Cure palliative: nasce l’Associazione assistenti spirituali nella cura

(da Sanitainformazione.it) Circa il 70% delle persone affette da malattie croniche o in fase terminale riferisce bisogni spirituali — quali ricerca di senso, riconciliazione, speranza, pace interiore — che rimangono troppo spesso insoddisfatti. Per colmare questa lacuna, la Federazione Cure Palliative (FCP) e la Società Italiana di Cure Palliative (SICP), annunciano la nascita dell’Associazione Nazionale “Assistenti Spirituali nella Cura”, una nuova realtà associativa nata per rappresentare, valorizzare e promuovere la figura dell’assistente spirituale nei contesti delle cure palliative e delle situazioni di fragilità. La cura del bisogno spirituale in Europa è trascurata - In Europa, da una recente revisione di letteratura, la cura del bisogno spirituale — pur riconosciuta come dimensione chiave della cura palliativa — risulta “la meno sviluppata e la più trascurata”. In Italia nel contesto ospedaliero e in ambito di cure palliative, le varie religioni offrono già i loro percorsi, ma è necessario, come avviene in molti paesi europei e in America, giungere alla piena integrazione nei percorsi assistenziali di membri dell’équipe sanitaria con le competenze professionali necessarie. I bisogni spirituali sono comuni nei pazienti con malattie croniche o in fase avanzata. In una revisione di 35 studi condotti su 1.374 persone con malattia in fase avanzata, emergeva il desiderio di significato, perdono, riconciliazione, relazione e pace interiore. Un passo verso la cultura della cura - La nascita dell’Associazione Nazionale “Assistenti Spirituali nella Cura” segna “un passo fondamentale verso una cultura della cura davvero integrale”, commenta Tania Piccione, presidente FCP – Federazione Cure Palliative. “Medici, infermieri e psicologi, per quanto competenti, non possono rispondere da soli ai bisogni spirituali dei pazienti e delle famiglie. Servono figure preparate, con formazione specifica e riconosciuta, che possano operare in sinergia con le equipe. È un tassello indispensabile per costruire una rete di cure palliative più completa e più giusta”, aggiunge. “La cura palliativa non è completa se non include la dimensione spirituale”, spiega Giampaolo Fortini, presidente SICP – Società Italiana di Cure Palliative. “Ogni persona, davanti alla malattia e alla fragilità, cerca senso, relazione e riconciliazione”, aggiunge. Finalità e obiettivi dell’Associazione - La neonata Associazione ha come missione: - Definire e proporre standard formativi qualificanti per gli assistenti spirituali, in collaborazione con enti accademici, sanitari e del terzo settore. - Promuovere percorsi di riconoscimento professionale che consentano una piena integrazione della figura dell’assistente spirituale nei team di cura interdisciplinari. - Favorire la collaborazione interdisciplinare con professionisti sanitari, sociali e del volontariato, affinché la cura della persona non si limiti agli aspetti clinici, ma comprenda la dimensione relazionale, emotiva e spirituale. Definire standard formativi per l’assistente spirituale - “Iniziamo questo percorso – spiega Barbara Carrai, presidente dell’Associazione Assistenti Spirituali nella Cura – per dare voce e riconoscimento a una professione che opera spesso nell’ombra, ma che accompagna con discrezione e profondità le persone nei momenti più delicati della vita. L’assistenza spirituale non è un accessorio, ma una necessità umana universale. Il nostro impegno sarà definire standard formativi, etici e professionali affinché ogni paziente, in qualunque contesto, possa ricevere anche questa parte essenziale della cura”. Un nuovo orizzonte per la cura integrale della persona - La nascita della nuova organizzazione sancisce una svolta culturale e professionale. Con l’avvio dell’Associazione Nazionale Assistenti Spirituali nella Cura, si apre un passaggio rilevante per il sistema delle cure in Italia, in cui la dimensione spirituale è finalmente concepita come componente imprescindibile della qualità di vita del malato e della sua famiglia. Secondo la definizione elaborata dal European Association for Palliative Care (EAPC) la spiritualità è “la dimensione dinamica della vita umana che riguarda il modo in cui le persone vivono, esprimono e/o cercano significato, scopo e trascendenza, e il modo in cui si connettono con il momento, con se stesse, con gli altri, con la natura, con ciò che è significativo o il sacro”.

RICHIESTA PRESENZA MEDICO PER PARTITA DI BASKET

Buongiorno la Nostra società Nuova Virtus Cesena Asd affiliata FIP codice 054755 partecipa al campionato di serie B femminile regionale, le partite in casa si svolgono presso la palestra Palaippo di Cesena via G.Di Vittorio. Si richiede cortesemente la disponibilità di un medico iscritto all'albo, per assistenza sanitaria obbligatoria. Le partite in cui necessitiamo assistenza sono le seguenti Dom 02/11/2025 18:00 NUOVA VIRTUS CESENA ALBERTI & SANTI VALTARESE 2000 Palestra IPPODROMO - Via G. Di Vittorio - CESENA - (FORLI CESENA) Dom 30/11/2025 18:00 NUOVA VIRTUS CESENA PEPERONCINO LIBERTAS  BK Palestra IPPODROMO - Via G. Di Vittorio - CESENA - (FORLI CESENA) Dom 18/01/2026 18:00  VIRTUS CESENA MAGIK ROSA PARMA Palestra IPPODROMO - Via G. Di Vittorio - CESENA - (FORLI CESENA) Dom 15/02/2026 18:00  VIRTUS CESENA ROYAL BASKET  VIGARANO Palestra IPPODROMO - Via G. Di Vittorio - CESENA - (FORLI CESENA) Dom 15/03/2026 18:00 NUOVA VIRTUS CESENA PUIANELLO BASKET TEAM Palestra IPPODROMO - Via G. Di Vittorio - CESENA - (FORLI CESENA) in attesa di un vostro riscontro porgiamo cordiali saluti Dirigente Responsabile Serie B Bucci Giovanni 3385950944

Medoc. Ricerca Medico

Il Poliambulatorio Medoc nato nel 1998 si occupa principalmente di medicina del Lavoro e da svariati anni anche di medicina specialistica.

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Prendersi pausa dallo smartphone fa bene e rende felici

(da AGI)  Uno studio pubblicato su 'PNAS Nexus' della durata di un mese conferma che ridurre il tempo trascorso su uno smartphone per accedere a Internet rende le persone più felici e concentrate. In media, gli americani trascorrono quasi cinque ore al giorno utilizzando i loro smartphone e metà degli americani che usano smartphone si preoccupa di utilizzare troppo i propri dispositivi. Noah Castelo e colleghi Università dell''Alberta hanno cercato di determinare se l''accesso costante a Internet tramite smartphone danneggi le funzioni cognitive e la salute mentale. Gli autori hanno reclutato 467 partecipanti da Prolific.co, un pool di lavoro online, per installare un''app sui loro iPhone che bloccasse tutto l''accesso a Internet sui loro telefoni per due settimane. Metà dei partecipanti ha avuto i propri telefoni bloccati per le prime due settimane, durante le quali l''altra metà dei partecipanti ha funzionato come controllo. I gruppi hanno cambiato trattamento per il secondo periodo di due settimane. I partecipanti hanno trovato l''esperimento difficile. Dei 467 che hanno accettato di installare l''app, solo 266 lo hanno fatto e solo 119 hanno avuto il blocco attivo per almeno 10 giorni. Il blocco di Internet ha ridotto il tempo trascorso davanti allo schermo da una media di 314 minuti al giorno a 161 minuti al giorno e ha creato miglioramenti significativi nel benessere soggettivo, nella salute mentale e nella capacità di attenzione sostenuta misurata oggettivamente. Il cambiamento nella capacità di attenzione sostenuta è stato equivalente alla cancellazione di 10 anni di declino correlato all''età e il miglioramento dei sintomi della depressione è stato maggiore dell''effetto medio degli antidepressivi farmaceutici. In particolare, per il gruppo che ha bloccato Internet per le prime due settimane, il benessere soggettivo e la salute mentale sono rimasti significativamente più alti al traguardo delle quattro settimane, anche dopo due settimane di ritorno online. Gli autori attribuiscono gli effetti positivi della disconnessione all''aumento del tempo trascorso nel mondo offline, alla riduzione del tempo trascorso a consumare media, all''aumento della connettività sociale, al miglioramento della sensazione di autocontrollo e all''aumento del sonno. Secondo gli autori, trascorrere meno tempo con un dispositivo connesso può essere utile a molte persone.

Cassazione: sono illegittimi troppi turni reperibilità per medici e infermieri

(da DottNet)   Illegittimo sottoporre personale sanitario a eccessivi turni di reperibilità: lo annuncia il Codacons riportando un’ordinanza della Corte di Cassazione che riconosce i diritti di medici e infermieri. I giudici hanno accolto il ricorso proposto da un infermiere, assistito dall’avvocato Salvatore Raciti dell’Ufficio legale Codacons - ma il principio vale anche per i medici, precisa l’associazione - contro l’Azienda sanitaria provinciale di Siracusa che aveva chiesto al lavoratore turni di reperibilità in numero maggiore di quello previsto dal contratto collettivo nazionale   In particolare, la Corte di Cassazione ha affermato che “il concreto atteggiarsi della mancata fruizione piena dei riposi … può far prospettare l’insorgenza del diritto al risarcimento, in ragione del carattere usurante e della lesione della personalità morale”. Dunque, se risulta provato che il limite dei 6 turni è stato superato in modo significativo, compromettendo di fatto la vita personale del lavoratore, il Tribunale dovrà tener conto di tale condotta travalicante le regole di buona fede e ritenere “illegittimo il ricorso in forma smodata a quella turnistica … al di fuori da ogni tollerabile dimensione quantitativa”. Pertanto, spiega Raciti, il personale sanitario potrà fare causa all’ASP di appartenenza e ottenere un risarcimento danni, qualora si sia ecceduto il limite dei 6 turni di reperibilità. D’altra parte, la Corte ha anche affermato che, al di là dello sfociare del pregiudizio (danno-conseguenza) in condizioni di patologia psicofisica, “qualora venga in gioco la violazione del diritto al riposo e dunque della personalità del lavoratore, il danno è in re ipsa”. Ne deriva che, se il ricorso smodato alla richiesta di turni di reperibilità ha illecitamente condizionato la vita personale del lavoratore impedendogli di godere appieno del riposo, non occorrerà fornire alcuna prova specifica del pregiudizio, ma dovrà ritenersi esistente un danno da lesione alla vita personale dell’infermiere (e/o del medico); in conseguenza di ciò il lavoratore avrà diritto al relativo risarcimento per il solo fatto di essersi verificata in concreto un’interferenza nella vita privata di quest’ultimo. .  

