" che ha coinvolto 4112 adulti dai 50 anni in su, tutti sani all'inizio dello studio. Nell'arco di 12 anni è stato diagnosticato il diabete a 264 di loro. Il livello di solitudine registrato per ciascuno all'inizio del lavoro è risultato essere un importante fattore predittivo dello sviluppo del diabete negli anni a venire. L'associazione tra solitudine e rischio diabete persiste anche quando si tiene conto di noti fattori di rischio della malattia (dal fumo al sovrappeso, dal consumo di alcolici alla glicemia alta a digiuno, dalla pressione alta ad altri problemi cardiovascolari fino pure alla depressione).
Coronavirus, Ecdc raccomanda quarantena 14 giorni, si può ridurre a 10 con test
(da Adnkronos Salute) - "La quarantena di 14 giorni è raccomandata per le persone che hanno avuto contatti con casi confermati di Sars-CoV-2. Questo periodo può essere ridotto a 10 giorni dopo l'esposizione" al virus, "se viene eseguito un test Pcr il decimo giorno ed è negativo". E' quanto si legge nell'aggiornamento sul livello di rischio Covid in Europa diffuso il 24/09/20 dall'European Centre for Disease Prevention and Control (Ecdc).
Scuole, certificati e tamponi: la guida per i medici
(da DottNet) La circolare 'Riapertura delle scuole. Attestati di guarigione da COVID-19 o da patologia diversa da COVID-19" (vedi a questo LINK) per alunni o personale scolastico con sospetta infezione da SARS-CoV-2', che porta la data di ieri ed è a firma del Direttore generale del ministero della Salute Gianni Rezza, riassume i criteri previsti per il rientro a scuola di alunni e personale docente e non docente in caso di Covid o di altra patologia. Con febbre superiore al 37,5° o sintomi compatibili con il Covid scatta il tampone per alunni o operatori scolastici che avranno in ogni caso una corsia preferenziale per l’effettuazione del test. La circolare, inviata ad una cinquantina di soggetti interessati fra ministeri enti e Federazioni, prevede 4 tipologie di intervento:
