Vitamina D, nuovi criteri per la prescrizione

Vitamina D, nuovi criteri per la prescrizione

(da Adnkronos Salute)  L'Agenzia italiana del farmaco Aifa ha aggiornato la Nota 96 sui criteri di appropriatezza prescrittiva della supplementazione con vitamina D e suoi analoghi (colecalciferolo, calcifediolo), per la prevenzione e il trattamento degli stati di carenza nell'adulto. La determina (n. 48/2023) è stata pubblicata in Gazzetta ufficiale.

"L'aggiornamento della Nota, istituita nel 2019 - spiega l'Aifa - si è reso necessario a seguito della pubblicazione di nuove evidenze scientifiche che hanno ulteriormente chiarito il ruolo della vitamina D in assenza di concomitanti condizioni di rischio". In particolare, sono stati presi in considerazione "i risultati di due ampi studi clinici randomizzati", lo studio americano Vital (Nejm 2022) e lo studio europeo Do-Health (Jama 2020).

"Entrambi - ricorda l'agenzia - hanno concluso che la supplementazione con dosi di vitamina D più che adeguate (2000 UI die di colecalciferolo) e per diversi anni (oltre 5 anni nel primo studio e 3 anni nel secondo) non è in grado di modificare il rischio di frattura nella popolazione sana, senza fattori di rischio per osteoporosi. Questi risultati si sono confermati anche tra i soggetti con livelli più bassi di vitamina 25(OH)D. A questi studi principali si aggiunge - precisa l'Aifa - la ricca letteratura riguardante l'utilizzo nel Covid-19, che non ha dimostrato alcun beneficio della vitamina D anche in questa condizione".

"Con l'occasione sono state inserite nel testo della Nota alcune precisazioni migliorative, su proposta di clinici o società scientifiche", riferisce l'Aifa.

Queste, dettaglia l'Agenzia italiana del farmaco, le modifiche alla Nota 96: "Introduzione della nuova categoria di rischio 'persone con gravi deficit motori o allettate che vivono al proprio domicilio'; riduzione da 20 a 12 ng/mL (o da 50 a 30 nmol/L) del livello massimo di vitamina 25(OH)D sierica, in presenza o meno di sintomatologia specifica e in assenza di altre condizioni di rischio associate, necessario ai fini della rimborsabilità; specificazione di livelli differenziati di vitamina 25(OH)D sierica in presenza di determinate condizioni di rischio (ad es. malattia da malassorbimento, iperparatiroidismo) già presenti nella prima versione della Nota; aggiornamento del paragrafo relativo alle evidenze più recenti sopracitate e inserimento di un breve paragrafo dedicato a vitamina D e Covid-19; introduzione di un paragrafo sui potenziali rischi associati all'uso improprio dei preparati a base di vitamina D".

Gli Italiani sono pronti a mangiare insetti?

da Univadis)  Un regolamento proposto dalla Commissione Europea e approvato dagli stati membri autorizza l’immissione in commercio delle larve della farina a partire dal 26 gennaio 2023. Le larve della farina vanno così ad aggiungersi ai grilli, alle locuste e alle larve gialle della farina, già autorizzate per il consumo in Europa. Resta però da capire se e in che misura la popolazione deciderà di introdurre gli insetti nella propria dieta. A giudicare dai risultati di uno studio che ha confrontato l’apertura a questo prodotto in tre continenti (Europa, Asia e Americhe) non sembra probabile che in Italia ci sia la corsa all’accaparramento.  Gli autori dello studio, appena pubblicato sulla rivista 'PLoS One', hanno condotto un sondaggio online coinvolgendo un campione di circa 3.000 persone che vivevano in Belgio, Italia, Cina, Messico e Stati Uniti. L’entomofagia, ossia il consumo di insetti, è diversamente radicata nelle varie aree del globo: è comune in Africa e nel Sud-Est Asiatico, ma praticamente sconosciuta nei Paesi occidentali. In Messico è molto praticata nelle comunità rurali indigene, mentre nelle aree urbanizzate gli insetti edibili sono considerati “curiosità esotiche”. Se nel resto del mondo l’entomofagia sta aumentando, in Cina, dove l’entomofagia è praticata da millenni e si consumano persino snack fatti con gli insetti e una sorta di tè a base di insetti fermentati, per via dei cambiamenti degli stili di vita dovuti alla globalizzazione questa pratica sta diminuendo. Lo scopo del sondaggio era capire l’atteggiamento dei partecipanti: consideravano la possibilità di introdurre nella propria dieta abituale (non solo assaggiarle per togliersi la curiosità) le larve della farina o prodotti che le contenevano?

Dalle risposte è emerso che gli uomini sono maggiormente propensi al consumo rispetto alle donne. Non sorprende il fatto che il livello di accettazione era più alto nei Paesi con una tradizione di entomofagia (Messico e Cina) che negli altri. Laddove non c’era tradizione, le persone giovani (con meno di 42 anni) avevano una maggiore apertura nei confronti di alimenti contenenti farina di larve. In generale, infatti, il consumo di prodotti in cui gli insetti erano “mascherati”, mischiati agli altri ingredienti, era maggiormente accettato rispetto al consumo delle larve nella loro forma originale.

L'importanza dell'informazione      A circa metà dei partecipanti è stato fornito un testo che conteneva una breve descrizione dei benefici offerti dall’uso di insetti come fonte alimentare e degli aspetti nutrizionali e di sicurezza, informazioni estratte da un report della FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura) del 2021. Nei Paesi con scarsa accettazione dell’idea di introdurre le larve della farina nella dieta, chi aveva ricevuto informazioni in proposito era significativamente più favorevole al consumo di alimenti contenenti larve processate (ma non di larve tal quali) rispetto a chi non aveva ricevuto materiale informativo.

Tra quelli considerati, l’Italia era il Paese maggiormente ostile all’introduzione delle larve della farina, tal quali o processate, nella propria alimentazione. Il 75% degli italiani e l’85% delle italiane ha risposto che non avrebbe accettato di introdurre le larve della farina tal quali nella propria alimentazione, il 12% degli italiani e l’8% delle italiane che forse lo avrebbe accettato e il resto del campione che avrebbe potuto accettarlo. Le percentuali aumentavano – erano rispettivamente 57% (M) e 65% (F), 20% (M) e 18% (F) e 23% (M) e 17% (F) – se si proponevano alimenti processati (barrette, pasta, hamburger…) contenenti farina di larve.

