Parodontite, casi gravi in aumento in Italia: +50% in trent’anni

(da DottNet)   Negli ultimi trent’anni la diffusione delle forme più severe di Parodontite è cresciuta in modo significativo sia a livello globale sia in Italia. Secondo i dati presentati dagli esperti della Società Italiana di Parodontologia e Implantologia (SIdP) in occasione della Giornata Mondiale della Salute Orale e del 24° Congresso nazionale della società scientifica a Rimini, i casi più gravi della patologia gengivale nel nostro Paese sono aumentati del 50%, passando da oltre 6 milioni a circa 9 milioni di persone, pari al 15,7% della popolazione adulta. A livello mondiale, la stima dei soggetti affetti da parodontite severa è raddoppiata nello stesso arco temporale, raggiungendo circa 1,1 miliardi di individui, ovvero il 14% della popolazione globale. Il confronto con altri Paesi europei evidenzia differenze significative nella prevalenza: si passa dal 4% registrato in Spagna all’8,5% della Gran Bretagna, fino all’11% della Francia e al 24% della Germania, tra i tassi più elevati nel continente.  Gli specialisti sottolineano come la parodontite rappresenti un problema crescente di sanità pubblica, recentemente riconosciuto anche dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che ha inserito la salute orale tra le priorità globali nell’ambito delle malattie non trasmissibili. Oltre ai fattori di rischio tradizionali, nuove evidenze scientifiche suggeriscono un possibile ruolo di determinanti ambientali. Due revisioni della letteratura pubblicate su riviste internazionali hanno evidenziato un’associazione tra esposizione all’inquinamento atmosferico e aumento dell’incidenza delle patologie parodontali. In particolare, uno studio condotto su oltre 13mila soggetti ha rilevato che l’esposizione cronica al particolato fine potrebbe favorire lo sviluppo della malattia attraverso meccanismi di stress ossidativo, danni cellulari a livello dell’epitelio orale e amplificazione dei processi infiammatori sistemici e locali. In questo contesto, gli esperti ribadiscono la centralità della diagnosi precoce e delle strategie di prevenzione, insieme allo sviluppo di approcci terapeutici sempre più conservativi, per contenere l’impatto della patologia sulla salute generale e sulla qualità di vita dei pazienti.

Mangiare cioccolato fondente riduce il rischio di diabete

(da AGI)   Integrare nella propria alimentazione cinque porzioni di cioccolato fondente a settimana sembra associato a un rischio del 21 per cento più basso di sviluppare il diabete di tipo 2. Questo interessante risultato emerge da uno studio, pubblicato sul 'British Medical Journal', condotto dagli scienziati della Harvard TH Chan School of Public Health. Il team, guidato da Qi Sun, ha esaminato i dati di tre lavori osservazionali a lungo termine condotti negli Stati Uniti su infermieri e operatori sanitari che al momento del reclutamento non erano associati al diabete. Secondo le stime attuali, entro il 2045 si conteranno oltre 700 milioni di casi di diabete di tipo 2. Il cioccolato fondente, spiegano gli esperti, contiene i flavonoidi, un composto naturale presente anche nella frutta e nella verdura. Queste sostanze sembrano promuovere la salute del cuore, ma il collegamento tra consumo di cioccolato e rischio di diabete di tipo 2 rimane controverso a causa di risultati incoerenti. Per far luce su questa correlazione, gli studiosi hanno utilizzato questionari sulla frequenza alimentare compilati ogni quattro anni, valutando le associazioni tra diabete di tipo 2 e consumo totale di cioccolato per 192.208 partecipanti. Allo stesso tempo, sono stati valutati 11.654 volontari e il loro consumo di sottotipi di cioccolato, sia fondente che al latte, per un periodo di osservazione medio di 25 anni.  

