Chi si muove si ama!

(da salute.regione.emilia-romagna.it)  “Chi si muove, si ama!” è il titolo della campagna promossa dalla Wellness Foundation insieme alla Regione Emilia-Romagna nell’ambito del Piano regionale della Prevenzione 2021-2025. Avviata in Romagna nel 2023 grazie alla collaborazione con gli Ordini dei Medici e gli Ordini dei Farmacisti di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini, Agifar e con il supporto dell'Azienda Usl Romagna, l'iniziativa è rivolta alla popolazione nella fascia 40-60 anni e mira ad estendersi nel 2024 su tutto il territorio regionale.  L’obiettivo è di promuovere la pratica dell’attività fisica come strumento di miglioramento della qualità della vita e prevenzione delle malattie croniche non trasmissibili.  L’attività fisica regolare offre, infatti, numerosi benefici per la salute, aiuta a prevenire patologie croniche come ipertensione, cancro, diabete di tipo 2 e osteoporosi e favorisce uno stile di vita autonomo e in salute a lungo termine. Praticare attività fisica ha, inoltre, anche un impatto positivo sul benessere mentale, aiutando a ridurre lo stress e l’ansia.

Cinque buone abitudini quotidiane
• Dedica 30 minuti al giorno all’attività fisica
• Muoviti a piedi o in bici ogni volta che puoi
• Usa le scale invece dell’ascensore
• Fai una passeggiata dopo pranzo o cena
• Evita di stare seduto per ore senza alzarti

 Per approfondire:

• la campagna "Chi si muove si ama!" presentata sul sito della Wellness Foundation
• la Mappa della Salute, una serie di reti e alleanze per promuovere sul territorio il movimento, l'alimentazione sana e i centri antifumo.

La campagna è partita nel 2023 dalla Romagna coinvolgendo Medici di medicina generale, farmacie, Palestre della Salute, Gruppi di cammino: una rete per offrire alle persone informazioni, consigli e opportunità per restare in salute. L'intento per il 2024 è estendere su scala regionale l'approccio e i materiali dell'iniziativa (almeno un Distretto socio-sanitario per ogni Azienda Usl), coinvolgendo anche i Medici competenti per proporre i contenuti anche nei luoghi di lavoro.

link alla pagina ufficiale della campagna

Bambini all’aperto, nessun problema

(da AdnKronos Salute)    L'arrivo di temperature più rigide non è un problema per i bambini più piccoli che, con le giuste precauzioni, "devono poter fare le loro passeggiate: non è certo una controindicazione farli uscire quando è più freddo fuori. Mi spaventa di più che i piccoli siano tenuti lungamente in un ambiente chiuso, magari con una temperatura che va abbondantemente sopra i 20 gradi, che è una cosa non fisiologica nel periodo invernale". Lo spiega all'Adnkronos Salute Rino Agostiniani, vicepresidente della Società italiana di pediatria (Sip), mentre le previsioni meteo annunciano l'inverno 'vero' in arrivo in Italia nei prossimi giorni.

Quindi i piccoli, "coperti bene rispetto al clima, devono poter assolutamente andare fuori all'aria aperta. In questo periodo non ci si ammala perché si è preso un po' freddo, ma perché, nelle forme respiratorie, qualche altro essere umano ci trasmette l'agente infettivo. Vediamo che spesso i genitori hanno questi timori. 'Coprilo altrimenti si ammala', 'tienilo dentro casa per non farlo raffreddare'. Sono frasi che sentiamo spesso rispetto al bambino. Ma non è così che ci si ammala. Il problema è il contagio. Quindi tenerlo a lungo in posti chiusi è più rischioso".

Agostiniani ricorda che, in ogni caso, "noi siamo un Paese mediterraneo, non abbiamo temperature estreme e anche le modalità con le quali devono essere coperti i bambini deve essere adeguata". L'esperienza del pediatra, però, evidenzia che i genitori italiani - "ma soprattutto le nonne" - tendono a coprire molto. "A volte, scherzando, dico ai genitori: 'ma voi andreste a giro in città vestiti da sci?' Lo dico quando vedo dei bambini completamente rinchiusi in quelle tute in cui si vedono solo gli occhi ed è assolutamente un eccesso. In questo modo - conclude - si crea una situazione sfavorevole. Il bambino suda e allora invece di proteggerlo dal freddo lo metto nella condizione di disagio dovuto al troppo caldo".