Le proprietà nutrizionali      Gli insetti edibili sono guardati con crescente interesse perché il vertiginoso aumento della popolazione mondiale pone un serio problema di risorse alimentari. La produzione di insetti è maggiormente sostenibile, in termini di consumo del suolo e dell’acqua, rispetto all’allevamento tradizionale. La composizione nutrizionale varia da insetto a insetto, ma in generale questi animali sono ricchi in proteine, fibre e acidi grassi salubri. Contengono buoni livelli di micronutrienti (es. ferro, zinco, selenio), anche se non ci sono molte informazioni sulla biodisponibilità di questi micronutrienti. Gli insetti edibili contengono anche vitamine del gruppo B. Sarà importante utilizzare prodotti la cui origine è tracciabile e offre garanzie di sicurezza, in quanto i livelli di contaminanti dipendono dalla concentrazione di queste sostanze nel cibo degli insetti. Il consumo degli insetti e dei prodotti a base di insetti potrebbe comunque non essere indicato per tutti. Ad esempio, secondo il parere scientifico dell'EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare), gli integratori alimentari contenenti larve di Alphitobius diaperinus (questo il nome scientifico delle larve della farina) possono indurre sensibilizzazione e reazioni allergiche in soggetti con allergia ai crostacei e agli acari della polvere. Gli alimenti a base di insetti potrebbero inoltre contenere altri allergeni che derivano dalla dieta di questi animali. L’allergenicità del prodotto dovrà perciò essere riportata in etichetta.

(Tzompa-Sosa DA, Moruzzo R, et al. Consumers’ acceptance toward whole and processed mealworms: A cross-country study in Belgium, China, Italy, Mexico, and the US. PLoS One. 2023 Jan 11;18(1):e0279530. doi:10.1371/journal.pone.0279530 )

Studio scientifico italo-peruviano: dolore muscoloscheletrico nei dentisti

(da DottNet)   Pubblicata una ricerca che, per la prima volta, analizza la prevalenza del dolore muscoloscheletrico nei dentisti in Italia e in Perù.  La ricerca internazionale, condotta presso l’Università Gabriele D’Annunzio di Chieti, è stata coordinata dal Prof. Felice Festa, studioso di fama internazionale da sempre impegnato nella cura e nella prevenzione delle patologie del complesso cranio-facciale e delle patologie posturali correlate.  "Esiste una stretta correlazione tra postura assunta durante lo svolgimento dell’attività odontoiatrica, abitudini di vita e insorgenza di dolore muscolo-scheletrico", spiega la Prof.ssa Monica Macrì autrice del paper pubblicato sulla autorevole rivista internazionale Frontiers in Public Health.  "Idati che abbiamo raccolto per condurre questo cross-sectional study sono nel contempo interessanti e preoccupanti: l’87.2% dei dentisti italiani e il 91.4% di quelli peruviani convivono durante la loro attività lavorativa con dolore muscolo-scheletrico." afferma la Dott.ssa Natali Vilma Galindo Flores, odontoiatra, che nell’Ateneo Teatino ha svolto la sua tesi di laurea per convalidare i titoli di studio conseguiti in Perù. "Un lavoro interdisciplinare che dimostra scientificamente un forte nesso causale tra alterazione posturale e dolore muscolo-scheletrico" aggiunge il Dott. Francesco Pegreffi, chirurgo ortopedico e docente presso il Dipartimento di Scienze per la Qualità della Vita dell’Università di Bologna.  "Importante, analizzare i dati utilizzando una rigorosa metodologia statistica" specifica il bolognese Dott. Riccardo Stefanelli, data analyst ed esperto di big data. "Questo studio" conclude il Prof. Festa "costituisce una solida base scientifica dalla quale partire per progettare azioni mirate e campagne di prevenzione in Italia e in Perù".

Successo per l’investimento Enpam in Banca MPS

(da enpam.it)   L’investimento dei medici e degli odontoiatri in Mps ha fruttato il 20 per cento, in tre mesi. Il Portafoglio strategico Italia, di proprietà dell’Enpam, ha raggiunto l’obiettivo prefissato e ha venduto le azioni della banca senese acquistate a fine ottobre per 15 milioni di euro, incassando 18 milioni.   “Siamo felici di aver sostenuto l’aumento di capitale di Monte dei Paschi contribuendo al rilancio dell’istituto – commenta il presidente dell’Enpam Alberto Oliveti ­–, a riprova che l’investimento era fondato dal punto di vista finanziario. I primi a beneficiare di quest’operazione saranno i figli neonati dei medici e dei dentisti, visto che gli aiuti che l’Ente eroga per la genitorialità sono finanziati proprio con i proventi degli investimenti patrimoniali”, aggiunge Oliveti.

Diffamazione verso i medici diabetologi, Amd e Sid parte civile nel processo contro Panzironi

Diffamazione verso i medici diabetologi, Amd e Sid parte civile nel processo contro Panzironi

(da Doctor33)  È iniziata davanti al tribunale Penale di Roma la fase dibattimentale del processo contro Adriano Panzironi, divulgatore di diete e stili di vita non riconosciuti dalla comunità scientifica. Panzironi è chiamato a rispondere penalmente dalla Società italiana di diabetologia (Sid) e dall'Associazione medici diabetologi (Amd) - annunciano le due società scientifiche in una nota - per il reato di "diffamazione nei confronti della categoria dei medici diabetologi, ingiustificatamente attaccata nel corso di sue esternazioni pubbliche e dannose". Amd e Sid sono assistite dagli avvocati Raffaele Bava e Marcello Macaluso.
Panzironi è stato in passato rinviato a giudizio per abuso della professione medica. L'inventore del metodo Life 120 è stato anche sanzionato due volte dall'Antitrust. La prima volta nel 2018, quando le sue società hanno ricevuto multe per 476 mila euro complessivi per la comunicazione ingannevole e la pubblicità occulta degli integratori della linea Life 120. La seconda, da 250 mila euro, è arrivata nel settembre 2019 sempre per pubblicità ingannevole.

Il trattamento parodontale risulta inefficace nei forti fumatori con parodontite grave

(da Dental Tribune)  Il fumo può influenzare notevolmente il trattamento della parodontite: questi sono i risultati di un recente studio che ha esaminato l’influenza dei diversi livelli di esposizione al fumo sui risultati clinici della terapia parodontale non chirurgica. Oltre ad evidenziare gli effetti negativi del consumo di tabacco sulla salute orale, lo studio ha sottolineato la necessità di ripensare le attuali pratiche di trattamento parodontale.

Lo studio è stato condotto presso l’Università di Aarhus e ha coinvolto 80 fumatori affetti da parodontite, ai quali è stato offerto un programma individuale di cessazione volontaria al fumo e  un trattamento parodontale. In base alla loro dipendenza dal fumo, i partecipanti sono stati classificati come fumatori leggeri o che erano in procinto di smettere di fumare (cioè coloro che hanno smesso durante lo studio), fumatori moderati e forti fumatori. I ricercatori hanno poi osservato la loro guarigione parodontale per 12 mesi in relazione ai parametri clinici parodontali quali il livello di attacco clinico, la profondità della tasca parodontale e il sanguinamento al sondaggio, e hanno fornito assistenza parodontale di supporto ogni tre mesi.

I ricercatori hanno notato che i forti fumatori presentavano a inizio studio con un livello medio di attaccamento clinico più elevato di 1,1 mm e dieci siti in più con parodontite grave rispetto ai fumatori leggeri o ai fumatori che erano in procinto di smettere. Essi hanno dichiarato che i fumatori leggeri e i fumatori moderati hanno ottenuto una riduzione media di 0,6 mm della profondità delle tasche parodontali e un guadagno medio di 0,7 mm nei livelli di attacco clinico, mentre i forti fumatori hanno sperimentato una perdita di attacco di 0,5 mm.

I risultati mostrano che i forti fumatori con forme più gravi d’infiammazione non hanno beneficiato del trattamento e che i parametri parodontali di questo gruppo, a cui era stata diagnosticata una parodontite moderata, sono migliorati solo del 50% rispetto a quelli che fumavano meno.

«Con nostra sorpresa, abbiamo notato che la malattia era effettivamente peggiorata in alcuni parametri nel gruppo più colpito, nonostante che questo particolare gruppo abbia beneficiato di un trattamento più esteso e personalizzato», ha detto in un comunicato stampa la coautrice Julie Pajaniaye, igienista dentale e ricercatrice presso il Dipartimento di Odontoiatria e Salute Orale dell’Università.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le malattie parodontali gravi colpiscono circa il 19% della popolazione adulta globale, rappresentando oltre un miliardo di casi. Secondo l’autorità sanitaria danese, nel 2020 circa il 18% dei danesi fumava tabacco quotidianamente o occasionalmente.

I dentisti e gli igienisti dentali possono o meno indirizzare i pazienti a programmi di cessazione dal fumo nell’ambito del trattamento della parodontite. Alla luce dei risultati dello studio, Pajaniaye ritiene che l’adozione di misure volte a smettere di fumare siano essenziali per migliorare la risposta dei pazienti al trattamento parodontale e pertanto tale consulenza deve essere parte integrante della terapia.

«Si tratta di una conoscenza completamente nuova per le cliniche dentali del paese, e dovrebbe essere presa in considerazione quando si pianificano le cure per i singoli pazienti», ha commentato. «Come fumatrice affetta da parodontite, è molto importante capire che impegnarsi a smettere di fumare è un passo fondamentale per curare efficacemente la malattia», ha concluso.

(Effect of smoking exposure on nonsurgical periodontal therapy: 1-year follow-up”, Journal of Dental Research)

La figura istituzionale del medico è stata distrutta

(da M.D. Digital)  “È come sparare alla croce rossa”, si diceva. Eppure è quello che sta accadendo nei nostri ospedali, visto il triste bilancio degli atti di violenza che nel 2022 è arrivato a un totale di 85 casi rispetto ai 60 dell’anno precedente. “Quello che sta succedendo è il risultato del rifiuto della morte e della sofferenza - precisa Enrico Zanalda, Presidente della Società Italiana di Psichiatria Forense, commentando i dati dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza delle professioni sanitarie e sociosanitarie - sommato allo scadimento della figura del Medico che viene messo in discussione perché ritenuto non all’altezza dei risultati attesi dal paziente che è sempre più condizionato dal dr. Google”.  La perdita del ruolo sociale. Sin dagli anni ’90 si è assistito a un’aggressione sistematica della figura del medico che era misurabile dall’incremento delle cause contro operatori sanitari ed Ospedali.

“Per impedire che questo fenomeno potesse bloccare l’assistenza, la legge è intervenuta già due volte: prima con la legge Balduzzi e poi con quella Gelli/Bianco. Dall’aggressione mediata dagli avvocati, siamo passati a quella diretta. E’ stata distrutta la figura istituzionale del Medico – prosegue Zanalda - che non è rispettato nonostante sia incaricato di pubblico servizio. Questa è una carica insufficiente a difenderlo dalle aggressioni. Si ripete quanto successo negli anni 70 con la categoria degli insegnanti a cui viene data la colpa dell’insuccesso scolastico dei figli. Anche per i Medici è venuto meno quel ruolo sociale che incuteva rispetto: se il malato non guarisce la colpa è del medico o dell’organizzazione sanitaria che non è stata efficiente”.

La legge inapplicata. L’Osservatorio nazionale sulla sicurezza delle professioni sanitarie e sociosanitarie alla presenza del Ministro della Salute Orazio Schillaci ha sottolineato l’importanza della applicazione della legge 113 del 2020 sulla sicurezza degli operatori. A breve partirà anche il tavolo dedicato ai pronto soccorso, dove si verificano con più frequenza i casi di aggressione, per dare risposte concrete in termini di riorganizzazione con particolare attenzione al problema del sovraffollamento.

“La legge 113 del 2020 contiene delle buone proposte per tutelare i professionisti della sanità, anche se tuttavia non è sufficiente perché serve investire sulla professionalità e sulla tecnologia per rendere attrattivo il servizio sanitario. Oggi assistiamo a una fuga dallo stesso – commenta Zanalda - perchè lavorarci ha perduto dignità. Inoltre le leggi, oltre che promulgate, vanno poi applicate. Nella Legge 113/2020 è previsto che vi siano dei protocolli tra le ASL e le Forze dell’Ordine ma non mi risulta siano stati applicati. Attualmente la gran parte delle aggressioni (verbali e non solo), non vengono denunciate perché è il sanitario che deve effettuare l’esposto. Questo oltre che un’ulteriore perdita di tempo, rende il medico visibile all’autore del reato che potrebbe in futuro effettuare delle ritorsioni. Numerosi sono gli operatori sanitari che hanno il timore ad esporsi presentando la denuncia”.

Gli effetti dello sconvolgimento emotivo dovuto alla malattia. I luoghi più colpiti sono i centri di medicina d'urgenza e psichiatria. Nella classifica delle segnalazioni giunte, dopo Puglia e Sicilia a quota 20, seguono Toscana (8), Campania e Piemonte (7), Lombardia (6), Calabria (5).

“La malattia, specie se acuta, determina uno sconvolgimento emotivo oltre che nel malato anche nelle persone vicine a lui. Quando i pazienti giungono in Pronto Soccorso accompagnati dai parenti, il livello emotivo è molto elevato. Aumenta ancora di più quando si tratta della salute dei figli o della donna in gravidanza. Basta una piccola incomprensione o un ritardo in una risposta organizzativa per determinare l’aggressione. Nei reparti di psichiatria invece – continua Zanalda - la questione è legata soprattutto alla mancanza di consapevolezza della malattia che, se presente, determina una mancata collaborazione alle cure e talvolta il rifiuto delle stesse. Questi aspetti poi vengono talvolta enfatizzati dalla scarsa diffusione culturale delle problematiche collegate alla salute mentale”

Investire sul nostro personale. L’Osservatorio ha sottoposto all’attenzione del ministro le principali problematiche su cui sono impegnati i gruppi di lavoro (raccolta dei dati per un monitoraggio puntuale, collaborazione con le regioni, campagne di sensibilizzazione rivolte ai cittadini per una maggiore consapevolezza del rapporto di fiducia con i medici e gli operatori sanitari, formazione per il personale sanitario).

“Ritengo che siano iniziative lodevoli se accompagnate a un corretto investimento di risorse per il Servizio Sanitario Pubblico. Viceversa saranno dei palliativi che non giungono all’essenza del problema. Bisogna permettere ai professionisti della salute di operare in condizioni ottimali sia come ambiente che come condizioni di lavoro. La salute è il bene principale di tutte le persone e bisogna che investiamo sull’organizzazione in modo che torni a essere attrattiva. Le ultime notizie di cronaca - conclude Zanalda - riportano il reclutamento di medici cubani presso alcuni ospedali del nostro territorio: non è così che si risolve il problema dei gettonisti in Pronto Soccorso. Premiamo economicamente il personale che lavora in condizioni svantaggiate come orari e luoghi, determinando così il desiderio di lavorarci da parte di chi si laurea e si specializza”.

Obbligo Ecm. Ci sarà un anno in più per mettersi in regola col passato ma nuovo triennio formativo parte in ogni caso da gennaio 2023

(da Quotidiano Sanità)  Arriva una novità per quanto riguarda l’obbligo formativo dei professionisti sanitari nel Milleproroghe. Le Commissioni riunite Affari costituzionali e Bilancio del Senato hanno approvato l’emendamento a prima firma del presidente della commissione Affari sociali e Sanità, Francesco Zaffini, che consente di mettersi in regola con l’obbligo formativo del triennio 2020-2022 fino al 31 dicembre 2023.   

Quello che era stato definito un “quadriennio” dalla prima bozza, si conferma invece un triennio (2020-2022) con un anno in più di proroga (2023). Fino al 31 dicembre 2023, sarà ancora possibile recuperare i crediti ECM non conseguiti entro la scadenza prevista dello scorso anno.

La misura, inoltre, prevede per tutti i professionisti sanitari l’inizio regolare del nuovo triennio (2023-2025), con decorrenza ordinaria dal 1° gennaio 2023. In contemporanea con la proroga del precedente. L’emendamento chiarisce il dubbio dei tanti professionisti in regola con i crediti del triennio 20-22, che si domandavano se la proroga impedisse l’inizio del nuovo triennio. Ora si legge nero su bianco che tutto si svolgerà regolarmente.

In aggiunta, l’emendamento prevede una “proroga” anche per il recupero dei crediti formativi dei trienni precedenti (2014-16 e 2017-19). La certificazione dell’assolvimento dell’obbligo ECM per questi periodi potrà essere conseguita attraverso crediti compensativi definiti secondo provvedimento della Commissione nazionale della formazione continua. Questo recupero sarà permesso a tutti i professionisti che non abbiano raggiunto i crediti formativi necessari per quei due trienni entro i termini previsti, e già trascorsi.

Fnomceo, ‘politica riveda autonomia differenziata, prima colmare disuguaglianze’

(da Adnkronos Salute)  Rivedere il disegno di legge sull'autonomia differenziata che, presentato dal ministro per gli Affari Regionali Roberto Calderoli, arriverà oggi alle 16 sul tavolo del Consiglio dei ministri. È l'appello che Filippo Anelli, presidente della Federazione degli Ordini dei medici (Fnomceo) rivolge alla politica.

“Tutte le persone sono uguali davanti alla Repubblica – esordisce Anelli in un messaggio video realizzato per Fnomceo Tg Sanità - come recita benissimo l’articolo 3 della Costituzione, che dichiara che ogni persona è uguale per lo Stato, senza distinzione alcuna, senza differenza di censo, di stato, di opinione, di lingua, di religione, di sesso e così via. E anche per la salute vale la stessa questione: ad ogni persona presente sul territorio nazionale, lo Stato, la Repubblica garantisce il diritto alla salute. Orbene, il testo che è stato presentato sull'autonomia differenziata, che esalta ovviamente il ruolo delle Regioni, rischia di non essere un testo che aiuta a colmare le differenze che, purtroppo, esistono sul territorio nazionale, le disuguaglianze in tema di salute”.

Disuguaglianze che – evidenzia una nota della Fnomceo - sono state esacerbate dalla pandemia: secondo un recente studio di Save The Children, un neonato di Firenze ha un’aspettativa di vita di quasi quattro anni in più rispetto a uno di Caltanissetta. Mentre un bambino nato nel 2021 in provincia di Bolzano ha una speranza di vivere in buona salute per 67,2 anni, contro i 54,2 di uno nato in Calabria.

