Circolare lavoratori “fragili”. Nessun automatismo tra età e condizione di fragilità

(da "Il Sole 24Ore) Nella circolare n. 13 del 4 Settembre 2020, emessa congiuntamente dai ministeri del Lavoro e della Salute, si legge che «la maggiore fragilità nelle fasce di età più elevate della popolazione va intesa congiuntamente alla presenza di comorbilità (ovvero alla coesistenza di più patologie) che possono integrare una condizione di maggiore rischio». In pratica non basta aver superato i 55 anni per sentirsi a rischio e chiedere di essere esentati da alcune attività. Nella circolare si legge che i dati più consolidati sulla infezione da Covid-19 hanno messo in luce una serie di aspetti: il rischio di contagio da Sars-Cov non è significativamente differente nelle varie fasce di età lavorativa; il 96,1% dei soggetti deceduti presenta una o più comorbilità e precisamente il 13,9% presentava una patologia, il 20,4% due patologie, il 61,8% ne presentava tre o più.
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Appello scienziati, ‘stop a doppio tampone, ecco le 3 ragioni’

(da  Adnkronos Salute)   Stop al doppio tampone negativo. Dagli scienziati autori di 'Pillole di Ottimismo' un appello alle principali cariche istituzionali italiane, al ministro della Salute e al Comitato Tecnico Scientifico affinché venga abbandonata la procedura secondo la quale un paziente affetto da Covid-19 viene considerato ufficialmente malato e contagioso, finché per due volte consecutive l’analisi del tampone nasofaringeo non dia esito negativo. Nella missiva la squadra, diretta dal virologo Guido Silvestri e da Paolo Spada, chiede che l’Italia si adegui alle nuove direttive dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) e riduca a 10 giorni il periodo di malattia per Covid-19 (più 3 giorni senza sintomi, nel caso ve ne fossero), abbandonando l’uso del tampone di controllo. E questo per 3 ragioni 'chiave', che riguardano la vita delle persone, l'economia e la salute pubblica.

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Pensione anticipata, settembre mese chiave. Ecco le regole tra Inps ed Enpam

(da Doctor33)   Settembre mese cruciale sia per i medici ospedalieri iscritti Inps che hanno la possibilità, in casi limitati, di pensionarsi in anticipo, sia per i liberi professionisti e convenzionati in ambito Enpam che devono dichiarare i redditi 2019 sul modello D. Ma è mese importante anche per il governo che dovrà incontrare i sindacati per discutere di eventuali proroghe delle possibilità di pensionarsi in anticipo consentite da Ape Social e da Opzione Donna. Queste chance terminano con il 2020. Sono al vaglio dei ministri competenti ipotesi di pensionamento flessibile a partire da 62 anni di età o da 41 anni di versamenti, ma chiaramente non scevre da penalità. Qui Inps - Continuano le uscite anticipate consentite dalla legge "Quota 100" del 2019, in scadenza a fine 2021. Si può andare via, fino ad allora, a 62 anni di età con 38 anni di lavoro, o a 63 con 37 lavorati, l'importante è che la somma, dai 62 anni in su, faccia 100. Ma accanto alla finestra dei "Quota 100" ci sono le finestre consentite dall'anticipo pensionistico. Ape sociale include sia gli addetti a lavori usuranti -possono andar via a 63 anni dopo 36 di contributi, infermieri inclusi - ed i disoccupati di vecchia data che possono uscire sempre a 63 anni con 30 anni di contributi. Ma comprende anche le lavoratrici che possono avvalersi di Opzione Donna per andar via a 58 anni più 35 di versamenti (59 anni le autonome) beninteso con il regime contributivo di calcolo dell'assegno pensionistico, più penalizzante. Dopo il 2021 invece finisce la possibilità di avvalersi di quota 100; nel 2022 dunque si rischia di tornare alla tempistica dettata dalla legge Fornero: pensione a 67 anni di età con 20 anni di contributi (sotto i 20 anni si perde tutto, ma bastano 5 anni di contributi ai lavoratori iscritti dal 1996 e soggetti a calcolo contributivo dell'assegno) oppure, per la pensione anticipata, servono 41 anni e 10 mesi di versamenti, che scendono a 41 anni e 10 mesi per le lavoratrici. Il medico ospedaliero poi può essere pensionabile compiuti i 40 anni di servizio effettivo, periodo di laurea escluso: e se non fa domanda per completare i 40 anni, l'ente può pensionarlo -è accaduto- al compimento dei 65 anni in forza della legge 183/2010. Qui Enpam - Nella cassa di medici e odontoiatri si può andar via in pensione anticipata a partire dai 62 anni ma ci vogliono almeno 30 anni di anzianità di laurea e 35 anni di versamenti. Va quindi incluso il riscatto del periodo universitario, o la ricongiunzione di eventuali contributi versati ad altri enti previdenziali. Questo calcolo però comporta un assegno pensionistico penalizzato. Per un assegno più consistente, i liberi professionisti in quota B possono chiedere di andare in pensione anticipata compiuti i 42 anni di versamenti a qualsiasi età. Per la pensione di vecchiaia invece ci vogliono 68 anni e l'assegno decorre dal primo giorno del mese successivo a quello in cui è terminata l'attività professionale. Tra i medici liberi professionisti, medici di famiglia, pediatri di libera scelta e specialisti ambulatoriali non sono più convenzionabili a 70 anni. Tra le peculiarità riguardanti gli iscritti alla Fondazione, ricordiamo che su suggerimento di Enpam gli specialisti ambulatoriali con l'accordo collettivo firmato nel 2019 hanno inaugurato una forma nuova di anticipo parziale della pensione, la "staffetta generazionale": in base all'articolo 54, gli aventi diritto alla pensione anticipata (almeno 62 anni d'età, 35 anni di contributi e 30 di anzianità di laurea) possono diminuire le proprie ore di lavoro che verranno ridistribuite ai colleghi sotto i 43 anni, e ricevere in cambio una parte della pensione anticipata Enpam. Tornando al tema iniziale - settembre - rammentiamo infine che è il 30 settembre il termine per inviare la dichiarazione dei redditi professionali all'Enpam. Il Modello D 2020 è disponibile nell'area riservata dalla fine di luglio. Stessa scadenza del 30 settembre per richiedere l'addebito diretto dei contributi sul conto corrente, conditio sine qua non per decidere di versare la Quota B a rate, beneficiando eventualmente di tutte le proroghe deliberate da Enpam a fine marzo.

