In Italia meno ricoveri che nel resto del mondo. Il Rapporto Ocse rivaluta il medico di famiglia
(da Doctor33) Che l’Italia spendesse troppo poco per la salute dei suoi cittadini – con finanziamenti sotto il 6,5% del Prodotto interno lordo le sanità non sopravvivono - si sapeva. Ce l’aveva detto l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Oggi l’Ocse ci dice un’altra cosa: a dispetto dei pronti soccorso pieni e delle lunghe attese, i residenti del nostro paese “anziano” frequentano gli ospedali meno dei cittadini di altre nazioni. In altre parole, la medicina territoriale fa da argine a patologie altrove curate a suon di ricoveri.
La “notizia” è contenuta nel rapporto 'Health at a glance' che annualmente confronta sia indicatori di salute della popolazione sia indicatori di performance dei paesi membri Ocse oltre che dei paesi partner o candidati ad associarvisi. L’edizione 2023 offre gli ultimi dati raffrontabili, indagando anche diseguaglianze, accesso alle cure, fattori di rischio per la salute, qualità dell’assistenza, risorse dedicate alla sanità (si ricorderà che per l’Ocse non devono essere meno del 6,5% del Prodotto interno lordo). Sugli indicatori di esito (sesto capitolo), il Report è sorprendente.
L’Italia sul diabete registra i tassi più bassi di ricovero insieme a Giappone e paesi scandinavi. E anche per asma e broncopneumopatia ostruttiva offre negli ultimi 10 anni i tassi di ospedalizzazione più bassi al mondo, insieme a due paesi sudamericani (Messico e Cile), classificandosi terzo. Più o meno la stessa cosa vale per l’insufficienza cardiaca dove tra il 2019 e il 2021 oltre al trend in miglioramento analogo a quello del resto dei paesi della statistica, vantiamo tassi di ricoveri impropri sotto la media Ocse. Tutti dati che secondo il segretario nazionale Fimmg Silvestro Scotti «smontano una narrazione della sanità territoriale italiana fatta di inappropriatezza dei ricoveri e, indirettamente, certificano invece una capacità di problem-solving molto spiccata da parte dei medici che sul territorio rispondono alle richieste dei cittadini, evitando che siano costretti a ricorrere ad ospedalizzazioni improprie».
Per Scotti, il report certifica l’efficacia della medicina del territorio e rende «ancor più evidente come, rispetto al racconto che solitamente si propone ai cittadini, qualcosa non torni». Ad esempio, nella parte del Report relativa alla Health Workforce basta poco «per rendersi conto di un pesante squilibrio a carico dei medici del territorio, che sono solo il 14% del totale con gli specialisti all’80%» (i due dati della media dei paesi Ocse relativa al 2021 sono rispettivamente il 20 e il 64%). «La vera programmazione in questo paese parte dal rendere nuovamente attrattiva la medicina generale, potenziandola nel ruolo e valorizzandone i risultati professionali. Incredibile che la realtà debba emergere dai dati OCSE e che nel dibattito interno, come accaduto negli ultimi anni post-Covid, la medicina del territorio appaia invece come responsabile di un fallimento di gestione del territorio. Esiste, evidentemente, un’altra storia da raccontare e di certo esistono altri colpevoli». Il segretario generale Fimmg accenna poi al contratto in discussione: «Oggi grazie all’impegno di Sisac e delle Regioni ci aspettiamo di definire il contratto 2019-21 entro fine anno. Qualunque ostacolo troveremo a questo nostro intendimento lo considereremo pretestuoso e responsabile della scomparsa del nostro ruolo nel Servizio sanitario nazionale. Ma prima di scomparire, si stia certi che ci faremo sentire».
Sul tema della discrepanza tra risultati ottenuti e bassa spesa sanitaria DoctorNews raccoglie la voce di Luca Puccetti, presidente della società scientifica Promed Galileo: «La medicina generale sottorganico (e nel mirino mediatico), in questi anni sta evitando problemi di salute ai cittadini, economici al servizio sanitario, organizzativi all’ospedale. I progetti di riorganizzazione dell’assistenza territoriale in case di comunità in qualche caso tenderebbero a cancellare la medicina di famiglia di prossimità quale la conosciamo. Ma come si vede la nostra professione diffusa su tutto il territorio sta compiendo imprese per cui difficilmente risulterà sostituibile da altri modelli. Tutto questo in un paese che ha una spesa sanitaria pro-capite sotto la media Ocse (9% contro 9,2% rispetto al prodotto interno lordo se sommiamo spesa pubblica e privata) ed è fra i tre più anziani dell’Organizzazione con Giappone e Germania (come si legge nel 7° capitolo del Rapporto)».
Enpam: Come scoprire se si hanno contributi nascosti
(da enpam.it) Sono tanti i medici che hanno messo da parte contributi anche senza saperlo. È il caso di chi fa libera professione per strutture accreditate con il Ssn: probabilmente non sa che in aggiunta ai contributi personali di Quota B, per quest’attività gli vengono versati dal committente anche dei contributi nella Gestione degli specialisti esterni dell’Enpam.
SALVADANAIO TRIPLICATO Le strutture accreditate e convenzionate, come cliniche private, poliambulatori e centri diagnostici, versano infatti all’Enpam il 2 per cento sul fatturato prodotto grazie al lavoro di professionisti non dipendenti. A questo si aggiunge l’ulteriore contributo del 4 per cento a carico dei medici, che dal 2023 le strutture devono trattenere e poi versare all’Enpam per loro conto.
DOVE TROVARE I CONTRIBUTI Se hai lavorato come specialista esterno con contratto da non dipendente puoi scoprire se hai contributi di cui non sospettavi l’esistenza guardando nell'estratto conto contributivo Enpam (gestione Specialisti esterni) (https://www.enpam.it/comefareper/pagare-i-contributi/riepilogo-dei-contributi-versati/
Per vedere il riepilogo dei contributi devi entrare nell'area riservata del sito web dell’Enpam; cliccare su “Consultazioni contributive” nella colonna di sinistra e poi su “Contributi”. In questo modo si accede alla pagina “Riepilogo contributi versati utili ai fini pensionistici” e nella riga “Gestione medici specialisti esterni” bisogna cliccare sul pulsante “Vedi dettagli”, che trovi sulla destra. Si accede così alla pagina “Dettagli contributi – Gestione medici specialisti esterni”, che riporta l’elenco dei contributi versati anno per anno. Nell’elenco, il secondo dato di ogni riga è la cifra dei contributi che sono stati accreditati in quel particolare anno.
QUANTO PAGHERÒ È facile ipotizzare l’importo dei contributi che nel 2023 il medico specialista avrà a proprio carico. Per esempio se la mole di lavoro di quest’anno risuta in linea con quella dello scorso anno, basterà consultare l’estratto conto contributivo e moltiplicare per due il contributo accreditato dal proprio datore di lavoro per l’anno 2022.
Il versamento di contributi alla gestione degli specialisti esterni dà comunque diritto a pagare la quota B ridotta al 50 per cento.
Muscoli più efficienti con la restrizione calorica
(da DottNet) Una riduzione dell'apporto calorico di soltanto il 12% può innescare cambiamenti benefici nell'organismo e indurre, tra le altre cose, un miglioramento nel funzionamento dei muscoli. È il risultato di uno studio coordinato dal National Institute on Aging americano e pubblicato sulla rivista 'Aging Cell'. Da diversi anni la ricerca ha dimostrato negli animali che una riduzione importante dell'apporto calorico prolunga l'aspettativa di vita e produce un generale miglioramento dello stato di salute. Il nuovo studio si inserisce nel filone di ricerca che sta cercando di verificare se gli stessi effetti si osservano nell'uomo. Nella sperimentazione, 90 persone sono state sottoposte per due anni a una riduzione di circa il 12% dell'apporto calorico. Ciò ha prodotto una perdita di peso del 10,4%, un miglioramento del profilo cardiometabolico e della salute cardiovascolare.
"Una riduzione del 12% è molto modesta", ha detto in una nota il coordinatore dello studio Luigi Ferrucci. "È fattibile e può fare una grande differenza nella salute". Significativi gli effetti sui muscoli: anche se si è verificata una leggera riduzione della massa muscolare, a questa non è corrisposto un calo della forza, a dimostrazione che i muscoli hanno cominciato a funzionare meglio. Test molecolari, eseguiti su campioni di muscoli dei partecipanti, hanno scoperto che erano stati attivati nell'uomo quegli stessi meccanismi genetici che negli animali si ritengono responsabili dei benefici della restrizione calorica, in particolare alcuni geni coinvolti nella produzione di energia e nel controllo dell'infiammazione. "Poiché l'infiammazione e l'invecchiamento sono fortemente correlati, la restrizione calorica rappresenta un approccio potente per prevenire lo stato pro-infiammatorio sviluppato da molte persone anziane", ha aggiunto Ferrucci.
“Bed rotting”, la nuova tendenza tra i giovani è “marcire nel letto”: riposo o depressione?
(da fimmg.org) Si chiama “Bed rotting”, ovvero “marcire nel letto” secondo una traduzione più o meno letterale, l’ultima tendenza in voga tra i giovani e già virale sui social come Tik Tok dove ci sono centinaia di video per un totale di due miliardi di visualizzazioni. In pratica il bed rotting consiste nel restare a letto per scelta, ben oltre il tempo necessario per dormire. Sdraiati di pancia o di schiena, i giovani restano tra le lenzuola per ore per parlare al telefono, sbirciare i social, guardare un film o una serie tv. Si finisce così con il trascorrere intere giornate sul materasso, senza alzarsi se non per andare in bagno o procurarsi qualcosa da mangiare.
La pratica da un lato viene vista come risposta in controtendenza allo stile di vita frenetico e performante e come necessità di allentare la tensione, dopo periodi di grande stress, ma da un altro allarma gli psicologi: la dipendenza dal letto, in gergo clinomania, è ritenuta un possibile sintomo della depressione. Il ripetersi del “bed rotting”, quindi, deve suonare come un campanello d’allarme.
L’antibiotico-resistenza viaggia sui rifiuti di plastica
(da DottNet) L'inquinamento causato dalla plastica potrebbe diventare un importante veicolo di trasmissione di organismi patogeni dannosi per l'uomo e agire come un serbatoio di geni che conferiscono ai batteri la capacità di resistenza agli antibiotici. È quanto suggerisce uno studio coordinato da ricercatori della University of Warwick di Coventry (Gran Bretagna) pubblicato sulla rivista 'Microbiome'. "Si stima che i fiumi trasportino ogni anno tra 1,15 e 2,41 milioni di tonnellate di detriti di plastica negli oceani", scrivono i ricercatori. Una mole enorme che ormai può essere trattata come una vera e propria nicchia ecologica, per la quale è stato coniato il termine di 'plastisfera', osservano gli autori della ricerca.
I ricercatori hanno cercato di ricostruire l'interazione tra oggetti di plastica presenti nei fiumi e i microrganismi patogeni, indagando inoltre in cosa la plastica si differenzi da altri materiali. In test condotti sul fiume Sowe, in Gran Bretagna, il team ha scoperto che la plastica immersa nel fiume veniva rapidamente colonizzata da organismi patogeni. Tuttavia, le tipologie di batteri che attecchivano sulla plastica tendevano a essere diverse rispetto a quelle più presenti nell'acqua, con la prevalenza di batteri come Pseudomonas aeruginosa, Acinetobacter. Differenze sono state riscontrate anche negli indicatori di resistenza agli antibiotici, che erano differenti e presenti in quantità maggiore sulla plastica, specie su quella più degradata.
Non è ancora chiaro a cosa sia dovuto il fenomeno. Un'ipotesi è il processo di degradazione della plastica rilasci composti che favoriscono la crescita dei batteri, ma per i ricercatori è urgente "studiare i rischi che l'inquinamento da plastica può comportare per la salute umana e la diffusione dei geni di resistenza antimicrobica nell'ambiente".
Quando il medico diventa paziente, un’indagine di Univadis Medscape
(da Univadis) Siamo abituati a vedere i medici dalla parte di chi cura e non nelle vesti di pazienti e quando questi ruoli si invertono l’impatto può essere traumatico ma anche fonte di un rinnovato modo di interpretare la professione, più empatico e vicino all’esperienza di coloro che curano. A valutare l’impatto della malattia sui camici bianchi è un'indagine promossa da Univadis Medscape Italia e condotta su un campione di 1616 medici italiani, prevalentemente uomini (907 uomini vs 689 donne), che hanno deciso di condividere la propria esperienza anche mostrando delle vulnerabilità che comunemente non vengono associate alla figura del medico. Dai risultati emerge, infatti, che per la maggior parte dei medici (57% del campione) le conoscenze e il background professionale aumentano, invece di ridurre, il timore delle malattie e come questo li porti anche ad approcciarsi alle cure in maniera diversa rispetto al paziente medio.