“Noi tutti abbiamo giurato – sottolinea Anelli - come professionisti, come medici, all'inizio del nostro lavoro, di considerare le persone tutte uguali, ma le differenze che ci sono in termini di sopravvivenza tra Nord e Sud, tra centro e periferia di una città, tra ricchi e poveri rendono questa. nostra aspirazione difficile”. Da qui la richiesta del presidente dell'Ordine dei medici alla politica “di rivedere quel testo", di "considerare, prima di partire, rispetto all'autonomia, di colmare le differenze di accesso al servizio sanitario nazionale", di "modificare gli indici che danno per privilegiati quelli che, per luogo di nascita o di residenza, hanno una possibilità di sopravvivenza maggiore rispetto a quelli che vivono in aree geografiche più disagiate e che invece hanno un'aspettativa di vita e di salute molto più bassa” conclude.

Cure dentali in Albania: l’Ambasciata italiana invita alla prudenza

(da Odontoiatria33)  L’incremento di viaggi di italiani in Albania per effettuare le cure odontoiatriche, spesso riabilitazioni implantari proposte a costi inferiori di quelli italiani, ha spinto all’Ambasciata italiana a Tirana a pubblicare sul proprio sito un appello alla prudenza.   “L’offerta di cliniche private che offrono questo tipo di servizi è vasta e spesso, accanto alle cure odontoiatriche, vengono proposti anche ‘pacchetti’ che includono trasporto ed hotel” si legge in una nota che continua. “Non sempre le offerte proposte sono valide e corrispondono a standard di qualità soddisfacenti”.La raccomandazione è quella, “prima di intraprendere questa scelta, di valutare con estrema attenzione la clinica ed i professionisti ai quali affidarsi attraverso un’accurata indagine di mercato”.

Precisando che l’Ambasciata “non dispone di una lista di cliniche di riferimento”, viene consigliata “l’opportunità di stipulare un’assicurazione medica che vi copra in caso di incidente o infortunio durante la vostra permanenza in Albania, garantendo in particolare il rimpatrio sanitario in Italia”.

Altra attenzione riportata è quella sulla reperibilità dei farmaci in Albania, “pur potendosi reperire alcuni farmaci –continua la nota- è consigliabile portarli con sé dall’Italia. Se le quantità necessarie sono ingenti, in previsione di una permanenza prolungata, è necessario che siano accompagnate da una prescrizione medica onde evitare controlli e conseguenze spiacevoli alla frontiera”. 

Covid. Iss: “Per chi non si è mai vaccinato e non ha mai contratto il virus rischio di infezione fino a 31 volte maggiore rispetto a chi ha avuto un’infezione. Rischio maggiore anche per i vaccinati che non si sono mai infettati”

Inoltre a parità di fascia di età e di condizione di pregressa infezione, in tutte le classi di età > 12 anni, si osserva una tendenza alla riduzione del rischio di malattia grave associato alla vaccinazione. Queste le principali conclusioni di un nuovo rapporto dell’Istituto superiore di sanità divulgato oggi che ha stimato il rischio assoluto di infezione da SARS-CoV-2 (sintomatica e asintomatica) e di malattia grave tenendo conto non solo dello stato vaccinale ma anche dell’infezione pregressa  Leggi L'articolo completo al LINK

Verso un SSN selettivo ?

(da M.D.Digital)   Questa è la strada su cui si è incamminato il nostro Ssn secondo quanto evidenziato dal 18/mo Rapporto Sanità del Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità (Crea) dell'Università di Roma Tor Vergata, presentato di recente al Cnel. Al finanziamento della sanità pubblica italiana mancano almeno 50 miliardi per avere un'incidenza media sul Pil simile agli altri Paesi europei e nel frattempo cresce la spesa sanitaria privata che, in media, arriva a a oltre 1.700 euro a famiglia. Se non si interviene, secondo i curatori del Rapporto, si dovrà passare da un Servizio Sanitario Nazionale universalistico a uno basato "su una logica di universalismo selettivo, che privilegi l'accesso dei più fragili".
Secondo il Rapporto, nel 2021 il finanziamento pubblico si ferma al 75,6% della spesa contro una media EU dell'82,9% e la spesa privata incide per il 2,3% sul Pil contro una media EU del 2% (pari, appunto, a oltre 1.700 euro a nucleo familiare) 'scaricando' sulle famiglie, ad esempio, oltre un miliardo di spesa per farmaci.
Le cause vanno cercate nei due decenni precedenti. La spesa sanitaria pubblica dal 2000 al 2021, in Italia, è cresciuta del 2,8% medio annuo, il 50% in meno che negli altri Paesi EU di riferimento. E nel 2021 quella del nostro Paese registra una forbice del -38% rispetto ai nostri 'vicini'. Per recuperare il passo degli altri Paesi servirebbe, quindi, una crescita annua del finanziamento di almeno 10 miliardi di euro per 5 anni. "Nei documenti di finanza pubblica - commentano i curatori del Rapporto, Federico Spandonaro, Daniela D'Angela e Barbara Polistena - sono previsti meno di 2 miliardi di euro per anno, quindi circa un settimo del necessario per il riallineamento". Se non si interviene, si dovrà passare da un Servizio sanitario nazionale universalistico a uno basato "su una logica di universalismo selettivo, che privilegi l'accesso dei più fragili".
Va sottolineato che per allinearsi al livello di altri Paesi europei di riferimento, in Italia mancano all'appello 30.000 medici e 250.000 infermieri. Per colmare questa carenza, il nostro Paese dovrebbe investire 30,5 miliardi di euro, tenendo conto del maggiore bisogno di personale sanitario causa dell'età media più alta della popolazione italiana.
In Italia, nella sanità pubblica, ci sono 3,9 medici per 1.000 abitanti contro i 3,8 della media di Francia, Germania, Regno Unito e Spagna: ma, correggendo per l'età media della popolazione (in riferimento all'elevata presenza di over 75 nel nostro Paese rispetto ad altri), a mancare sarebbero 30.000 medici. Mettendo in conto i circa 12mila medici che vanno in pensione ogni anno, per colmare il gap se ne dovrebbero assumere almeno 15mila ogni anno per i prossimi 10 anni.
Per gli infermieri il problema è ancora più eclatante: ne abbiamo 5,7 per 1.000 abitanti contro i 9,7 dei Paesi EU: la carenza supera le 250mila unità rispetto ai parametri europei e, comunque, solo per attuare il modello disegnato dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, ne servirebbero 40-80.000 in più. E poco è l'aiuto dall'estero: arrivano in Italia meno del 5% degli infermieri contro il 15% nel Regno Unito e il 9% in Germania; meno dell'1% dei medici a fronte del 10% degli altri paesi.
Vista la carenza di vocazione, la soluzione sarebbe offrire loro condizioni economiche attrattive. Invece, i medici italiani, guadagnano in media il 6% in meno dei colleghi europei e gli infermieri il 40% in meno. "Senza risorse e senza personale sanitario  - scrivono gli autori del Rapporto - è impossibile 'sanare' il 65% di prestazioni perse durante la pandemia, di cui hanno sofferto soprattutto i grandi anziani".
Questa è la strada su cui si è incamminato il nostro Ssn, secondo quanto evidenziato dal 18/mo Rapporto Sanità del Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità (Crea) dell'Università di Roma Tor Vergata, presentato di recente. Al finanziamento della sanità pubblica italiana mancano almeno 50 miliardi per avere un'incidenza media sul Pil simile agli altri Paesi europei e nel frattempo cresce la spesa sanitaria privata delle famiglie. Se non si interviene, secondo i curatori del Rapporto, si dovrà passare da Ssn universalistico a uno basato "su una logica di universalismo selettivo, che privilegi l'accesso dei più fragili".  Leggi il rapporto completo sotto allegato