Concorso letterario nazionale ‘Premio Cronin 2026’ – OMCeO Savona

Il Premio Cronin, concorso letterario nazionale, è stato promosso nel 2007 dalla sezione di Savona “G.B. Parodi” dell’Associazione Medici Cattolici Italiani (AMCI), destinato a tutti gli iscritti (o ex iscritti) agli Ordini Provinciali dei Medici e Odontoiatri. Il concorso persegue da sempre due fondamentali obiettivi: ispirare nel medico, attraverso l’arte della scrittura, una ricerca introspettiva e, nel contempo, in un’epoca sovrastata dalla tecnologia soprattutto applicata al suo perimetro professionale, quella condotta che sappia tenere ancora nel giusto conto la qualità umana nella relazione con il paziente del quale deve prendersi cura. L’iniziativa, giunta oggi alla sua 19a edizione, ha visto nel tempo partecipare quasi 1000 medici provenienti da ogni regione, fruire di comunicati e recensioni su importanti testate nazionali e sui canali social, estendendo la sua visibilità a livello mediatico, contare prestigiose presenze nell’ambito dei componenti le quattro giurie, fino ormai ad assurgere a concorso letterario di riferimento, fra i vari, per medici. Il Premio Cronin, fino alla scorsa 18a, si è avvalso di patrocini e contributi materiali da parte di Ordine Medici Chirurghi e Odontoiatri di Savona e Comune di Savona, di contributi da parte di Associazione Musicale Carla Walter Ferrato di Savona e Autoliguria di Savona ed, inoltre, di patrocini da parte di Regione Liguria, Associazione Medici Cattolici  Italiani (AMCI) e Associazione Medici Scrittori Italiani (AMSI). La 19° edizione contempla per la partecipazione medica quattro possibili sezioni: narrativa, poesia, saggistica e teatro. La scadenza è fissata a: lunedì 31 agosto pv. Il momento culminante ed epilogo dell’edizione sarà la cerimonia di premiazione dei medici vincitori, che si svolgerà a  Savona, presso il Teatro G. Chiabrera, sabato 10 ottobre pv., alle ore 17 La direzione del Premio Cronin, nel descritto frangente, impreziosirà l’evento con l’attribuzione alla  senatrice Liliana SEGRE custode della memoria contro l’indifferenza PREMIO SPECIALE 2026. Locandina, programma e scheda di iscrizione sul sito www.premiocronin.com  

Bastano 20 minuti di bici per attivare le onde cerebrali della memoria

(da Sanitainformazione.it)    Un semplice allenamento in bicicletta di 20 minuti potrebbe avere effetti immediati sul funzionamento del cervello. Un nuovo studio neuroscientifico ha osservato che una singola sessione di esercizio è in grado di aumentare specifiche onde cerebrali legate alla memoria.  Queste onde ad alta frequenza, chiamate “increspature ippocampali”, partono dall’ippocampo (una struttura fondamentale per l’apprendimento) e si propagano verso altre aree del cervello coinvolte nei processi cognitivi. Gli scienziati ritengono che questo fenomeno possa spiegare perché l’attività fisica viene spesso associata a migliori prestazioni mentali e a una maggiore capacità di apprendere e ricordare informazioni nel corso della giornata. Il primo studio che osserva direttamente le increspature negli esseri umani  - La ricerca rappresenta un passo importante per le neuroscienze. Finora le increspature ippocampali legate alla memoria erano state osservate principalmente in animali da laboratorio. Negli esseri umani il collegamento era stato soltanto ipotizzato, perché per registrare questi segnali è necessario impiantare elettrodi nel cervello, una procedura possibile solo in particolari contesti clinici.  Il nuovo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Brain Communications, è riuscito per la prima volta a osservare direttamente l’attività dei neuroni dopo l’esercizio fisico. I ricercatori hanno analizzato l’attività cerebrale di pazienti sottoposti a monitoraggio neurologico e hanno rilevato un aumento significativo delle increspature provenienti dall’ippocampo verso le regioni corticali coinvolte nella memoria e nell’apprendimento. Questo risultato offre una prova concreta del legame tra esercizio fisico e processi cognitivi, suggerendo che anche un’attività breve può modificare rapidamente le dinamiche delle reti neurali. Come si è svolto l’esperimento -  Il team di ricerca ha coinvolto quattordici pazienti tra i 17 e i 50 anni seguiti presso un centro medico universitario. Dopo un breve riscaldamento, i partecipanti hanno pedalato su una cyclette per circa venti minuti a un ritmo sostenuto ma costante. Prima e dopo l’allenamento i ricercatori hanno registrato l’attività cerebrale tramite elettroencefalografia intracranica, una tecnica che utilizza elettrodi impiantati per misurare con precisione l’attività neurale nelle diverse regioni del cervello. Le registrazioni hanno mostrato un aumento della frequenza delle increspature neurali che partono dall’ippocampo e raggiungono la corteccia cerebrale. Queste onde ad alta frequenza sono considerate fondamentali per consolidare i ricordi e organizzare le informazioni apprese. Secondo la neuroscienziata Michelle Voss, autrice dello studio, da anni la ricerca suggerisce che l’attività fisica migliori le funzioni cognitive, ma finora le prove provenivano soprattutto da test comportamentali o da tecniche di imaging non invasive. La registrazione diretta dell’attività neuronale dimostra invece che anche una singola sessione di esercizio può modificare rapidamente i ritmi cerebrali. Inoltre, i modelli osservati nei pazienti studiati risultano molto simili a quelli rilevati negli adulti sani attraverso la risonanza magnetica funzionale, suggerendo che l’effetto dell’esercizio potrebbe essere una risposta generale del cervello umano.