Più lavori seduto meno dormi

(da AGI)  Le persone con lavori molto sedentari (circa l''80% della forza lavoro moderna) hanno un rischio molto più elevato di sviluppare sintomi di insonnia, secondo un nuovo studio condotto dalla psicologa Claire Smith dell''Università della Florida del Sud. I risultati, recentemente pubblicati sul 'Journal of Occupational Health Psychology', dimostrano che, tra gli oltre 1.000 dipendenti intervistati nell''arco di un decennio, il lavoro sedentario e gli orari di lavoro non standard rappresentano minacce significative per la salute del sonno. Questi due fattori, accelerati dai cambiamenti tecnologici come l''aumento del lavoro al computer, sono collegati a un aumento del 37% dei sintomi di insonnia tra i lavoratori sedentari e a un rischio maggiore del 66% di aver bisogno di "recupero del sonno" - definito come frequenti pisolini o dormire fino a tardi nei fine settimana - per coloro che mantengono orari di lavoro non tradizionali. "Il modo in cui stiamo progettando il lavoro pone gravi minacce a lungo termine per un sonno sano", ha affermato Smith. "Un sonno sano non implica solo dormire otto ore. Significa anche addormentarsi facilmente, dormire tutta la notte e avere un programma di sonno regolare. Le aziende dovrebbero essere consapevoli dei rischi specifici del sonno della propria forza lavoro per migliorare il rilevamento e l''intervento". La ricerca, basata sui dati dello studio nazionale Midlife in the United States , ha individuato tre categorie di salute del sonno tra i lavoratori in un periodo di 10 anni: chi dorme bene, chi recupera il sonno e chi soffre di insonnia. Lo studio ha scoperto che il lavoro sedentario è fortemente legato alla categoria dei dormienti insonni, caratterizzata da sintomi come difficoltà ad addormentarsi, sonno interrotto e frequente stanchezza diurna.  

Dalle visite online al controllo dei parametri vitali da casa. Da Agenas arrivano le regole per televisita, telemonitoraggio e telecontrollo

(da Quotidiano Sanità)  Dalla visita specialistica in videochiamata al monitoraggio continuo dei parametri vitali per i pazienti cronici o fragili. Prende forma il sistema nazionale di telemedicina con la pubblicazione da parte di Agenas dei modelli operativi per Televisita, Telemonitoraggio e Telecontrollo. Documenti che definiscono regole, responsabilità e percorsi per garantire uniformità, sicurezza e interoperabilità su tutto il territorio, finanziati dall'Ue con il Pnrr. Leggi L'articolo completo al LINK

Circonferenza del polpaccio sotto i 30 cm predice un alto rischio di mortalità negli anziani

(da DottNet)    Il polpaccio è il nuovo indicatore di buona salute. Negli anziani, la sua misura può predire la mortalità a 10 anni per tutte le cause: se la circonferenza è meno di 30 cm negli uomini e 28 cm nelle donne, il rischio è triplicato. A dimostrarlo i dati di nuovi studi presentati in occasione del 69° Congresso della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG), tenutosi a Firenze. La perdita di massa muscolare legata all'invecchiamento, spiegano i geriatri, ha infatti ripercussioni negative sulle capacità cognitive, la funzione cardiovascolare e respiratoria e una corretta risposta immunitaria, con un maggior rischio di mortalità, di cui la misura del polpaccio è appunto un nuovo indicatore.

Gli esperti hanno inoltre evidenziato un'associazione negli over 65 tra carenza di tessuto muscolare e insonnia che, riducendo la sintesi proteica, comporta un indebolimento del muscolo. «La perdita di massa muscolare è un processo inevitabile con l'avanzare dell'età. A partire dai 45 anni si verifica una perdita della forza muscolare pari all'8% ogni 10 anni, che può attestarsi al 60% superati i 75 anni - sottolinea Andrea Ungar, presidente Sigg e ordinario di Geriatria all'Università di Firenze -. Un ritmo di depauperamento del patrimonio muscolare che è possibile arginare grazie a un corretto e costante esercizio fisico e a una adeguata alimentazione».