Non sorprende il dato secondo il quale i medici ricevono più spesso trattamenti inusuali, intesi come cicli di cura più lunghi o trattamenti sperimentali, perché in grado di comprendere più facilmente le ragioni della proposta terapeutica e di capirne il valore. In generale, il 98% dei medici si ritiene più consapevole dei rischi associati all’uso di farmaci e tende per questo a fare più domande (62%), pur affidandosi in ultima istanza ai consigli dei colleghi. Non emerge, invece, alcun tipo di percorso privilegiato verso sperimentazioni e trattamenti, a riprova di una deontologia medica che rimane salda; la maggior parte dei rispondenti conferma, infatti, che i farmaci e le terapie che vengono prescritte a un medico che si ammala sono le stesse proposte agli altri pazienti (74%) ed è raro che ci sia un accesso preferenziale alle sperimentazioni (11%). Anche l'uso di non far pagare le prestazioni mediche ai colleghi sembra essere caduto in disuso: il 39% dei rispondenti trova normale dover mettere mano al portafogli. Quello che si osserva è, semmai, è un accesso più rapido a visite e test (63%), grazie alla rete di conoscenze personali.
Come accade a molte persone, affrontare un’esperienza più o meno grave di malattia porta i medici a fare i conti non solo con un senso di paura e smarrimento iniziale per la nuova condizione, spesso improvvisa, ma anche e soprattutto a rivedere il loro modo di essere a partire dal modo di esercitare la professione. Il 68% del campione dichiara, infatti, di essere uscito cambiato dall’esperienza di malattia, e il 71% di essere diventato più empatico nei confronti dei pazienti e di riuscire a comprenderne meglio il loro stato d’animo.
Un altro aspetto interessante riguarda il rapporto con i colleghi. Sebbene emerga una diffusa tendenza dei medici all’autocura - più della metà del campione (56%) dichiara di curarsi da solo per la maggior parte del tempo, provando a risolvere i problemi in autonomia – quando decide di rivolgersi a un collega il 78% riferisce di sentirsi al sicuro nelle sue mani. In particolare, i medici amano farsi curare da colleghi che conoscono, con cui lavorano o con i quali hanno studiato. Più di otto medici su dieci scelgono di affidarsi alle cure di colleghi che sono anche amici: segno di una comunità che resta coesa e che si aiuta reciprocamente. Allo stesso tempo, l’indagine evidenzia una diffusa diffidenza nei confronti degli ospedali (58%) da parte degli intervistati che, nella maggioranza dei casi (64%), fanno anche più domande della media dei pazienti quando si trovano ricoverati.
Bastano 20 minuti di attività fisica al giorno per allungare la vita
(da AGI) Svolgere un'attività fisica quotidiana di 20 o 25 minuti può ridurre il rischio di morte dovuto a uno stile di vita altamente sedentario. È quanto emerge da una ricerca internazionale pubblicata online sul 'British Journal of Sports Medicine'. Inoltre, i risultati dimostrano che un maggior numero di attività giornaliere è legato a un rischio minore di morte, indipendentemente dalla quantità di tempo trascorso seduti ogni giorno. Nei Paesi sviluppati, gli adulti trascorrono in media 9-10 ore al giorno seduti, soprattutto durante l'orario di lavoro. "Uno stile di vita sedentario è associato a un maggiore rischio di morte", hanno spiegato i ricercatori. Gran parte delle ricerche pubblicate in precedenza sui benefici dell'attività fisica per contrastare la prolungata permanenza in posizione seduta si sono basate su dati aggregati, il che inevitabilmente si traduce in un approccio generico.
Per cercare di superare questo problema, gli scienziati hanno messo insieme i dati dei singoli partecipanti di quattro gruppi di persone, dotate di sensori che monitoravano il grado di attività fisica, per scoprire se il movimento potesse modificare l'associazione tra tempo di sedentarietà e morte, e viceversa, e quale quantità di attività fisica potesse incidere sulla diminuzione del rischio. Poco meno di 12.000 persone di almeno 50 anni sono state incluse nell'analisi. Avevano un minimo di 4 giorni di 10 ore giornaliere di registrazione dei sensori di movimento, erano stati monitorati per almeno 2 anni e avevano fornito dettagli sui fattori potenzialmente influenti: sesso, livello di istruzione, peso, altezza, storia di fumo, assunzione di alcol e se avevano malattie cardiovascolari, cancro, diabete in corso. In totale, 5943 persone hanno trascorso meno di 10,5 ore sedute al giorno; 6042 hanno accumulato 10,5 o più ore di sedentarietà.
Il collegamento con i registri dei decessi ha mostrato che in un periodo medio di 5 anni sono morte 805 persone, circa il 7%, 357 delle quali, ovvero il 6%, trascorrevano meno di 10,5 ore sedute al giorno e 448 ne trascorrevano 10,5 o più. L'analisi dei dati dei sensori di attività ha mostrato che essere sedentari per più di 12 ore al giorno era associato a un rischio di morte maggiore del 38% rispetto a 8 ore, ma solo tra coloro che totalizzavano meno di 22 minuti giornalieri di attività fisica moderata o vigorosa. Più di 22 minuti al giorno di attività fisica, sia sostenuta che più intensa, sono stati associati a un minor rischio di morte. Inoltre, una maggiore quantità di attività fisica è stata associata a un minor rischio di morte, indipendentemente dalla quantità di tempo sedentario. L'associazione tra tempo sedentario e morte è stata ampiamente influenzata dalla quantità di attività fisica.
Ad esempio, 10 minuti in più al giorno sono stati associati a un rischio di morte inferiore del 15% per coloro che trascorrevano meno di 10,5 ore di sedentarietà e del 35% per coloro che trascorrevano più di 10,5 ore di sedentarietà al giorno. L'attività fisica di leggera intensità è stata associata a un minor rischio di morte solo tra le persone altamente sedentarie, con più di 12 ore giornaliere di sedentarietà. Si tratta di uno studio osservazionale e, come tale, non può stabilire causa ed effetto. Inoltre, i ricercatori riconoscono di non essere stati in grado di ripetere le misure dell'attività fisica e delle ore di sedentarietà, escludendo così qualsiasi variazione di queste ultime nel tempo. Non sono stati presi in considerazione nemmeno i fattori potenzialmente influenti, come la dieta, i problemi di mobilità e lo stato di salute generale.