Tromboprofilassi post-frattura: serve l’eparina o basta l’aspirina?

(da Univadis - Elena Riboldi)   I risultati di uno studio randomizzato indicano che nei pazienti con fratture agli arti trattate chirurgicamente oppure con fratture pelviche o acetabolari l’aspirina non è inferiore all’eparina a basso peso molecolare (LMWH, dall’inglese low-molecular-weight heparin) nel prevenire eventi fatali.  L’aspirina potrebbe quindi essere una valida alternativa per la tromboprofilassi in questa popolazione di pazienti e una scelta potenzialmente vantaggiosa sotto diversi punti di vista.

Perché è importante   I soggetti che subiscono traumi ortopedici hanno un aumentato rischio di tromboembolismo venoso.  Le linee guida raccomandano la somministrazione di eparina a basso peso molecolare per la tromboprofilassi nei pazienti con fratture.  I dati sull’efficacia dell’aspirina per la stessa indicazione scarseggiano.  Rispetto all’eparina, l’aspirina presenta alcuni vantaggi: si somministra per via orale e non per via iniettabile (ciò è più gradito al paziente e favorisce l’aderenza al trattamento), è facilmente reperibile ed è economica.

Come è stato condotto lo studio   Lo studio PREVENT CLOT, finanziato dal PCORI (Patient-Centered Outcomes Research Institute, un’organizzazione no-profit statunitense) e coordinato dall’Università del Maryland e dalla Johns Hopkins University, ha arruolato 12.211 pazienti adulti con fratture agli arti (tra anca e tarso o tra spalla e polso) trattate chirurgicamente oppure con fratture pelviche o acetabolari (con o senza trattamento chirurgico).   I partecipanti sono stati randomizzati (1:1) per ricevere enoxeparina (30 mg sc) o aspirina (81 mg per os) due volte al giorno durante il ricovero; la durata della tromboprofilassi dopo le dimissioni è stata scelta dall’ospedale in base al proprio protocollo.  L’esito primario era la mortalità per ogni causa a 90 giorni.

Risultati principali   La mortalità per ogni causa era simile nei due gruppi (0,78% nel gruppo aspirina e 0,73% nel gruppo LMWH); la differenza percentuale rientrava nei margini di non inferiorità predefiniti (P<0,001).  L’incidenza della trombosi venosa profonda era 2,51% nel gruppo aspirina e 1,71% nel gruppo LMWH (differenza 0,80 punti percentuali; 95%CI 0,28-1,31).  L’incidenza dell’embolia polmonare era 1,49% in entrambi i gruppi.  Le complicanze emorragiche e gli altri eventi avversi gravi erano simili nei due gruppi.

(Major Extremity Trauma Research Consortium (METRC). Aspirin or Low-Molecular-Weight Heparin for thromboprophylaxis after a fracture. N Engl J Med. 2023 Jan 19;388(3):203-213. doi:10.1056/NEJMoa2205973 )

Moderna, pronto vaccino contro virus sinciziale

(da AGI)  Moderna ha annunciato i dati positivi del suo studio per valutare efficacia di fase 3 del suo vaccino ConquerRSV mRNA- 1345, un vaccino mRNA sperimentale mirato al virus respiratorio sinciziale (RSV) negli anziani. A seguito della revisione da parte di un Data and Safety Monitoring Board (DSMB) indipendente, gli endpoint primari di efficacia sono stati raggiunti con un’efficacia del vaccino dell’83,7% contro RSV-associato malattia del tratto respiratorio inferiore (RSV-LRTD) definita da due o più sintomi. Sulla base di questi risultati, Moderna intende sottoporre la domanda di autorizzazione alla FDA nella prima metà del 2023. “I risultati di oggi – ha affermato Stéphane Bancel, amministratore delegato di Moderna – rappresentano un importante passo avanti nella prevenzione delle malattie delle vie respiratorie inferiori dovute a RSV negli adulti di età pari o superiore a 60 anni. Questi dati sono incoraggianti e rappresentano la seconda dimostrazione dei risultati positivi della sperimentazione di fase 3 dalla nostra piattaforma di vaccini contro le malattie infettive mRNA dopo, Spikevax, il nostro vaccino contro il COVID-19. Non vediamo l’ora di pubblicare il set completo di dati e di condividere i risultati in occasione di una prossima conferenza medica sulle malattie infettive”.

“Le malattie respiratorie sono una delle principali priorità di salute pubblica dato che hanno un impatto significativo sulla salute e sono una delle principali cause di ricovero. Per questi motivi, oltre al nostro candidato vaccino mRNA-1345 RSV, ci impegniamo a sviluppare un portafoglio di vaccini a mRNA per colpire i virus più significativi che causano malattie respiratorie, tra cui influenza e metapneumovirus umano”. Lo studio ConquerRSV è uno studio randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo su circa 37.000 adulti di età pari o superiore a 60 anni in 22 paesi, tra cui gli Stati Uniti. Il DSMB ha anche condotto una revisione simultanea dei dati sulla sicurezza disponibili. mRNA-1345 è stato ben tollerato senza problemi di sicurezza identificati. La sicurezza e la tollerabilità continueranno a essere seguite in questo studio in corso. Ad oggi le reazioni avverse più sollecitate sono state lievi o moderate e le reazioni avverse sollecitate più comunemente riportate nel gruppo mRNA-1345 sono state dolore al sito di iniezione, affaticamento, cefalea, mialgia e artralgia. Il tasso complessivo di reazioni avverse sistemiche sollecitate gravi (grado 3 o superiore) è stato del 4,0% per mRNA-1345 e del 2,8% per il placebo. Il tasso complessivo di reazioni avverse locali sollecitate di grado 3 o superiore è stato del 3,2% per mRNA-1345 e dell’1,7% per il placebo. Lo studio è in corso e un’analisi aggiornata della sicurezza e della tollerabilità sarà fornita al momento della presentazione normativa. Moderna presenterà i dati per la pubblicazione peer-reviewed e li presenterà a un prossimo incontro scientifico.