Tatuaggi: un inchiostro non molto simpatico

(da Univadis)    Negli ultimi anni, i tatuaggi sono diventati sempre più popolari, arrivando a interessare fino al 20-25% della popolazione in alcuni Paesi, e addirittura il doppio tra le giovani generazioni. Tuttavia, la crescente popolarità dei tatuaggi solleva domande sulla loro sicurezza e sull'impatto a lungo termine sulla salute. A oggi, solo 3 studi hanno cercato di identificare un potenziale legame tra l'inchiostro dei tatuaggi e un aumento del rischio di cancro, in particolare linfoma, mieloma multiplo e carcinoma basocellulare. Gli studi hanno incontrato difficoltà metodologiche, non da ultimo a causa del gran numero di possibili fattori confondenti. Dalla pelle ai linfonodi  -  Quando si applica un tatuaggio, parte dell'inchiostro migra dalla pelle al flusso sanguigno e si accumula nei linfonodi regionali. Le particelle contenute nell'inchiostro possono quindi essere trasportate dalla circolazione generale ad altri organi.   L'inchiostro nero, in particolare, contiene nerofumo e idrocarburi policiclici aromatici, tra cui il benzo(a)pirene, classificato come cancerogeno dall'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro. Vale quindi la pena di informarsi sugli effetti nocivi dei tatuaggi sulla pelle, sul sistema immunitario e su altri organi.  Inoltre, l'inchiostro utilizzato produce infiammazione nel punto di iniezione, portando a un'infiammazione cronica che potrebbe aumentare il rischio di proliferazione cellulare anomala, in particolare di cancro della pelle e linfoma.  Per migliorare il controllo dei fattori confondenti, un team nordico ha condotto due studi sui gemelli, che condividono un gran numero di fattori genetici e ambientali. Il primo è uno studio di coorte su oltre 2.300 gemelli, mentre il secondo è uno studio caso-controllo su 316 gemelli. Aumento del rischio di cancro -  Nello studio caso-controllo, l'analisi individuale ha mostrato un aumento del rischio di cancro della pelle indipendentemente dalla superficie coperta dal tatuaggio. Rispetto alle persone senza tatuaggi, il rischio di cancro della pelle (di tutti i tipi, tranne il carcinoma basocellulare) aumenta del 62% nelle persone con tatuaggi (HR 1,62 [95% IC: 1,08-2,41]). Il rischio appare ancora più elevato quando il tatuaggio è più grande della dimensione di una mano (HR 2,37 [da 1,11 a 5,06]).  Anche nello studio caso-controllo, il rischio di linfoma sembra dipendere dalle dimensioni del tatuaggio. Non è stato riscontrato nelle analisi che non tenevano conto delle dimensioni del tatuaggio, ma il rischio aumentava con una superficie superiore al palmo di una mano (HR 2,73 [da 1,33 a 5,60]). L'esiguo numero di casi di cancro alla vescica o al tratto urinario non ha permesso di studiare il legame tra tatuaggi e questi tipi di cancro.  Nello studio di coorte, il rischio di cancro della pelle (escluso il carcinoma basocellulare) è aumentato di quasi 4 volte rispetto all'assenza di tatuaggi (HR 3,91 [1,42-10,8]). Il rischio di carcinoma basocellulare è stimato a 2,83 [da 1,30 a 6,16]. In questa analisi non è possibile stimare gli effetti dei tatuaggi sul rischio di linfoma. I responsabili sono solo i pigmenti?  - In questo studio, gli autori sviluppano l'ipotesi che i depositi di inchiostro interagiscano con i tessuti vicini, causando un aumento della proliferazione cellulare e aumentando così il rischio di cancro.  Il meccanismo coinvolge una risposta immunologica, già studiata, per esempio, nel caso del linfoma anaplastico a grandi cellule, un raro tipo di linfoma a cellule T che può comparire dopo le protesi mammarie. Gli autori osservano che questa via non coinvolge necessariamente agenti specifici contenuti nell'inchiostro, anche se la presenza di una sostanza cancerogena aggiunge un elemento di rischio.  Ritengono quindi che gli effetti preventivi delle restrizioni europee (REACH), c he vietano l'uso di alcuni pigmenti e sostanze potenzialmente cancerogene e che sono state concepite per ridurre l'esposizione a un lungo elenco di composti cancerogeni noti o sospetti, possano essere meno efficaci di quanto si pensasse inizialmente. Oltre al meccanismo preciso del potenziale legame tra tatuaggi e cancro, restano da chiarire altre questioni, come la sicurezza delle procedure laser utilizzate per "cancellare" i tatuaggi: la riduzione delle dimensioni delle particelle di inchiostro aumenta ulteriormente il loro potenziale migratorio e ci si chiede dove finiscano queste particelle.  Per gli autori, è ora necessario informare le persone sui rischi associati all'inchiostro dei tatuaggi. (Clemmensen SB, Mengel-From J, Kaprio J, et al. Tattoo ink exposure is associated with lymphoma and skin cancers - a Danish study of twins. BMC Public Health. 2025 Jan 15;25(1):170. doi: 10.1186/s12889-025-21413-3.)    