Inoltre, i sensori di movimento potrebbero non classificare correttamente tutti i tipi di attività e l'intensità corrispondente: ciclismo, esercizi di resistenza, giardinaggio, per esempio. Tuttavia, i ricercatori hanno sottolineato che: "Piccole quantità di attività fisica di diversa intensità possono essere una strategia efficace per migliorare il rischio di mortalità derivante dall'elevata sedentarietà, laddove l'accumulo di più di 22 minuti di attività motoria elimina il rischio dell'elevata sedentarietà". "Gli sforzi per promuovere l'attività fisica possono avere benefici sostanziali per la salute degli individui", hanno concluso gli autori.
Parkinson, verso una diagnosi precoce con un esame del sangue
(da Doctor33) In uno studio pubblicato su 'Science Translational Medicine' è stato descritto un esame del sangue in grado di rilevare precocemente la malattia di Parkinson. «Attualmente, la malattia di Parkinson viene diagnosticata in gran parte sulla base di sintomi clinici, dopo che si è già verificato un danno neurologico significativo. Questo esame del sangue ci potrebbe consentire di diagnosticare la malattia e di iniziare le terapie molto prima» spiega Laurie Sanders, della Duke School of Medicine, negli Stati Uniti, autrice senior del lavoro.
I ricercatori si sono concentrati sul danno al DNA nei mitocondri come biomarcatore per il loro strumento diagnostico. Studi precedenti avevano associato il danno al DNA mitocondriale a un aumento del rischio di malattia di Parkinson, e gli esperti avevano precedentemente segnalato un accumulo di danno al DNA mitocondriale nel tessuto cerebrale di pazienti deceduti con Parkinson. Utilizzando la PCR (polymerase chain reaction), gli autori hanno sviluppato un test che ha quantificato con successo livelli più elevati di danno al DNA mitocondriale nelle cellule del sangue raccolte da pazienti con malattia di Parkinson rispetto a persone senza la malattia. Il nuovo esame ha identificato anche alti livelli di DNA danneggiato nei campioni di sangue di persone portatrici della mutazione genetica LRRK2, che è stata associata ad un aumentato rischio di malattia. Un'ulteriore analisi su cellule di pazienti affetti da morbo di Parkinson ha valutato se il test potesse determinare l'efficacia di una terapia mirata agli effetti associati alla mutazione LRRK2. In questi campioni, il test ha identificato un danno inferiore al DNA mitocondriale nelle cellule trattate con un inibitore di LRRK2 rispetto ai campioni di pazienti che non avevano ricevuto l'inibitore, e questo suggerisce che l'analisi potrebbe aiutare a individuare i pazienti potenzialmente in grado di trarre beneficio dai trattamenti con inibitori della chinasi LRRK2 anche se non hanno una mutazione LRRK2. «La nostra speranza è che questo test possa non solo aiutare a diagnosticare la malattia di Parkinson, ma anche identificare farmaci che invertono o arrestano il danno al DNA mitocondriale e il processo patologico» concludono gli autori.
(Science Translational Medicine 2023. Doi: 10.1126/scitranslmed.abo1557 http://doi.org/10.1126/scitranslmed.abo1557
Stress cronico e depressione collegati a deterioramento cognitivo lieve e malattia di Alzheimer
(da Quotidiano Sanità) Le persone di età compresa tra 18 e 65 anni che soffrono di stress cronico e/o di depressione hanno più probabilità, rispetto alla popolazione generale nella stessa fascia d’età, di ricevere una diagnosi di deterioramento cognitivo lieve o di Malattia di Alzheimer. È quanto emerge da una ricerca coordinata da un team del Karolinska Institutet di Stoccolma e pubblicata da 'Alzheimer’s Research & Therapy'.
Precedenti studi avevano già mostrato una possibile associazione tra stress cronico, depressione e demenza. Lo studio del Karolinska Institutet evidenzia, in particolare, che il rischio di malattia di Alzheimer è più del doppio nei pazienti con stress cronico e in quelli con depressione rispetto ai pazienti senza queste patologie psichiatriche; nei pazienti con entrambi i disturbi, il rischio è fino a quattro volte più alto.
Lo studio svedese è stato condotto utilizzando il database sanitario amministrativo della regione di Stoccolma. Il team ha preso in considerazione 44.447 persone tra 18 e 65 anni con una diagnosi di stress cronico e/o depressione e le hanno seguite per otto anni.
Rispetto agli individui di pari età, quasi 1,4 milioni, è emerso che un numero maggiore di persone con stress cronico o depressione aveva ricevuto anche una diagnosi di lieve deterioramento cognitivo o di malattia di Alzheimer. “Il rischio nella popolazione considerata è basso e la causalità è incerta, ma la scoperta è importante perché consente di migliorare gli sforzi preventivi e comprendere i collegamenti con gli altri fattori di rischio per la demenza”, conclude Axel Carlsson, autore senior della ricerca.
Fascicolo sanitario elettronico è in Gazzetta. Come cambiano le regole per Mmg e pediatri
(da Doctor33) Il fascicolo sanitario e il patient summary sono pronti a partire a tappeto. È uscito il 24 ottobre in Gazzetta Ufficiale il decreto 7 settembre 2023 “Fascicolo sanitario elettronico 2.0”. Frutto collegiale di Ministeri di Salute ed Economia e Presidenza del Consiglio (sottosegretario Innovazione Tecnologica), il testo ribadisce ed implementa i contenuti della documentazione sanitaria di ogni cittadino già dettati nel 2012 (dlgs 179). A fini di diagnosi, cura, prevenzione, profilassi internazionale, ricerca scientifica e valutazione della spesa, il fascicolo è alimentato ed aggiornato da Asl, regioni, strutture pubbliche del Ssn e dal Servizio naviganti Sasn, nonché dai privati accreditati od autorizzati dal Ssn e dai professionisti sanitari. E contiene: gli estremi dell’assistito, le esenzioni per reddito e patologia, contatti e delegati, referti, verbali di pronto soccorso, lettere di dimissione, Patient summary (profilo sanitario sintetico), ricette specialistiche e farmaceutiche, cartelle cliniche, erogazione farmaci a carico SSN o meno (dossier farmaceutico), vaccinazioni, prestazioni specialistiche erogate, taccuino personale dell’assistito e lettere di invito per screening.