Ticket farmaci. Ogni anno gli italiani spendono 1 miliardo di euro per avere il medicinale di marca anche in presenza dell’equivalente

(da Quotidiano Sanità)    In questi giorni tra i temi principali che riguardano la sanità vi è quello sulla carenza dei farmaci. Tra allarmi, tavoli ministeriali, polemiche e interrogazioni parlamentari il dibattito incalza e il messaggio che è arrivato dal Ministero della Salute è quello di incentivare le prescrizioni di farmaci equivalenti. “Emerge che le difficoltà di approvvigionamento in molti casi non dipendono dalla carenza di farmaci, quanto piuttosto da un limitato ricorso ai medicinali equivalenti, ampiamente disponibili sul mercato”, ha spiegato il Ministro della Salute, Orazio Schillaci in Parlamento.

Ma quella d'incentivare i farmaci equivalenti è davvero una bella sfida dato che gli italiani sono parecchio affezionati ai prodotti cosiddetti ‘branded’ o di marca anche in presenza di un equivalente rimborsato dallo Stato. Ogni anno in media i cittadini mettono mano al portafoglio e spendono 1 miliardo per pagare la differenza di prezzo tra l’equivalente rimborsato dallo Stato e quello di marca. E il fenomeno si ripete con costanza: nel 2017 è stato speso 1,050 mld, 1,126 mld nel 2018, 1,122 mld nel 2019 e 1,077 mld nel 2020.

E anche nel 2021 l’affezione degli italiani, soprattutto del centro sud a dire il vero, verso il prodotto di marca non è stata smentita: hanno speso infatti quasi 1,083 mld. Una scelta giustamente libera ma analizzando gli ultimi dati Aifa pubblicati anche dalla Corte dei conti emergono differenze tra Nord e Sud che fanno quantomeno riflettere sul fenomeno.

L’esame dei valori pro capite mensili, segnala che le Regioni che spendono di più per l’acquisto di farmaci a brevetto scaduto sono, oltre al Lazio (2,1 euro), soprattutto quelle meridionali e, in particolare, la Campania (2,1 euro), la Calabria (2,1 euro), la Sicilia (2 euro) e la Basilicata (1,9 euro), mentre i valori più bassi si registrano nelle Regioni centro-settentrionali e settentrionali, come la Toscana (1,1 euro), le Province autonome di Trento (1,1 euro) e di Bolzano (1 euro), la Lombardia, il Veneto e l’Emilia-Romagna (1,1 euro).

Per fare un esempio i cittadini del Lazio che sono quasi la metà di quelli della Lombardia hanno speso per pagarsi la differenza di prezzo con l’equivalente e acquistare il branded 141,6 mln mentre i lombardi 137,3 mln. Tra chi ha speso di più ci sono anche i campani (131,6 mln), i siciliani (111,7 mln) e i pugliesi (85 mln).

Inquinamento ambientale e mortalità per cancro in Italia, le rivelazioni dell’AI

(da Univadis)   Dove l’aria è inquinata si muore di più per cancro: questa affermazione è vera anche in Italia. Sono passate solo due settimane da quando Charles Swanton del Francis Crick Institute di Londra ha presentato al congresso annuale dell’ESMO i risultati di uno studio che dimostra la relazione causale tra esposizione al particolato atmosferico e cancro del polmone ed ecco che viene pubblicato uno studio nazionale coerente con tale scenario.

Lo studio – a cui hanno collaborato l’Università di Bologna, il Centro Nazionale delle Ricerche di Roma e l’Università degli Studi di Bari “A. Moro” – è il primo ad analizzare in dettaglio i legami tra mortalità per cancro, fattori socio-economici e fonti di inquinamento in Italia sfruttando l’intelligenza artificiale. “Complessivamente abbiamo riscontrato che la mortalità per cancro non ha una distribuzione casuale e supera la media nazionale principalmente quando l’inquinamento ambientale è più alto, anche se gli stili di vita sono più sani – scrivono gli autori della ricerca, pubblicata sulla rivista Science of the Total Environment – La nostra analisi, basata sul machine learning, di 35 sorgenti ambientali di inquinamento ha mostrato che la qualità dell’aria è al primo posto per importanza per il tasso di mortalità medio per cancro, seguita dalla presenza di siti da bonificare, di aree urbane e di un elevato traffico veicolare”.

Gli autori dello studio hanno utilizzato i dati di mortalità contenuti nell’Italian Standardized Mortality Ratio (SMR) database*. Partendo da varie fonti (Epicentro, ISTAT e simili) hanno quindi individuato, su base regionale, le informazioni relative ai fattori socio-economici (es. anzianità, reddito) e agli stili di vita (es. fumo, obesità). Infine, hanno raccolto informazioni, su base provinciale, relative a 35 variabili legate all’inquinamento ambientale (es. densità veicolare, siti da bonificare). Tutti questi dati sono stati usati per generare un algoritmo di machine learning.

“Sono emersi due risultati principali. Primo, su scala regionale, le regioni he hanno un tasso di mortalità per cancro relativamente alto sono caratterizzate da un elevato livello di inquinamento nonostante un’incidenza relativamente bassa di fattori generalmente associati al rischio di tumore (per esempio, percentuale di obesi e fumatori, basso reddito, elevato consumo di carne e basso consumo di frutta e vegetali). Secondo, 16 dei 23 tipi di tumore hanno mostrato un’associazione spaziale su scala provinciale, confermando che nella maggior parte dei casi l’esposizione all’inquinamento ambientale in Italia influisce sulla mortalità per cancro, a differenza di quanto sostenuto da altri studi in altri Paesi – sintetizzano gli autori, che concludono – Sulla base dei nostri risultati lanciamo un appello per un riesame delle priorità della ricerca e della cura del cancro che veda la riduzione e la prevenzione della contaminazione ambientale come una delle azioni più urgenti nella strenua lotta contro i tumori”.