Oms: Dal 2021 raddoppiate le carenze di farmaci

(da DottNet)   Da settembre 2021, il numero di molecole segnalate in carenza in due o più Paesi è aumentato del 101%. Queste carenze di farmaci sono una forza trainante riconosciuta per i farmaci contraffatti o di qualità inferiore agli standard e comportano il rischio che molte persone cerchino di procurarsi i farmaci con mezzi non ufficiali come Internet". È quanto ha affermato l'Organizzazione Mondiale della Sanità.   Emblematico, secondo l'Oms, è il caso della classe di farmaci, che, inizialmente approvata per il trattamento del diabete di tipo II, si è rivelata efficace anche per la perdita di peso (i cosiddetti analoghi del GLP-1). "Nell'ultimo anno, la carenza globale di prodotti indicati per la gestione del diabete di tipo II e talvolta approvati anche per la perdita di peso - sottolinea l'Oms - è stata associata a un aumento delle segnalazioni di agonisti del GLP-1 contraffatti.

Queste versioni falsificate vengono spesso vendute e distribuite attraverso punti vendita non regolamentati, comprese le piattaforme di social media".   Per l'Organizzazione Mondiale della Sanità, la situazione rischia di aggravarsi: "la prolungata carenza di prodotti agonisti del GLP-1 autentici e la crescente circolazione di versioni falsificate avranno probabilmente conseguenze sproporzionate sui pazienti con diabete di tipo II. Gli operatori sanitari dovrebbero - osserva - rispettare le buone pratiche di prescrizione e distribuzione".

Cambiare nome ai tumori, la proposta degli esperti: stop riferimenti agli organi

(da ADN Kronos)   Dimenticate il cancro al polmone, al seno o alla prostata: la sua denominazione dovrebbe cambiare. A chiedere una riflessione sul nome dei tumori è un gruppo di esperti dalle pagine della rivista 'Nature'. Non è una questione di 'toponomastica. Secondo gli autori, specialisti e ricercatori dell'istituto francese Gustave Roussy, nell'era delle target Therapy e della profilazione molecolare delle neoplasie, il modo convenzionale di classificarle, quando metastatiche, in base al loro organo di origine, rischiando di negare alle persone l'accesso ai farmaci che potrebbero aiutarle. Nel secolo scorso i due principali approcci al trattamento delle persone affette da cancro - chirurgia e radiazioni - si sono concentrati sulla sede del tumore nell'organismo. Questo ha portato gli oncologi medici e altri operatori sanitari, le agenzie regolatorie, le compagnie assicurative, le aziende farmaceutiche - ei pazienti stessi - a classificare i tumori in base all'organo in cui avevano avuto origine. Tuttavia esiste una crescente disconnessione tra questa classificazione e gli sviluppi nell'oncologia di precisione, che utilizza appunto la profilazione molecolare delle cellule tumorali e immunitarie per guidare le terapie. 

Più di dieci anni fa, ad esempio, alcuni ricercatori negli Stati Uniti hanno dimostrato in uno studio clinico che il farmaco nivolumab può migliorare gli esiti in alcuni individui affetti da cancro. Lo studio includeva persone con diversi tipi di cancro (come convenzionalmente definiti), dal melanoma al cancro del rene. Nivolumab ha ridotto i tumori di alcune persone di oltre il 30%, ma ha avuto poco o nessun effetto sui tumori di altre. Nivolumab ha come target Pd1, recettore di una proteina chiamata Pd-L1, che aiuta le cellule tumorali a sfuggire all'attacco del sistema immunitario. Dei 236 partecipanti allo studio valutati, 49 hanno risposto positivamente al trattamento. Il fattore determinante era se le loro cellule tumorali esprimessero o meno alti livelli di Pd-L1. Il passo logico successivo sarebbe stato quello di condurre studi clinici che testassero gli effetti di questo e altri inibitori di Pd1 in persone con tumori metastatici che esprimono fortemente Pd-L1, indipendentemente dall'organo in cui il cancro aveva avuto origine, ripercorrono gli esperti. Ma seguendo il modo in cui i tumori vengono classificati - al seno, ai reni, ai polmoni e così via - i ricercatori hanno dovuto condurre studi clinici in sequenze per ciascun tipo di neoplasia. Per circa un decennio, si legge nell'articolo, milioni di persone con tumori che esprimevano alti livelli di Pd-L1 non hanno potuto accedere ai farmaci pertinenti perché i trial non erano ancora stati condotti per il loro tipo di cancro. Le pazienti con determinati tumori al seno o ginecologici che esprimevano Pd-L1 hanno dovuto attendere 7-10 anni per accedere ai farmaci in questione.