Patient Summary - Il profilo sanitario sintetico è redatto e aggiornato dal medico di famiglia o dal pediatra di libera scelta e riassume la storia clinica dell’assistito e la sua situazione corrente conosciuta per favorire la continuità di cura, fermo restando il rispetto del diritto di oscuramento esercitato dall’assistito su specifici dati a lui attinenti. Contiene gli estremi del paziente e del medico curante (inclusa casella Pec), patologie croniche o rilevanti, organi mancanti, trapianti effettuati, protesi ed ausili, allergie, malformazioni, terapie farmacologiche croniche ed in atto, anamnesi familiare, fattori di rischio, vaccinazioni fatte, eventuali gravidanze, altezza peso e body mass index, pressione arteriosa, dati su eventuale assistenza domiciliare, esenzioni per patologia, possibile inserimento in reti di cura, piani terapeutici e riabilitativi, ricoveri avvenuti. È la regione o la ASL la titolare del trattamento in quanto detentrice dell’infrastruttura dove viaggiano i dati del FSE e responsabile delle misure di sicurezza e della conservazione del profilo. In caso di cambio di medico di fiducia, il nuovo redige un nuovo profilo sanitario sintetico.
Taccuino personale – Qui l’assistito od un suo delegato può inserire, modificare ed eliminare dati, anche generati dai dispositivi medici indossabili, e documenti personali relativi ai propri percorsi di cura. In ogni caso si tratterà di informazioni non certificate da rendere distinguibili da quelle inserite da medici e sanitari. La regione di assistenza è titolare del trattamento dati ma non li può consultare.
Dossier farmaceutico – Nell’allegato A per i contenuti relativi all’erogazione dei farmaci a carico Ssn o meno si rimanda al decreto 4 agosto 2017 dei ministeri di Economia e Salute che a sua volta fa riferimento a “modalità da definire”.
Diritti del cittadino - L’assistito accede al FSE con carta identità elettronica o carta nazionale dei servizi o con lo SPID, utilizzando il portale FSE della regione dove vive o il Portale nazionale FSE o il servizio di notifica gestito iNI-FSE previsto all’articolo 22 per chi non è nell’anagrafica di nessuna regione. In base all’articolo 64 ter del Codice dell’Amministrazione Digitale, assistiti non avvezzi a consultazioni online possono delegare per 3 anni familiari o persone specifiche. I dati sensibili di persone sieropositive, donne che si sottopongono a interruzione volontaria di gravidanza, vittime di violenza sessuale o pedofilia, persone che fanno uso di sostanze stupefacenti, psicotrope ed alcool, donne che decidono di partorire in anonimato, e i documenti dei consultori familiari, sono resi visibili solo all’assistito, che decide se renderli visibili a terzi previo consenso.
Il consenso - Entro 3 mesi dall’entrata in vigore del decreto, Ministero della Salute e Regioni gireranno all’assistito modello di informativa che espliciti i trattamenti nel FSE e comunichi come integrare, oscurare, modificare, aggiornare i dati. La consultazione da parte di terzi può avvenire solo quando l’assistito ha visionato l’informativa e dato l’ok alla consultazione. Per i minori i consensi sono espressi da chi esercita la potestà genitoriale e per i soggetti con deficit totale o parziale dall’amministratore di sostegno. I dati sul FSE sono definitivamente cancellati dopo 30 anni dal decesso dell’assistito.
Diritti del medico – Possono accedere al Fse a fini di cura e prevenzione medici di famiglia, pediatri di libera scelta e relatvi sostituti, medici ospedalieri e specialisti per visite/esami o per il ricovero limitatamente al tempo del processo di cura, infermiere od ostetrica, e farmacista. Il personale amministrativo legge le sole informazioni necessarie alle funzioni cui è preposto. L’accesso è sempre escluso per i soggetti che non perseguono fini di cura: periti, compagnie assicurative, datori di lavoro, società scientifiche, medici legali o del lavoro che accertano idoneità o per il rilascio di certificazioni necessarie al conferimento di permessi o abilitazioni.
Interoperabilità - Regioni e province autonome sono titolari dei trattamenti di verifica formale e semantica per i pazienti Sasn e il ministero della Salute per i naviganti. Tutte le regioni devono contribuire ad alimentare i fascicoli usando le soluzioni tecniche rese disponibili da Agenas.
Profilassi internazionale -La DG Prevenzione del Ministero della salute previo ok dell’assistito segnala alle Asl dati e documenti rilevanti circa la circolazione di nuovi patogeni o l’emergere di sintomatologie sconosciute o di fattori di rischio ambientale e/o alimentare; nuovi fattori di rischio legati a co-infezioni; lo sviluppo di nuovi casi di farmacoresistenza verso specifici gruppi di patogeni; possibili nuove complicanze non conosciute di malattie infettive che possono portare al decesso. Sempre la DG Prevenzione del Ministero della salute può accedere a dati e documenti del FSE la cui consultazione risulti necessaria per le vaccinazioni per soggetti diretti all’estero. Per gli stessi fini può altresì, definiti criteri di identificazione di gravi minacce per la salute, accedere a dati di soggetti provenienti dall’estero, da sottoporre a misure di quarantena o isolamento o a contact tracing internazionale e disporre misure di profilassi per soggetti espostisi a gravi patogeni usando mezzi di trasporto collettivi o soggiornando in comunità chiuse.
Medici, il 40% valuta di emigrare all’estero. I dati nell’indagine Fnomceo
(da Doctor33) Amano il camice bianco, ma vedono non poche difficoltà nell'esercizio della loro professione oggi in Italia. E il 40% dei medici italiani ammette di essere tentato dalla fuga all'estero. È uno dei dati che emerge dall'indagine condotta per la Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri, dall'Istituto Piepoli che ha interrogato opinione pubblica e personale medico. I risultati sono stati presentati a Roma, nell'ambito di un convegno dedicato al Servizio sanitario nazionale.
L'indagine - che si basa su interviste telefoniche e via web effettuate su un campione di 1.000 persone rappresentativo degli italiani di età tra i 15 e i 75 anni e un campione di 300 medici e odontoiatri - analizza non solo come viene percepita la sanità dai pazienti, ma anche il fronte dei medici del Belpaese. Emerge che i camici bianchi risultano essere ben coscienti dell'importanza del loro stesso lavoro - il 96% lo reputa molto o abbastanza importante - ma pensano che le istituzioni ne abbiano percezione minore, tanto da ritenere che l'importanza del ruolo del medico in Italia oggi sia minore rispetto al periodo pandemico, in cui invece molti sottolineavano la condizione eroica della professione sanitaria.