Dolcificanti e pubertà precoce: un rischio emergente

(da M.D.Digital) Il consumo di alcuni dolcificanti, spesso presenti in cibi e bevande comuni, potrebbe aumentare il rischio di pubertà precoce nei bambini, specialmente in quelli geneticamente predisposti. Questo è quanto emerge da uno studio presentato al meeting annuale Endo 2025 e pubblicato sul Journal of Endocrinological Investigation. I ricercatori hanno scoperto che l'assunzione di aspartame, sucralosio, glicirrizina e zuccheri aggiunti è significativamente associata a un rischio maggiore di pubertà precoce centrale. È stato rilevato che maggiore è il consumo di questi dolcificanti, maggiore è il rischio. Il più vasto studio su dieta, geni e sviluppo Questo studio è "uno dei primi a collegare le moderne abitudini alimentari – in particolare l'assunzione di dolcificanti – con i fattori genetici e lo sviluppo precoce della pubertà in una vasta coorte del mondo reale". Lo ha affermato Yang Ching Chen, di Taipei. La ricerca evidenzia anche differenze di genere nell'influenza dei dolcificanti su ragazzi e ragazze. La pubertà precoce centrale è in aumento e può portare a disagio emotivo, altezza adulta ridotta e un maggiore rischio di disturbi metabolici e riproduttivi futuri. I dati provengono dal Taiwan Pubertal Longitudinal Study (Tpls), che ha coinvolto 1.407 adolescenti dal 2018, diagnosticando la pubertà precoce in 481 di essi. La predisposizione genetica è stata quantificata tramite punteggi di rischio poligenico basati su 19 geni. Ricerche precedenti del Dr. Chen hanno mostrato che alcuni dolcificanti possono influenzare direttamente gli ormoni e i batteri intestinali legati alla pubertà. Ad esempio, l'acesulfame potassio (AceK) è stato dimostrato attivare i percorsi del "gusto dolce" nelle cellule cerebrali, aumentando le molecole legate allo stress e scatenando il rilascio di ormoni legati alla pubertà. La glicirrizina, presente nella liquirizia, è stata collegata a cambiamenti nell'equilibrio dei batteri intestinali e a una riduzione dell'attività dei geni che innescano la pubertà. "Ciò suggerisce che ciò che i bambini mangiano e bevono, specialmente prodotti con dolcificanti, può avere un impatto sorprendente e potente sul loro sviluppo", ha affermato Chen. Differenze di genere e ripercussioni sulla salute Lo studio ha rivelato specifiche differenze di genere: il consumo di sucralosio è stato collegato a un rischio più elevato di pubertà precoce centrale nei ragazzi. Nelle ragazze, il consumo di glicirrizina, sucralosio e zuccheri aggiunti è stato associato a un rischio maggiore. Le conseguenze a lungo termine della pubertà precoce includono, come già menzionato, disagio emotivo, una statura adulta inferiore e un aumento del rischio di disturbi metabolici e riproduttivi in futuro. Verso nuove linee guida dietetiche e prevenzione "I risultati sono direttamente rilevanti per famiglie, pediatri e autorità di sanità pubblica", ha sottolineato Chen. La ricerca suggerisce che uno screening del rischio genetico e una moderazione dell'assunzione di dolcificanti potrebbero contribuire a prevenire la pubertà precoce e le sue conseguenze sulla salute a lungo termine. Questo potrebbe portare all'introduzione di nuove linee guida dietetiche o strumenti di valutazione del rischio specifici per i bambini, promuovendo uno sviluppo più sano. (Tsai YJ, et al. Sweeteners and puberty: investigating genetic and dietary influences on central precocious puberty. J Endocrinol Invest 2025. doi: 10.1007/s40618-025-02677-3.)