Scuola, vertice Oms: le misure chiave per ridurre il rischio. Equità principio guida

(da Doctor 33)    "Mettendo in cima alla nostra agenda la questione della scuola durante la pandemia, stiamo dimostrando che vogliamo garantire che i bambini e gli adolescenti non siano lasciati indietro mentre il mondo continua a lottare contro Covid-19". Ad assicurarlo sono Hans Kluge, direttore dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per l'Europa, e il ministro italiano della Salute Roberto Speranza, che insieme hanno presieduto il meeting virtuale fra i 53 Stati membri della Regione europea per un ritorno sicuro fra i banchi. Uno dei punti principali dell'impegno messo in campo: "Preservare l'equità come principio guida fondamentale per garantire che le popolazioni svantaggiate non siano ulteriormente svantaggiate".   Gli effetti dannosi della pandemia, sottolineano Kluge e Speranza in una dichiarazione congiunta, "non sono stati distribuiti equamente. I bambini che vivono in situazioni vulnerabili continuano ad essere colpiti in modo sproporzionato in relazione sia agli esiti di salute a lungo termine sia alle sfide con l'apprendimento a distanza", entrambi dovuti a gap come "la povertà digitale e le difficoltà per i genitori nell'assistere" i figli "nel processo di apprendimento. Le sfide nell'accesso al sostegno educativo sono state più grandi anche per i bambini che convivono con problemi di salute e disabilità. Affrontare queste disparità deve essere fondamentale per qualsiasi tentativo di riaprire le scuole in sicurezza", incalzano.

"Ci impegniamo - promettono Kluge e Speranza, a nome di tutti gli Stati membri della Regione europea - a costruire una coalizione tra i nostri Stati membri per informare le nostre azioni e andare avanti congiuntamente per attuare le migliori misure possibili sull'offerta di un'istruzione scolastica sicura per tutti, compresi i nostri bambini". E ancora, Kluge e Speranza parlano di "convenire su un set di dati unificato per saperne di più sull'impatto di Covid-19 sui bambini, le famiglie e le comunità per meglio informare le politiche future".Infine, un pensiero per genitori e docenti: "Apprezziamo sinceramente gli sforzi instancabili per preservare l'infanzia e, nonostante gli ostacoli, per garantire ai bambini continuità nell'accesso all'apprendimento". Il grazie è anche per "gli operatori sanitari che continuano a mantenere le nostre comunità al sicuro".