Triplicati in 20 anni i decessi cardiovascolari legati all’obesità

(da Univadis)   Tra il 1999 e il 2020 i decessi per cause cardiovascolari legati all’obesità sono triplicati negli Stati Uniti, secondo i risultati di una ricerca recentemente pubblicata sul Journal of the American Heart Association. “L’obesità rappresenta un importante fattore di rischio per malattie cardiovascolari, con un impatto differenziato tra le popolazioni” spiegano gli autori, coordinati da Mamas A. Mamas, professore di cardiologia alla Keele University (Regno Unito) e ultimo nome dell’articolo.  “La crescente prevalenza di obesità rappresenta una vera e propria crisi sanitaria” aggiungono, ricordando che negli Stati Uniti le stime di prevalenza dell’obesità tra il 2017 e il 2020 si attestavano al 41,9%, con un incremento del 10% rispetto al decennio precedente.   E la tendenza non è molto diversa negli altri paesi, compresa l’Italia. Secondo le stime riportate sul sito di Epicentro, il portale di epidemiologia dell’Istituto Superiore di Sanità, nel biennio 2020-2021 il 43% degli italiani aveva problemi di eccesso di peso, con il 33% di persone in sovrappeso e il 10% obese. 

La parola ai numeri

Per avere una fotografia più dettagliata del legame tra obesità e decessi cardiovascolari, Mamas e colleghi hanno portato a termine uno studio epidemiologico descrittivo che ha messo in luce le tendenze del fenomeno e le differenze legate a diversi fattori quali origine razziale e luogo di residenza. In particolare, sono stati utilizzati i dati del Multiple cause of Death Database, dal quale sono stati identificatigli adulti deceduti per cause cardiovascolari che presentavano obesità come fattore che aveva contribuito al decesso.  Nell’analisi sono stati inclusi 281.135 decessi cardiovascolari legati a obesità che hanno mostrato un incremento di tre volte (da 2,2 a 6,6 per 100.000 soggetti nella popolazione) nei tassi di mortalità nell’arco di due decenni, dal 1999 al 2020.  “I tassi più elevati sono stati registrati nella popolazione di colore, mentre i nativi dell’Alaska e gli Indiani d’America hanno mostrato il più alto incremento temporale, con un aumento del 415%” osservano gli autori che hanno notato altre differenze legate alla razza.  Nella popolazione di colore, infatti, i tassi sono risultati più elevati nelle donne rispetto agli uomini, a differenza di quanto osservato negli altri sottogruppi come Asiatici, Indiani d’America, nativi dell’Alaska o delle Isole del Pacifico e bianchi.   Diverso anche l’impatto dell’obesità sui decessi cardiovascolari in base al luogo di residenza. Per le persone di colore i tassi più elevati sono stati osservati tra gli abitanti delle aree urbane, mentre per gli altri gruppi il peso dell’obesità si è fatto sentire maggiormente nelle aree rurali. 

Un fenomeno sfaccettato

“Le cause principali di decesso cardiovascolare legato all’obesità sono state malattia ischemica e malattia ipertensiva, quest’ultima la più comune nei pazienti d colore (31%)” scrivono gli autori, ricordando la complessità dei fattori che determinano l’obesità e di conseguenza il suo impatto sulle malattie e i decessi cardiovascolari.  Al di là di fattori di tipo clinico o genetico, secondo gli autori sono molti i fattori di tipo socio-economico che possono essere chiamati in causa per giustificare i risultati ottenuti.  La difficoltò di accesso alle cure, il razzismo, il reddito e l’istruzione giocano senza dubbio un ruolo nel determinare la presenza di obesità e il rischio cardiovascolare. “Ad oggi pochi studi hanno puntato a caratterizzare importanti fattori sociali come razzismo e disuguaglianze sanitarie nella relazione tra obesità e decessi cardiovascolari” affermano i ricercatori, che poi aggiungono “Serve una maggior attenzione ai bisogni sanitari dei cittadini”. Un’attenzione che si deve tradurre, come auspicano gli autori, in strategie di prevenzione ad hoc sia a livello di popolazioni che di singolo individuo.

(Raisi-Estabragh Z, Kobo O, Mieres JH, et al. Racial Disparities in Obesity-Related Cardiovascular Mortality in the United States: Temporal Trends From 1999 to 2020 [published online ahead of print, 2023 Sep 6]. J Am Heart Assoc. 2023;e028409. doi:10.1161/JAHA.122.028409 )