Cervello almeno un anno più vecchio dell’età se si dorme male

(da DottNet)  Dormire male potrebbe accelerare l'invecchiamento del cervello: un riposo di cattiva qualità si associa a un organo che appare più vecchio di un anno rispetto all'età della persona. È quanto riferito all'ANSA da Abigail Dove, autrice di un ampio studio di imaging cerebrale condotto presso il Karolinska Institutet e pubblicato sulla rivista eBioMedicine. Un aumento dell'infiammazione nell'organismo potrebbe in parte spiegare questa associazione tra sonno e invecchiamento cerebrale.  La scarsa qualità del sonno è stata associata alla demenza, ma non è chiaro se abitudini di sonno scorrette contribuiscano allo sviluppo della demenza o se siano piuttosto sintomi precoci della malattia.  Qui gli esperti hanno studiato il legame tra le caratteristiche del sonno e l'età apparente del cervello in relazione alla sua età cronologica, coinvolgendo 27. 500 persone di mezza età e anziane della Uk Biobank, sottoposte a risonanza magnetica cerebrale. Utilizzando l'intelligenza artificiale, i ricercatori hanno stimato l'età biologica del cervello sulla base di oltre mille immagini di risonanza magnetica cerebrale.  La qualità del sonno dei partecipanti è stata valutata in base a cinque fattori auto-riportati: cronotipo (essere una persona mattiniera/serale), durata del sonno, insonnia, russamento e sonnolenza diurna. I partecipanti sono stati poi divisi in tre gruppi: sonno sano (≥4 punti), intermedio (2-3 punti) o scarso (≤1 punto).  "Il divario tra l'età cerebrale e l'età cronologica si amplia di circa sei mesi per ogni punto in meno del punteggio del sonno sano - spiega Dove - Le persone con scarso sonno avevano un cervello che appariva in media un anno più vecchio della loro età effettiva".  

Stop allo spreco, il decalogo Iss per salvare il cibo. ‘Pianificare la spesa, valorizzare avanzi e tanta creatività’

(da Ansa.it)  Per contrastare lo spreco alimentare servono equilibrio negli acquisti, creatività e attenzione. Lo sottolineano gli esperti del Reparto Alimentazione, Nutrizione e Salute dell''Istituto Superiore di Sanità (Iss), diretto da Laura Rossi. In occasione della Giornata Internazionale della Consapevolezza sulle Perdite e gli Sprechi Alimentari, istituita dalle Nazioni Unite il 29 settembre, gli specialisti propongono un decalogo per ridurre l''impatto ambientale degli scarti di cibo.   Tra i consigli principali: pianificare la spesa in base a ciò che già si ha in casa, organizzare i pasti settimanali e valorizzare gli avanzi. È importante fare acquisti consapevoli, nelle quantità giuste, e consumare tempestivamente frutta fresca, verdure, pane, insalate, cipolle, aglio e tuberi, tra i prodotti più soggetti a spreco. Gli esperti raccomandano anche di prestare attenzione alle offerte e alle confezioni "giganti" o promozioni tipo "3x2", se non si è certi di poter consumare tutto in tempo. Invogliano a scegliere prodotti "brutti ma buoni", leggere attentamente le etichette per conservarli più a lungo e interpretare correttamente le scadenze: "da consumarsi entro" indica che il prodotto va consumato entro quella data (es. latte fresco), mentre "da consumarsi preferibilmente entro" significa che può essere consumato anche dopo, se conservato correttamente, senza rischi per la salute (es. biscotti o pasta). Infine, per ridurre i surplus: condividere gli avanzi con gli ospiti, chiedere la doggy bag al ristorante e, se il cibo in eccesso è ancora buono, informarsi sui programmi locali di recupero e donazione alimentare, aiutando così chi è in difficoltà.

Prevenzione vaccinale: dalle associazioni appello per aggiornare il Calendario Nazionale

(da Sanitainformazione.it)     Grande preoccupazione per la proposta, avanzata pochi giorni fa dal ministero della Salute, di mantenere l’attuale Piano di prevenzione vaccinale fino a dicembre 2026, prevedendo una proroga isorisorse. È quanto affermano oggi Cittadinanzattiva, insieme all’Associazione Pazienti BPCO e all’Associazione Respiriamo Insieme, in una lettera inviata al ministro della Salute Orazio Schillaci, nella quale chiedono, al contrario, di “intervenire presto e in modo risolutivo” per aggiornare il Calendario Nazionale di Immunizzazione e garantire a tutti – neonati, donne in gravidanza, adulti fragili e anziani – l’accesso agli strumenti di prevenzione contro il Virus respiratorio sinciziale.  L’impegno delle associazioni per la tutela dei pazienti fragili -  Cittadinanzattiva, insieme all’Associazione Pazienti BPCO – impegnata per la tutela dei pazienti fragili adulti e anziani affetti da Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva – e all’Associazione Respiriamo Insieme – che opera prevalentemente nel campo delle malattie respiratorie pediatriche – sono da anni attente al tema della prevenzione vaccinale e recentemente, in particolare, al tema della prevenzione dal VRS. Tra le ultime iniziative, la promozione congiunta dell’Osservatorio VRS, a cui partecipano Regioni, società scientifiche, medici, pediatri e associazioni di pazienti. Di recente pubblicazione il secondo instant book a cura dell’Osservatorio VRS. Le richieste delle associazioni al ministero della Salute -  Nella lettera al ministro, le organizzazioni chiedono dunque: - la rinuncia alla proroga del PNPV; - l’aggiornamento urgente del Calendario Nazionale di Immunizzazione, con l’inclusione di tutte le categorie attualmente coperte da strumenti di prevenzione VRS efficaci: neonati, donne in gravidanza, adulti fragili e anziani; - l’emanazione di una circolare ministeriale contenente indicazioni operative chiare, che consenta a tutte le Regioni di attivarsi con criteri condivisi; - la definizione di un quadro economico certo, con risorse dedicate e modalità trasparenti di riparto e rendicontazione; -  l’attivazione di una campagna di informazione nazionale, per garantire alla popolazione una corretta conoscenza delle nuove opportunità preventive sul virus sinciziale. I casi e i decessi per virus respiratorio sinciziale -  Ogni anno, in Italia, si registrano circa 25.000 ricoveri per virus respiratorio sinciziale (VRS) tra i bambini sotto i 5 anni, con un’incidenza di circa 800 neonati ricoverati ogni 100.000. La scorsa stagione ha dimostrato l’efficacia di un anticorpo monoclonale in grado di prevenire oltre l’80% di questi ricoveri. La protezione dei neonati può essere garantita inoltre tramite la vaccinazione materna in gravidanza. Nella popolazione over 60, si contano ogni anno circa 26.000 ricoveri, 1.800 decessi legati al VRS in Italia e oltre 158.000 nell’Unione Europea.  