I medici vorrebbero avere maggior peso decisionale nel mondo sanitario e lanciano un allarme: a causa della troppa burocrazia, più di uno su 3 dichiara di non avere a disposizione tutto il tempo di cui avrebbe bisogno per occuparsi dei pazienti. Questa condizione di difficoltà spinge molti camici bianchi italiani (il 40% del campione, appunto) a valutare l'opportunità di andare all'estero, fuori dall'Italia, a svolgere la professione. Ciononostante, l'83% dei medici si conferma ancora attaccato al proprio lavoro, tanto da dichiarare che quello che fa ogni giorno, il rapporto con i pazienti, aiutare le persone, salvare vite corrisponde all'idea che aveva quando ha scelto di svolgere la professione sanitaria. Una professione che sembra rimanere attrattiva anche tra i giovani: il 57% del campione tra i 15 e i 24 anni ha preso in considerazione la possibilità di formarsi per essere un professionista della salute.
Per tre italiani su quattro la sanità deve essere pubblica, e i medici sono coscienti dell’importanza del loro lavoro
(da M.D.Digital - riproduzione parziale) Per oltre tre italiani su quattro la sanità deve essere pubblica. Di più: per il 90% dei cittadini deve essere una priorità del Governo nella Finanziaria. Per il 37%, merita addirittura il primo posto. Sono questi alcuni dei risultati dell’Indagine eseguita sull’opinione pubblica e sul personale medico dall’Istituto Piepoli per la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO) e presentata a Roma nell’ambito del Convegno “Valore salute: Ssn volano di progresso del Paese. I 45 anni del Servizio Sanitario Nazionale, un’eccellenza italiana”.
Protagonista delle interviste telefoniche e via web - effettuate su un campione di 1.000 persone, rappresentativo degli italiani di età compresa tra 15 e 75 anni, con un oversampling di 200 interviste nella fascia d’età tra 15 e 19 anni, e un campione di 300 medici e odontoiatri – proprio il Servizio sanitario nazionale, come fattore determinante per unire il Paese e farlo crescere.
A quanto emerge dall’indagine, gli italiani tendono in maggioranza (54%) a promuovere il servizio sanitario regionale, ma con grandi distanze territoriali. Se, infatti, al nord si raggiungono picchi del 69% di soddisfazione, al sud e nelle isole ci si ferma a quota 41%.
Specularmente e di conseguenza, quando si chiede chi debba guidare la sanità tra Stato e Regioni, al nord prevale il modello concentrato sulle regioni mentre al sud si chiede un intervento statale, probabilmente proprio nella speranza che questo riequilibri la qualità percepita del servizio sanitario.
Quello che è chiaro, in ogni caso, è che la sanità per gli italiani deve essere prevalentemente pubblica. Così la pensano più di 3 italiani su 4, il 76%, in questo caso in modo trasversale nelle diverse aree del Paese.
Digitale in sanità benvenuto per il 73% degli italiani, che apprezzano e utilizzano ricette elettroniche e ritiro online dei referti, ma con giudizio: l’Intelligenza Artificiale va bene, ma solo come alleato e supporto al medico. A pensarla in questo modo, il 92% degli intervistati, che escludono di farsi curare, anziché dal medico, da una piattaforma di Intelligenza artificiale. Il rapporto diretto e fiduciario con il proprio medico, infatti, è talmente importante che il 75% degli italiani intervistati si dice non disponibile a rinunciare al diritto di scegliere il proprio medico di famiglia.
In media, ad oggi gli italiani risparmiano il 10% delle proprie entrate per le spese sanitarie, ma tanti (il 23%) purtroppo vorrebbero ma non riescono a farlo, tanto che ad oggi circa 3 milioni di italiani ammettono che, quando devono usufruire di prestazioni sanitarie a pagamento, rinunciano a curarsi.
Sempre più cittadini sono costretti a spostarsi in altre Regioni alla ricerca di centri di eccellenza: il 63% degli intervistati percepiscono questo problema con riferimento al loro territorio, con punte del 79% al Sud e nelle isole. La stragrande maggioranza degli italiani, il 93%, vorrebbe, per questa ragione, un aiuto dallo Stato: e oltre otto persone su dieci, trasversalmente su tutto il territorio nazionale, vorrebbero un’organizzazione sanitaria che porti l’eccellenza dove vive, senza per forza essere costretti a “viaggi della speranza”, costosi in termini di denaro, tempo ed energie.
Passando alla qualità dell’assistenza sanitaria, questa è largamente sufficiente per gli italiani (il 67% la reputa soddisfacente) che vedono in maggioranza la sanità come un settore in grado di generare ricchezza, dunque sul quale investire, e non come un semplice costo, mentre ritengono che, al contrario, la gestione dei servizi risponda più alle esigenze di bilancio che a quelle di salute.
Il 90% degli italiani è convinto in ogni caso che nella legge finanziaria la sanità debba essere al primo posto o tra le priorità principali del Governo. Tra gli interventi da mettere in atto per migliorare l’assistenza, il 55% di coloro che non ne sono soddisfatti propongono di agire sul personale, incrementandolo, il 42% vogliono aumentare i finanziamenti, il 38% migliorare le organizzazioni.
Passando ai medici italiani, loro sono ben coscienti dell’importanza del loro stesso lavoro – il 96% lo reputa molto o abbastanza importante - ma pensano che le istituzioni ne abbiano percezione minore, tanto da ritenere che l’importanza del ruolo del medico in Italia oggi sia minore rispetto al periodo pandemico, in cui invece molti sottolineavano la condizione eroica della professione sanitaria. I medici vorrebbero avere maggior peso decisionale nel mondo sanitario e lanciano un allarme: a causa della troppa burocrazia, più di un medico su tre dichiara di non avere a disposizione tutto il tempo di cui avrebbe bisogno per occuparsi dei pazienti.
Questa condizione di difficoltà spinge molti medici italiani (il 40% del nostro campione) a valutare l’opportunità di andare all’estero, fuori dall’Italia, a svolgere la professione medica.
Ciononostante, l’83% dei medici si conferma ancora attaccato alla propria professione, tanto da dichiarare che quello che fa ogni giorno, il rapporto con i pazienti, aiutare le persone, salvare vite corrisponde all’idea che aveva quando ha scelto di svolgere la professione sanitaria.