Enpam: pronti ad attuare norma per medici convenzionati fino a 72 anni

(da Enpam.it)  L’Enpam è pronta a recepire l’eventuale norma che permetterà, ai medici convenzionati disponibili, di restare in servizio fino a 72 anni nell’attesa che arrivino giovani a sostituirli.

“Questa misura straordinaria sembra inevitabile per il Servizio sanitario nazionale e, per quanto questo possa essere controintuitivo, è nell’interesse dei giovani medici – dice il presidente dell’ente di previdenza dei camici bianchi Alberto Oliveti –. Data l’attuale carenza, senza un prolungamento provvisorio per i convenzionati anziani, infatti, tanti cittadini rischierebbero di restare senza servizio pubblico, mentre i futuri medici di famiglia vedrebbero scomparire i loro spazi professionali poiché nel frattempo, come abbiamo già visto accadere, verrebbero occupati da medici importati da Paesi extra-europei se non addirittura cancellati da riorganizzazioni forzate dell’assistenza primaria. I danni per le prospettive lavorative e previdenziali dei giovani sarebbero evidenti”.

“Il pensionamento massivo di medici di famiglia e di pediatri era ampiamente previsto, tanto che l’Enpam lancia l’allarme da più di 10 anni – ricorda il presidente dell’ente previdenziale –. Oggi questa misura d’emergenza, spostando il limite d’età per il pensionamento dei convenzionati, consentirebbe di dare maggiore solidità al sistema previdenziale della categoria senza togliere lavoro ai giovani. È anzi fondamentale che nei prossimi tre anni vengano formati tutti i nuovi medici di medicina generale e i pediatri di cui c’è bisogno, recuperando il tempo perso”.  Nel frattempo Enpam può contribuire a tamponare la situazione permettendo ai convenzionati con determinati requisiti di anzianità di continuare a lavorare fino a 72 anni, ma riducendo il carico di attività e venendo affiancati, per la restante parte, da giovani medici già formati o ancora in formazione.

“Chi ha decenni di carriera alle spalle ha un bagaglio prezioso di competenze da poter trasmettere – dice Oliveti –. Allo stesso tempo è difficile che a settant’anni o più, un professionista possa sostenere tutta la pressione burocratica e i carichi che si sono via via sempre più aggravati”. In questi casi l’Enpam può intervenire con l’APP, l’anticipazione di prestazione previdenziale, che permette al medico di rinunciare a una quota di introiti, iniziando però a ricevere una parte di pensione. Ad esempio chi continuasse a svolgere il 60 per cento dell’attività professionale, comincerebbe a percepire il 40 per cento dell’assegno pensionistico.

Sanità, spesa italiana ai minimi: -52% sulla Germania

(da IlSole24Ore)   Le crisi si pagano. E ci sono modi concreti per misurarne il prezzo. Una via efficace può essere quella di spulciare le tabelle che la Corte dei conti ha elaborato nelle 256 pagine del nuovo referto al Parlamento sulla gestione finanziaria dei servizi sanitari regionali (delibera 19/2022 della sezione Autonomie, pubblicata ieri). I passaggi più significativi mettono a confronto la spesa pubblica italiana con quella dei principali Paesi europei: e disegnano i contorni di una distanza siderale.

La spesa sanitaria pro capite in Italia si ferma a 2.851 dollari all'anno (2.637 euro). A parità di potere d'acquisto, si tratta del 51,7% in meno dei 5.905 dollari pro capite spesi in Germania e del 38,4% in meno dei 4.632 dollari a testa utilizzati dai francesi, mentre rispetto al Regno Unito (4.158 dollari) la distanza è del 31,4%.

Abissi. Scavati da un problema che, si diceva, è strutturale, e non è stato generato dal Covid che ha solo esacerbato in termini di mancate cure e di liste d'attesa bibliche lo stress di un sistema in carenza cronica di risorse umane e finanziarie. La pandemia ha prodotto anche da noi un'accelerazione della spesa, che per esempio nel 2020, anno di debutto del virus, è cresciuta dell'8,4%: un po' meno che in Regno Unito (+20,2%), Germania (+9,7%) e Spagna (+9,5%) e un po' più che in Francia (+5%), ma tutto sommato all'interno di un'oscillazione "europea". Il fossato è stato scavato in tempi più lunghi, e precedenti alla pandemia: rispetto al 2008, l'Italia ha fatto crescere nel 2019 il proprio impegno pubblico in sanità del 15,4%, mentre la spesa cresceva del 34,5% in Francia, del 40,1% nel Regno unito e dell'81,4% in Germania.

Certo, si dirà: il confronto è macchiato dal fatto che in Germania, Francia o Regno Unito anche il Pil è più robusto del nostro. Ma l'obiezione non coglie nel segno. Perché anche in rapporto al Pil il dato italiano scompare nel paragone con gli altri Paesi europei: da noi la spesa sanitaria vale il 7,1% del prodotto, una quota superiore solo al 5,9% greco, mentre in Spagna sale al 7,8%, nel Regno Unito è al 9,9% e in Francia e Germania vola rispettivamente al 10,3% e al 10,9%.

Che cosa contraddistingue l'Italia, allora? Due fattori, che incrociano in modo esplosivo la stagnazione ventennale del Paese e le scelte di policy, con cui l'Italia ha raggiunto altri primati (mondiali) come quello della spesa previdenziale in rapporto al Pil. In sintesi estrema: nell'ultimo quindicennio un'Italia con margini fiscali sclerotizzati dalla stagnazione rinunciava all'aumento della spesa sanitaria reso necessario dall'evoluzione delle cure e dall'invecchiamento della popolazione, mentre gli altri Paesi con le loro economie in crescita seguivano questi stessi fenomeni con fondi in aumento.

E come tutte le crisi, anche quella della spesa sanitaria alimenta le disuguaglianze, che in Italia sono prima di tutto territoriali. Lo dimostra la griglia dei Lea, i livelli essenziali di assistenza, che riassume in un punteggio sintetico i risultati regionali in 22 indicatori. I 125 punti raggranellati dalla Calabria, la regione peggiore, mostrano che gli italiani a Catanzaro o Crotone hanno diritto a poco più della metà della sanità disponibile in Veneto e Toscana, le regioni migliori, con 222 punti, seguite a ruota da Emilia Romagna (221) e Lombardia (215). In una forbice che il Pnrr può solo provare a scalfire.

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