La mascherina non fa male, Fnomceo smentisce ‘bufale’

(da Adnkronos Salute) - La mascherina "non permette una corretta ossigenazione", "può provocare un avvelenamento da anidride carbonica" o addirittura "danneggia il sistema immunitario". Sono alcune 'bufale', diffuse soprattutto sul web, decisamente smentite dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo) che, sul proprio sito anti-bufale 'Dottoremaèveroche', dedica un articolo al tema per ribadire, sulla base dei dati scientifici, che usare la mascherina non fa male.  Per 'disinnescare' le fake news basterebbe ricordare, si legge nell'articolo, che "ogni anno in Italia vengono eseguiti più di 3 milioni di interventi chirurgici: tutti i professionisti presenti in sala operatoria indossano una mascherina a protezione della salute del paziente". Potrebbe "bastare l'evidenza dell'uso prolungato e quotidiano delle mascherine da parte di migliaia di operatori sanitari per ridimensionare l'allarme sulla possibilità che il loro uso possa nuocere alla capacità di restare lucidi da parte di chi la indossa".   Eppure uno dei temi più comuni nei messaggi fuorvianti sulle mascherine resta proprio il timore che queste limitino la quantità di ossigeno inalato. Anche se è diffusa la sensazione di non respirare bene con la mascherina, "in realtà i materiali traspiranti consigliati e prevalentemente utilizzati per la produzione di maschere per il viso non inibiscono la respirazione. Beninteso, le mascherine vanno indossate correttamente", sottolineano i medici. Nessun rischio di ipossia (mancanza di ossigeno nel sangue), dunque: "I chirurghi operano per ore indossando le mascherine e non hanno questi problemi", precisa Keith Neal, professore emerito di malattie infettive all'università di Nottingham.

Un post ampiamente condiviso su Facebook ha diffuso un'immagine tratta da Wikipedia che mostra i "sintomi di tossicità da anidride carbonica", riconducendo all'uso della mascherina quella che tecnicamente è definita ipercapnia, la presenza eccessiva di anidride carbonica nel sangue dovuta prevalentemente a disturbi cardio-respiratori. "Un'eventualità che non si può verificare a meno che la tenuta della mascherina non sia talmente ermetica da far sì che la persona respiri di nuovo e a lungo l’aria espirata", afferma Neal.   Le molecole di anidride carbonica sono minuscole - molto più piccole delle goccioline contenenti coronavirus che le maschere sono progettate per arrestare - e non possono essere intrappolate da un materiale traspirante, spiegano i medici. In particolare durante periodi relativamente brevi come quelli durante i quali le indossiamo, per entrare in un negozio o nel corso di un trasferimento in autobus o in metropolitana.  Un'altra leggenda diffusa sui social è che le mascherine possano danneggiare il sistema immunitario. Anche qui c'è un'immagine che ha fatto il giro del mondo. Si intitolava 'Cosa succede quando indossi una maschera' ed è stata segnalata come 'falsa informazione' su Instagram. Sosteneva, tra l'altro, che le mascherine protettive potrebbero 'sopprimere' le funzionalità del nostro sistema immunitario, lasciandoci vulnerabili alle infezioni. "Le mascherine possono impedire ai germi di entrare nella bocca o nel naso e quindi il sistema immunitario non viene chiamato in causa, ma ciò non significa che le sue funzioni vengano soppresse", puntualizza Neal.

Annullata Giornata del Medico e dell’Odontoiatra

In considerazione della recente recrudescenza dei casi di positività al covid, il Consiglio Direttivo dell'Ordine, riunito nella seduta del 1° settembre, all'unanimità ha deciso di annullare la Giornata del Medico e dell'Odontoiatria prevista per il 19 settembre, per evitare qualsiasi tipo di contagio.