Una professione che resta fortemente attrattiva anche tra i giovani: il 57% del campione tra i 15 e i 24 anni ha preso in considerazione la possibilità di formarsi per essere un professionista della salute.
ENPAM: Obbligo Ecm, come salvarsi dalle sanzioni
Restano poco più di due mesi per mettersi in regola con la formazione obbligatoria. Le lancette corrono e il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha ribadito che non ci saranno ulteriori proroghe per chiudere in regola il triennio 2020-2022. Per evitare le sanzioni, che arrivano sino alla sospensione dall’Ordine professionale, i ritardatari devono quindi conseguire i crediti ecm necessari entro il prossimo 31 dicembre.
RITARDATARI NON PIÙ COPERTI DALL’ASSICURAZIONE
Sulla riforma del sistema ecm è al lavoro la Commissione per la formazione continua in medicina, che in collaborazione con gli Ordini ha in programma di rendere il sistema più attrattivo e in linea con le esigenze dei professionisti.
Il fine è quello di convincere i professionisti sanitari a seguire i corsi di formazione e a conseguire i crediti necessari, anche perché per gli inadempienti si preannunciano nuove sanzioni.
L’annunciata, imminente approvazione dei decreti attuativi della legge Gelli-Bianco darà infatti piena operatività alla norma che lega l’assolvimento dell’obbligo ecm all’efficacia della copertura assicurativa.
In buona sostanza, medici e dentisti che non conseguiranno il 70 per cento degli ecm per il triennio 2023-2025, dal gennaio 2026 potranno avere problemi a trovare una polizza che li tuteli in ambito professionale. Potranno quindi rimanere senza copertura assicurativa e trovarsi esposti in caso di rivalse a loro carico.
“Il mondo è cambiato” e “le nuove tecnologie rappresentano un importante elemento di sviluppo del comparto della formazione in campo medico”, ha detto il ministro Schillaci a QuotidianoSanità. “Temi quali la simulazione, l’intelligenza artificiale e il metaverso – ha continuato il ministro – diventeranno centrali in tema di aggiornamento professionale di tutti i professionisti del comparto sanitario”.
METTERSI IN REGOLA CON TECH2DOC
Un aiuto per mettersi in regola con i crediti formativi arriva dalla piattaforma Tech2Doc. Il portale voluto dall’Enpam per promuovere l’adattamento alle nuove tecnologie dei medici e dei dentisti offre infatti 35 crediti ecm gratuiti sulla salute digitale.
Sulla piattaforma, il cui partner scientifico è Healthware e il provider Metis, sono aperte le iscrizioni a tutti i moduli del corso ecm sulla salute digitale.
Il primo modulo, da 5 crediti, è sull’ecosistema della salute digitale e i suoi strumenti. Gli altri riguardano lo sviluppo della salute digitale e la validazione (9 crediti ecm), la regolamentazione e i modelli di accesso (12 crediti) e il focus su applicazioni specifiche (9 crediti).
I vari moduli possono essere seguiti anche indipendentemente l’uno dall’altro.
Dai pediatri Fimp una guida per il digitale, fino ai 9 anni no a internet e social network
(da Fimmg.org - riproduzione parziale) Un utilizzo controllato, sicuro e consapevole degli strumenti digitali può aiutare i bambini a sviluppare la coordinazione visuo-motoria e a stimolare la creatività e la capacità di problem-solving. Ma non prima dei 9 anni, con moderazione ed evitando l’utilizzo dei social network: fino a quell’età, infatti, è fondamentale non privarli delle interazioni dirette con i genitori, i coetanei e il mondo che li circonda, indispensabili per un sano sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale. Sono le raccomandazioni della Guida “Bambini e adolescenti in un mondo digitale”, realizzata dalla Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP) e presentata in occasione del XVII Congresso Nazionale della FIMP “Ed io avrò cura di te. Il tuo Pediatra un approdo sicuro” in programma fino a domenica 15 ottobre a Giardini Naxos (ME).
Durante i lavori congressuali, grande rilievo é stato dato al corretto utilizzo delle tecnologie digitali. Al centro del programma scientifico, anche le sfide educative per la famiglia del terzo millennio e il delicato tema della prevenzione e del contrasto di maltrattamento e abuso sui minori. Sessioni specifiche riguarderanno, inoltre, le vaccinazioni in età pediatrica e, più in generale, il ruolo del Pediatra di Famiglia nelle attività di prevenzione, cura e assistenza globale nell’infanzia e nell’adolescenza. La Guida FIMP “Bambini e adolescenti in un mondo digitale” identifica specifiche tappe d’età rispetto alle quali si suggerisce ai genitori se, quando e come inserire l’utilizzo delle tecnologie digitali, con l’obiettivo di supportare una crescita sana e proteggere bambini e adolescenti dai rischi psico-sociali come il cyberbullismo. In questo contesto, infatti, il Pediatra di Famiglia, in virtù del rapporto fiduciario e continuativo instaurato con le famiglie, svolge l’importante compito di educare i genitori e di supportarli nella mediazione del rapporto dei propri figli con le tecnologie digitali.
Secondo la Guida, prima dei 3 anni il bambino ha l’esigenza di costruire i suoi riferimenti spazio-temporali, pertanto è opportuno evitare il più possibile l’utilizzo degli schermi; dai 3 ai 6 anni il bambino ha bisogno di scoprire tutte le sue possibilità sensoriali e manuali, dunque va incoraggiato il gioco con i coetanei, evitando smartphone o tablet personali; dai 6 ai 9 anni è l’età in cui si scoprono le regole del gioco sociale, pertanto è consigliabile disincentivare l’uso di internet; infine, dai 9 ai 12 anni, cioè l’età in cui il ragazzo inizia a rendersi autonomo dai riferimenti familiari, il web può rappresentare un valido strumento per esplorare nuovi contenuti adatti alla sua età, sotto l’occhio attento dei genitori, ma si suggerisce di evitare la partecipazione diretta ai social network. “La Guida messa a punto dalla FIMP vuole essere uno strumento di facile utilizzo per una corretta comunicazione con le famiglie, aiutandole a gestire in maniera consapevole il rapporto con gli strumenti digitali” commentano Osama Al Jamal e Giovanni Cerimoniale, promotori della guida FIMP all’uso del digitale. “Al contempo però, preme sottolineare che l’utilizzo di Internet e dei social network è diventato parte integrante del nostro modo di comunicare e di relazionarci con gli altri, ma non può sostituirsi alle interazioni dirette con coetanei e famiglie”.