Hpv, vent’anni dopo il vaccino si vede l’immunità di gregge

(da Sanitàinformazione.it)   A quasi vent’anni dall’introduzione del vaccino contro il Papillomavirus, arrivano i primi segnali di quello che gli epidemiologi definiscono “immunità di gregge”. Significa che, una volta raggiunto un livello sufficiente di copertura vaccinale, la circolazione del virus si riduce così tanto da offrire una protezione indiretta anche a chi non si è vaccinato. È il dato incoraggiante che emerge da uno studio coordinato dal Cincinnati Children’s Hospital Medical Center e pubblicato sulla rivista 'Jama Pediatrics' Il Papillomavirus umano (Hpv) resta l’infezione sessualmente trasmessa più diffusa al mondo. Alcuni ceppi ad alto rischio sono responsabili di tumori orofaringei e anogenitali, tra cui il carcinoma della cervice uterina. Ogni anno, secondo le stime, circa 630mila nuovi casi di tumore sono legati a questo virus. Infezioni quasi azzerate nelle vaccinate, forte calo anche nelle non vaccinate - La ricerca ha seguito circa 2.300 ragazze e giovani donne considerate a rischio di infezione tra il 2006 e il 2023. I risultati parlano chiaro: nelle donne vaccinate le infezioni da Hpv si sono quasi azzerate. Ma la sorpresa è arrivata dal gruppo non vaccinato, dove si è osservata comunque una riduzione significativa dei casi, in alcuni casi superiore al 75%. Un dato che non può essere spiegato da cambiamenti nello stile di vita: le abitudini sessuali delle partecipanti, infatti, sono rimaste stabili nell’arco dei 17 anni osservati. “Due messaggi chiave: il vaccino funziona e protegge anche chi non lo fa” - “Ci sono due messaggi incoraggianti che arrivano dal nostro studio – spiega la coordinatrice della ricerca Jessica Kahn -. Il primo è che i vaccini contro l’Hpv funzionano molto bene anche nel mondo reale. Il secondo è che abbiamo trovato chiare prove di immunità di gregge: quando viene vaccinato un numero sufficiente di persone, anche chi non lo è riceve una protezione indiretta”. Prevenzione e prospettive - Il traguardo, sottolinea Kahn, è ambizioso ma concreto: ridurre drasticamente le infezioni da Hpv fino a rendere possibile, in prospettiva, l’eliminazione del cancro della cervice uterina a livello globale. Un obiettivo che richiede non solo programmi di vaccinazione estesi e continuativi, ma anche campagne di sensibilizzazione per superare resistenze culturali e disinformazione. “Questi risultati – conclude la studiosa – rafforzano il potenziale dei vaccini Hpv non solo per prevenire l’infezione, ma per ridurre il peso dei tumori Hpv-correlati a livello mondiale”.

Obesità riconosciuta come malattia. Il Senato approva in via definitiva il ddl per la prevenzione, la cura e l’inclusione sociale