Sintomi post-Covid: ecco come si manifestano

(da DottNet)   La maggior parte delle persone guarisce dal Covid completamente ma alcune possono continuare a manifestare sintomi per diversi mesi: è la cosiddetta sindrome del Post Covid o Long Covid, e tra chi ne soffre regna senso di solitudine e di abbandono. Mentre su Facebook fioriscono gruppi che ne raccolgono le testimonianze, 'come pazienti fantasma', dai medici di famiglia arriva l'appello: proprio coloro che portano ancora addosso i segni del coronavirus dovrebbero essere i primi a vaccinarsi contro l'influenza, perché il loro organismo è ancora sotto stress.  Già segnalato a luglio dallo studio del Policlinico Gemelli Irccs su Jama, il problema dei postumi del Covid sono stati oggetto anche di un sondaggio condotto tra gli aderenti alla British Medical Association, la principale associazione sindacale britannica.

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I bimbi asintomatici possono diffondere il virus per giorni

(da DottNet)   Sul contagio e gli effetti del nuovo coronavirus sui bambini rimangono ancora molte cose da capire, ma alcuni elementi stanno iniziando ad essere chiariti. Dopo lo studio che ha confermato che sono meno a rischio di avere forme gravi e letali di Covid-19, ora una nuova ricerca, pubblicata sulla rivista 'Jama Pediatrics', indica che possono diffondere il SarsCov2 fino a 3 settimane, anche se asintomatici o dopo la scomparsa dei sintomi. 
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Covid, maggiore perdita di gusto e olfatto nei giovani

(da DottNet)    Le persone più giovani con Covid-19 hanno maggiori possibilità di perdere il senso del gusto e dell'odorato rispetto a quelle più anziane. Questo dev'essere considerato quindi ancora di più un campanello di allarme, perché e' probabile che compaia al posto di sintomi più significativi come la tosse e la febbre.La conferma, dopo i risultati di uno studio italiano, del Fatebenefratelli-Sacco di Milano pubblicato su 'Clinical Infectious Diseases', arriva anche da uno studio irlandese pubblicato su un'altra rivista, 'Infection Prevention in Practice'.  I ricercatori del St. James's Hospital di Dublino hanno esaminato 46 pazienti infetti a cui è stato chiesto di valutare i cambiamenti nell'odorato, noti come anosmia, e nel gusto, ageusia.  Circa la metà dei partecipanti ha sperimentato una disfunzione dell'olfatto e del gusto. Ma mentre le persone anziane sono risultate in generale più vulnerabili ad altri effetti, quelle più giovani avevano maggiori probabilità di sperimentare questi sintomi.In un unico giorno alla fine di marzo di quest'anno, il team di ricerca ha valutato le funzioni dell'olfatto e del gusto dei pazienti su una scala di cinque punti che varia da 1 ("nessun cambiamento") a 5 ("cambiamento molto intenso").Quasi la metà - 22 su 46 - hanno riportato un certo grado di perdita dell'olfatto, mentre 25 su 46 una perdita di gusto.Tredici pazienti hanno riportato una completa perdita di senso dell'olfatto, otto hanno riferito di una completa perdita del gusto e sette una perdita totale di entrambi.L'età media dei pazienti con qualsiasi grado di disturbo olfattivo era significativamente inferiore rispetto a quelli senza questi sintomi. Per il disturbo olfattivo era di 30,5 anni, rispetto a una media di 41, per quello gustativo 34 anni rispetto a 40.

Linee guida osteoartrosi: Fans orali in prima linea per l’artrosi di mano, anca e ginocchio

(da M.D.Digital)   È probabilmente la più frequente delle patologie reumatiche. L’uomo è più frequentemente colpito sotto i 45 anni; sopra i 55 anni la donna. Nella donna è colpito un maggior numero di articolazioni e l’entità del danno articolare è generalmente maggiore; invece in ambedue i sessi la gravità del danno strutturale aumenta con l’età e il quadro clinico dei sintomi si attenua nella tarda età. Dopo i 50 anni la prevalenza e l’incidenza della malattia a carico delle ginocchia e delle mani sono significativamente più elevate tra le donne rispetto agli uomini. Al contrario, la frequenza dell’artrosi dell’anca aumenta in modo simile con l’età sia negli uomini sia nelle donne. L’artrosi dell’anca sembra progredire più rapidamente nelle donne, mentre altri studi non hanno riscontrato che il genere sia capace di influenzare la progressione dell’artrosi di ginocchio e delle mani (1).  Secondo le linee guida dell’American College of Rheumatology/Arthritis Foundation del 2019 la gestione dell'osteoartrosi può prevedere un piano globale che include approcci di carattere educativo, comportamentale, psicosociale, interventi fisici, e strategie farmacologiche (2). Quali interventi e l'ordine con cui gli interventi vengono utilizzati variano tra i pazienti.  Sempre dal medesimo documento si rileva che i FANS orali sono fortemente raccomandati per i pazienti con osteoartrosi del ginocchio, dell'anca e/o della mano, costituendo il pilastro della gestione farmacologica di questi quadri clinici, dove numerose prove hanno stabilito la loro efficacia nel breve termine. I FANS sono i farmaci per os di prima scelta nel trattamento dell’osteoartrosi, indipendentemente dalla sua posizione anatomica, e sono raccomandati rispetto ad altri farmaci orali disponibili (2).