Per questo motivo, i Pediatri suggeriscono ai genitori di porre domande ai propri figli per stimolare riflessioni su quello che hanno visto o letto online, il che contribuisce anche a instaurare un rapporto di maggiore confidenza e alleanza. I genitori, inoltre, hanno il compito di monitorare l’utilizzo dei dispositivi e verificare l’eventuale dipendenza dallo schermo, che è spesso il sintomo e non la causa di un malessere psicologico o sociale. Nella Guida, infine, vengono riportati gli indirizzi della Polizia Postale e i Centri per la gestione della dipendenza da Internet a cui potersi rivolgere. “Il Pediatra di Famiglia ha un ruolo importantissimo nell’educazione delle famiglie a un corretto utilizzo di Internet e degli strumenti digitali, che influiscono in maniera molto rilevante sullo sviluppo e sul benessere psico-fisico di bambini e adolescenti” aggiunge Giuseppe Di Mauro, segretario nazionale alle attività scientifiche ed etiche della FIMP. “È quindi essenziale stimolare la consapevolezza che l’online non è virtuale, e che è importante prendere sul serio la “vita digitale” e saper scindere verità e finzione”.
Nuove conferme che l’esercizio fisico riduce la mortalità da cancro
(da M.D.Digital) Una recente analisi, pubblicata sul Journal of Clinical Oncology, ha dimostrato che il rispetto delle linee guida relative all’esercizio fisico si associa a una significativa riduzione della mortalità per tutte le cause nei sopravvissuti al cancro a lungo termine. In uno studio che ha coinvolto 11.480 sopravvissuti, l’esercizio conforme alle linee guida è stato associato a un rischio ridotto del 25% di mortalità per tutte le cause rispetto all’assenza di esercizio (HR 0.75) in un follow-up mediano di 16 anni dalla diagnosi. Si è inoltre osservata una riduzione significativa della mortalità per cancro (HR 0.79) e di quella per altre cause (HR 0.72).
Questi risultati, commentano i ricercatori, mostrano che l'esercizio fisico è una strategia olistica che può integrare gli approcci gestionali contemporanei per ridurre ulteriormente la mortalità per cancro riducendo contemporaneamente il rischio di morte per altre cause concorrenti, che si combinano per migliorare la mortalità per tutte le cause. Il rispetto delle linee guida è stato definito come impegno in esercizi di intensità moderata ≥4 giorni a settimana, con ciascuna sessione della durata media ≥30 minuti, e/o esercizi di intensità intensa ≥2 giorni a settimana, con ciascuna sessione della durata media ≥20 minuti.
Durante il periodo di studio, si sono verificati 1.459 decessi totali tra i 4.374 partecipanti classificati come praticanti di attività fisica (33%), mentre ci sono stati 3.206 decessi tra i 7.106 classificati come non praticanti di esercizio fisico (45%). La sopravvivenza globale mediana dalla diagnosi è stata di 19 anni per gli atleti e di 14 anni per i non atleti.
(Lavery JA, et al. Pan-cancer analysis of postdiagnosis exercise and mortality. J Clin Oncol 2023; DOI: 10.1200/JCO.23.00058. )
Plastica, il vademecum di medici e pediatri per evitarne l’assorbimento
(da Fimmg.org) Come difenderci dalla plastica che assorbiamo? La "Campagna nazionale per la prevenzione dei rischi per la salute da esposizione alla plastica" punta a diffondere l''informazione tra medici e pazienti, mettendo a disposizione i documenti disponibili per ridurre l''esposizione alle sostanze tossiche rilasciate dalla plastica, e a conoscerne i relativi rischi, particolarmente alti nell''esposizione in utero e in età pediatrica, aiutando al contempo l''ambiente a liberarsi da rifiuti pericolosi per tutti gli ecosistemi. La campagna e condotta dall''Associazione Medici per l''Ambiente ISDE Italia e dalla Rete Italiana Medici Sentinella, in collaborazione con la Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (FIMMG), l''Associazione Medici Endocrinologi (AME), l''Associazione Culturale Pediatri (ACP), la Federazione Italiana medici pediatri (FIMP), la Società Italiana di Pediatria (SIP), Choosing Wisely Italy e la Facoltà di Scienze dell''Alimentazione Università di Pollenzo (CN).
Consigli pratici
- Scegli oggetti non in materiale plastico e abolisci completamente quelli usa e getta, verifica che i prodotti che acquisti (vestiti, tessuti, cosmetici etc.) non contengano plastica. Ricordati che le microplastiche si assorbono anche attraverso la pelle.
- Elimina da subito l'acqua in bottiglie di plastica e bevi quella del rubinetto. In 1 litro di acqua in bottiglia si trovano circa 5 milioni di microplastiche.
- Cerca negozi che vendono prodotti alimentari e per l'igiene sfusi (https://www.sfusitalia.it/) e scegli confezionamenti green e riutilizzabili (carta, cartone, alluminio.). Potrai acquistare frutta e verdura dai contadini locali, ai mercati e dai gruppi di acquisto solidali che ormai sono presenti in moltissimi Comuni.
- Varia il più possibile la dieta giornaliera.
- Per lo smaltimento utilizza gli appositi contenitori per la plastica in casa e fuori. Non buttare mai la plastica nell'ambiente.
Il contatto con le sostanze tossiche rilasciate dalla plastica può determinare un danno per la salute, più grave se trasportato dalle microplastiche, che penetrano nell''organismo, soprattutto con gli alimenti che consumiamo, oppure con l''acqua e le bevande in bottiglia di plastica, per contatto con tessuti sintetici, creme e cosmetici che le contengono, detergenti, ma anche semplicemente per contatto con giocattoli in plastica. Le numerose sostanze chimiche contenute nelle microplastiche possono causare: Interferenza endocrina, con effetti negativi sulla fertilità maschile e femminile; Effetti sul neurosviluppo; Aumentato rischio di alcuni tipi di cancro; Criptorchidismo; Effetto "obesogeno" favorente la resistenza all''insulina e l''insorgenza di diabete di tipo 2; Effetti infiammatori con alterazione della microflora intestinale e possibile interferenza sull''assorbimento di nutrienti.
Ulteriori informazioni e materiali disponibili al LINK https://www.isde.it/progetto-plastica/