(da Quotidiano Sanità)   Con l'approvazione definitiva da parte dell’Aula del Senato questa mattina, il disegno di legge sull’obesità diventa ufficialmente legge. Per la prima volta in Italia, l’obesità viene formalmente riconosciuta come una malattia cronica, progressiva e recidivante, al pari di altre patologie di interesse sociale, e diventa oggetto di un articolato programma nazionale di prevenzione, cura, educazione e inclusione.  Il testo, approvato in via definitiva senza modifiche rispetto a quanto già licenziato dalla Camera lo scorso 7 maggio, introduce una cornice normativa ampia e strutturata, con misure che toccano la sanità, la scuola, il lavoro, l’informazione pubblica e la formazione professionale. Uno dei cardini della nuova legge è il riconoscimento esplicito del diritto delle persone con obesità ad accedere alle prestazioni sanitarie comprese nei Livelli essenziali di assistenza (Lea). Un passaggio fondamentale che conferma la presa in carico da parte del Servizio sanitario nazionale, in forma gratuita o con compartecipazione alla spesa, rendendo finalmente strutturale l’accesso a diagnosi, terapie e monitoraggio.   La norma prevede inoltre l’istituzione di un programma nazionale per la prevenzione e la cura dell’obesità, dotato di uno stanziamento iniziale di 700.000 euro nel 2025, che salirà a 800.000 nel 2026, fino ad arrivare a 1,2 milioni di euro annui a partire dal 2027. Le risorse saranno ripartite tra le Regioni tramite un decreto del Ministero della Salute, d’intesa con il MEF e la Conferenza Stato-Regioni, e saranno destinate a una serie di azioni che vanno dalla promozione dell’attività fisica e di una corretta alimentazione fin dall’infanzia, alla sensibilizzazione dei genitori, al sostegno all’allattamento al seno, all’informazione pubblica tramite farmacie, medici e reti di prossimità. Non mancano misure di inclusione sociale: la legge incoraggia l’inserimento delle persone con obesità nei contesti scolastici, lavorativi e sportivo-ricreativi, contrastando pregiudizi e discriminazioni. La legge stanzia anche 400.000 euro annui, a partire dal 2025, per attività di formazione e aggiornamento dedicate a studenti universitari, medici di medicina generale, pediatri e personale del SSN. L’obiettivo è garantire competenze aggiornate nella prevenzione, nella diagnosi e nella gestione clinica dell’obesità.  Un altro elemento innovativo è l’istituzione dell’Osservatorio per lo Studio dell’Obesità (OSO) presso il Ministero della Salute, che avrà il compito di monitorare l’attuazione de lla legge, contribuire all’elaborazione del programma nazionale e fornire ogni anno una relazione al Parlamento con dati aggiornati ed evidenze scientifiche.  Infine, per contrastare la diffusione della malattia è previsto anche uno stanziamento permanente di 100.000 euro annui destinato a campagne di informazione, educazione alimentare e promozione dell’attività fisica, attuate in collaborazione con scuole, farmacie, medici di base e enti locali.

Un bambino su dieci soffre di obesità infantile

(da DottNet)  In Italia già a 9 anni un bambino su tre ha un eccesso di peso e 1 su 10 presenta obesità. Nel mondo Organizzazione Mondiale della Sanità e Unicef segnalano che il numero di bambini e adolescenti con obesità ha superato il numero dei coetanei con malnutrizione. Le cause non sono legate a pigrizia e golosità: l'obesità è una vera e propria malattia che con la giusta diagnosi può essere curata.  Delle prospettive di cura e prevenzione si è parlato a Verona in un convegno coordinato da Claudio Maffeis, direttore della Uoc Pediatria B sede del Centro Regionale di Diabetologia pediatrica. Due le malattie metaboliche che oggi hanno maggiore impatto sulla popolazione pediatrica: obesità e diabete tipo 1. La causa dell'obesità è un'alterazione dei meccanismi che regolano fame e sazietà, per cui l'ampia disponibilità di cibo e la sedentarietà fungono poi da fattori scatenanti. Prevenirla è possibile iniziando sin dalla gravidanza e, nei casi di obesità grave, sono oggi disponibili test genetici specifici.. Ma, come riportato da una ricerca pubblicata sulla rivista The Lancet, gli interventi preventivi precoci indirizzati ai soli genitori sono utili ma non sufficienti a prevenire l'obesità nei figli. L'obesità si cura grazie a nuovi farmaci utilizzabili già dai 12 anni di età. La terapia è efficace per il calo di peso e migliora anche tutti i fattori di rischio associati. Il diabete di tipo 1 è tipico dell'età pediatrica, da 0 a 18 anni, e ha un'incidenza di un caso ogni 800 giovani. Questa forma di diabete necessita della somministrazione di insulina più volte al giorno e del controllo costante della glicemia. Ci sono però delle novità; i test diagnostici permettono di identificare il diabete tipo 1 nei bambini prima che compaiano i sintomi, tramite un semplice esame del sangue. Se il test è positivo, ci sono terapie innovative con anticorpi monoclonali che rallentano la progressione della patologia. Questi farmaci non sostituiscono l'insulina, ma migliorano l'andamento della malattia anche a lungo termine. Oggi il controllo della glicemia è notevolmente facilitato e meno invasivo grazie a dispositivi indossabili che consentono un'iniezione continua di insulina, regolata da un algoritmo che usa i valori della glicemia registrati da un sensore. Maffeis osserva che "l'obesità è una vera e propria malattia neuroendocrina a predisposizione genetica, non un problema di stile di vita", mentre il diabete pediatrico di tipo 1" non va confuso con il diabete dell'adulto. Può venire a chiunque, soprattutto prima dei 20 anni e non ha nessuna relazione con il consumo di dolci perché è è una malattia autoimmune
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