Tra i numerosi FANS disponibili per la gestione del dolore da osteoartrosi diclofenac ha dimostrato di possedere una buona efficacia e un profilo di tollerabilità favorevole. Una metanalisi ha confrontato diclofenac con altri FANS o paracetamolo, includendo 76 trial randomizzati per un totale di 58.451 pazienti (3A); l'età dei pazienti era compresa tra 58 e 71 anni, con una percentuale di pazienti donne variabile dal 49% al 90% e con un follow-up mediano di 12 settimane (intervallo 1–56 settimane) (3).

Diclofenac alla dose massima giornaliera di 150 mg/die è risultato il più efficace per il trattamento del dolore e della disabilità fisica dell'osteoartrosi, superiore alle dosi massime di FANS frequentemente utilizzate, inclusi ibuprofene, naprossene e celecoxib. Etoricoxib al dosaggio massimo di 60 mg/die è efficace quanto diclofenac 150 mg/die nel trattamento del dolore, tuttavia la stima degli effetti sulla disabilità è risultata imprecisa (3).

((1) Il genere come determinante di salute. Lo sviluppo della medicina di genere per garantire equità e appropriatezza della cura. Quaderni del Ministero della Salute n.26, aprile 2016   2) Kolasinski SL, et al. 2019 American College of Rheumatology/Arthritis Foundation Guideline for the Management of Osteoarthritis of the Hand, Hip, and Knee. Arthritis Care & Research 2020; DOI 10.1002/acr.24131   3) da Costa BR, et al. Effectiveness of non-steroidal anti-inflammatory drugs for the treatment of pain in knee and hip osteoarthritis: a network meta-analysis. Lancet 2017; 390: e21–33) )

Coronavirus: bimbi più piccoli contagiosi come adulti

(da AGI)  Anche i bambini più piccoli possono trasmettere il Sars-COv2 come quelli più grandi o gli adulti. Uno studio realizzato presso l'ospedale pediatrico Ann & Robert H. Lurie di Chicago ha scoperto che i bambini di età inferiore ai 5 anni con COVID-19 da lieve a moderato hanno livelli molto più alti di materiale genetico del virus nel naso rispetto ai bambini più grandi e agli adulti. I risultati, pubblicati su 'JAMA Pediatrics', indicano la possibilità che i bambini più piccoli trasmettano il virus tanto quanto le altre fasce di età. La capacità dei bambini più piccoli di diffondere COVID-19 potrebbe essere stata sottovalutata a causa della chiusura rapida e sostenuta delle scuole e degli asili durante la pandemia. "Abbiamo scoperto - afferma l'autore principale Taylor Heald-Sargent, MD, PhD, specialista in malattie infettive pediatriche presso Lurie Children's e Assistant Professor of Pediatrics presso la Northwestern University Feinberg School of Medicine - che i bambini sotto i 5 anni con COVID-19 hanno una carica virale maggiore rispetto ai bambini più grandi e agli adulti, il che può suggerire una maggiore trasmissione, come vediamo con il virus respiratorio sinciziale, noto anche come RSV". "Ciò ha importanti implicazioni per la salute pubblica, in particolare durante le discussioni sulla sicurezza della riapertura delle scuole e dell'asilo". Heald-Sargent e colleghi hanno analizzato 145 casi di malattia da COVID-19 da lieve a moderata entro la prima settimana dall'esordio dei sintomi. Hanno confrontato la carica virale in tre gruppi di età: bambini di età inferiore ai 5 anni, bambini di età compresa tra 5 e 17 anni e adulti di età compresa tra 18 e 65 anni. "Il nostro studio non è stato progettato per dimostrare che i bambini più piccoli diffondono COVID-19 tanto quanto gli adulti, ma è una possibilità", ha chiarito Heald-Sargent. "Dobbiamo tenerne conto negli sforzi per ridurre la trasmissione mentre continuiamo a conoscere meglio questo virus".

Gli antibiotici potrebbero interferire con l’efficacia della pillola

(da DottNet)   Gli antibiotici, specie quelli ad ampio spettro, potrebbero ridurre l'effetto dei contraccettivi orali e quindi mettere a rischio di gravidanze indesiderate Lo rivela uno studio pubblicato sulla rivista 'BMJ Evidence Based Medicine' e condotto da Robin Ferner della University of Birmingham.  Il sospetto che gli antibiotici potessero compromettere l'efficacia della pillola aleggia addirittura dagli anni 70, ma mancavano studi su grossa scala per dipanare questo dubbio di interazione farmacologica. Gli esperti hanno confrontato la frequenza di gravidanze indesiderate in donne che usavano la pillola e che avevano assunto un ciclo di terapia antibiotica la frequenza di gravidanze indesiderate tra donne che avevano assunto altri farmaci oltre alla pillola contraccettiva. Per farlo hanno analizzato i dati delle 'Yellow Cards', un sistema di allerta a disposizione dei medici inglesi, dove vengono segnalati sospetti effetti avversi dei farmaci. Gli esperti hanno analizzato 74.623 'cartellini gialli' per gli antibiotici e 65.578 per altri tipi di farmaci. Sono state segnalate sei gravidanze indesiderate nei cartellini gialli per altri tipi di farmaci, equivalenti a 9 casi su 100.000 individui, contro 46 gravidanze indesiderate nei report sugli effetti indesiderati sospetti degli antibiotici, pari a 62 casi su 100.000.  Secondo gli esperti le donne che usano la pillola e che devono fare una cura di antibiotici dovrebbero adottare ulteriori precauzioni durante la terapia antibiotica.

Studio Beato Matteo Vigevano: l’eparina non funziona sugli obesi

(da DottNet)   Un livello particolarmente basso di antitrombina riscontrato nei pazienti obesi affetti da coronavirus spiegherebbe il fallimento della terapia con eparina somministrata per scongiurare la trombosi venosa e l'embolia polmonare, prime cause di mortalità legata all'infezione da Covid-19. Lo dice uno studio, pubblicato sulla rivista 'Nutrition, Metabolism and Cardiovascular Diseases', condotto da un team di ricercatori dell'Istituto Clinico Beato Matteo di Vigevano (Pavia) guidati dal dottor Carmine Gazzaruso - Responsabile delle Unità Operative di Diabetologia, Endocrinologia, Malattie Metaboliche e Vascolari - che ha visto coinvolti 49 pazienti ricoverati per Covid-19.   I ricercatori sono partiti da una prima evidenza: nonostante l'anticoagulazione, gestita principalmente con eparina, la mortalità per eventi tromboembolici rimaneva comunque alta. All'interno del campione sono stati, infatti, 16 i pazienti a non sopravvivere alla malattia e i ricercatori si sono quindi concentrati nell'individuazione di eventuali fattori comuni a tutti i soggetti, che potessero chiarire le motivazioni del fallimento della terapia.  Il primo elemento riscontrato nei 16 pazienti era il livello basso (inferiore a 80), rispetto alla normalità (valore compreso tra 80 e 100), di antitrombina (AT), una proteina che è necessaria per il funzionamento dell'eparina. Altro comune denominatore era il BMI (l'indice di massa corporea) superiore a 30, quindi un grado di obesità da lieve a severa, che si rivelerebbe pertanto un fattore prognostico negativo. Di qui l'evidenza che i soggetti obesi, che molti studi epidemiologici hanno identificato come i profili a più alto rischio di ricovero in terapia intensiva e di morte tra i malati di Covid-19, siano i più colpiti dalla carenza di antitrombina.  "I dati suggeriscono innanzitutto come l'AT sia fortemente associata alla mortalità nei pazienti affetti da Covid-19.  Inoltre, l'AT può essere ciò che lega l'obesità e la prognosi infausta nei pazienti con coronavirus" afferma Gazzaruso.

Nel diabete, la chiave è perdere peso, non importa come

(da Univadis)    Messaggi chiave    In pazienti con obesità e diabete di tipo 2, i benefici metabolici a seguito di un’operazione di bypass gastrico e quelli a seguito di una dieta ipocalorica sono simili e sono legati alla sola perdita di peso.  Dopo la perdita di peso, migliora la sensibilità all’insulina nel fegato e nei muscoli scheletrici, la glicemia nelle 24 ore, i profili insulinici e la funzione delle cellule beta, ma senza alcuna differenza significativa tra i due gruppi (chirurgia e dieta).

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Da Enpam in automatico i 1.000 euro statali

L’Enpam ha già pagato gli indennizzi statali relativi al mese di maggio a 40.636 medici e odontoiatri. A stabilire finalmente l’importo dell’indennizzo (1.000 euro) è stato il Decreto legge 104 che porta la data del 14 agosto 2020. Le somme, che la Fondazione ha anticipato con proprie risorse, sono state inviate in automatico a coloro che avevano già chiesto i 600 euro a marzo o ad aprile. I bonifici sono stati fatti lunedì 17 agosto. NUOVE RICHIESTE Alla mezzanotte tra il 14 e il 15 agosto i tecnici della Fondazione hanno inoltre reso disponibile nell’area riservata agli iscritti la procedura di nuova richiesta, che interessa però solo chi non l’aveva già fatta in precedenza oppure chi ha cessato l’attività chiudendo la partita iva entro il 31 maggio. Queste nuove domande potranno essere fatte entro 30 giorni dalla data di pubblicazione del decreto in Gazzetta ufficiale. LIMITI DI REDDITO A differenza degli indennizzi statali veicolati dall’Inps, quelli – sempre statali – versati dalle Casse professionali come l’Enpam hanno sempre avuto dei limiti di reddito e dei paletti sul calo di reddito professionale.

Coronavirus: il plasma sembra abbassare il rischio di morte

(da DottNet)   Il plasma da convalescenti, quello cioè di persone guarite dal Covid-19 ricco quindi di anticorpi, potrebbe ridurre la mortalità per Covid di circa il 50%. Ad accendere le speranze su questa terapia, che è comunque considerata tra le più promettenti, è una revisione di 12 studi sul tema, per un totale di oltre 800 pazienti, dei ricercatori della Mayo Clinic statunitense, per ora pubblicata solo su un sito di preprint. L'età media dei pazienti coinvolti negli studi, scrivono gli autori, varia tra 48 e 70 anni, con una maggiore proporzione di maschi nella maggior parte dei test. Tutti i pazienti avevano una forma grave della malattia.
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Covid-19 e scuole, le indicazioni ISS per la gestione di casi sospetti

(da Sanitainformazione.it)   Identificare un referente scolastico per il Covid-19 adeguatamente formato, tenere un registro degli eventuali contatti tra alunni e/o personale di classi diverse, richiedere la collaborazione dei genitori per misurare ogni giorno la temperatura del bambino e segnalare eventuali assenze per motivi di salute riconducibili al Covid-19. Sono alcune delle raccomandazioni contenute nel rapporto “Indicazioni operative per la gestione di casi e focolai di SARS-CoV-2 nelle scuole e nei servizi educativi dell’infanzia.

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Quali FANS sono più sicuri dopo un infarto?

(da Univadis)    In uno studio di coorte condotto sulla popolazione coreana, il trattamento concomitante con farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) aumentava significativamente il rischio di eventi cardiovascolari e sanguinamento clinicamente rilevante in pazienti che avevano avuto un infarto del miocardio ed erano trattati con antitrombotici. Celecoxib e meloxicam erano i FANS con migliore profilo di sicurezza.  Il profilo di sicurezza cardiovascolare dei singoli FANS può variare in popolazioni differenti.

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Covid: in casi moderati forte calo anticorpi in 3 mesi

(da DottNet)  Un nuovo studio della università della California a Los Angeles ha osservato un deciso calo degli anticorpi al SARS-COV-2 in un gruppo di pazienti che aveva sviluppato la malattia con sintomi 'medi'.  Secondo la ricerca condotta su 34 pazienti che si erano ripresi dal Covid-19 ed avevano avuto una patologia giudicata di gravità 'moderata', gli anticorpi al virus scendono circa della metà nei primi 73 giorni dopo la comparsa dell'infezione.   Secondo i ricercatori, se la diminuzione dei livelli continua al ritmo registrato nei primi 3 mesi, gli anticorpi sparirebbero completamente in 1 solo anno. Il dato - che va confermato - è di particolare importanza in una fase in cui il ruolo degli anticorpi dei chiave viene considerato chiave nello sviluppo di possibili terapie.
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