I medici “di una volta”
(da Univadis) di Niccolò Romano (studente di medicina) Non è raro sentire lamentele riguardo alla sanità italiana o ai medici, ma una sorta di leitmotiv degli ultimi anni sembra sia: “Non ci sono più i medici di una volta…”. Indaghiamo insieme su questa interessante figura mitologica: il medico di una volta. Il tempo passa e, con esso, cambiano le cose e le persone. Appurata questa banalità, credo sia inequivocabile che anche il rapporto tra medico e paziente sia oggi diverso rispetto a quel che era negli anni ‘70, che i nostri nonni e alcuni dei nostri genitori possono ricordare. I medici di oggi non sono più come i medici di una volta, questo è certo. I medici di una volta erano donne e uomini di un altro calibro, stando ai resoconti e alle antiche leggende. Questi individui dalla tempra sovrumana erano in grado di sostenere estenuanti turni di lavoro con decine e decine di pazienti da visitare al giorno, anche in remote e perigliose località di montagna. Nonostante l’immensa mole di lavoro e di pazienti, questi medici, non si sa come, riuscivano a dedicare ai propri amati pazienti energie e attenzioni tali da non far mai mancare loro il fantomatico “calore umano”.
Questa sostanza misteriosa quanto essenziale si ritrova in molte tradizioni orali riguardo ai mitici medici di una volta, mentre oggi se ne decreta una scarsità eccezionale. Al contrario dei loro prodigiosi progenitori, i medici di oggi si configurano come esseri, anzi, enti, cibernetici, amministrativi e scostanti. Guadagnano moltissimo, per la precisione “troppo” ma mai abbastanza da congedarsi dall’impegno di inviare poveri pazienti verso i più fastidiosi e impensabili esami strumentali. Il medico di oggi ha perso la capacità di generare “calore umano” e si comporta come un robot, assomigliando sempre più, è evidente, ai computer che tanto venerano e adoperano in vece dei loro tapini pazienti.
“Oggi la tecnologia ha fatto passi da gigante” ma secondo molti, ciò che si è guadagnato in diagnostica si è perso in “chimica” medico-paziente, o forse dovremmo parlare di alchimia?
I medici di un volta non si lamentavano mai, dotati di una stoica resistenza. Erano sempre disponibili, anche per visite notturne in cima a vette scalabili solo con asinelli appositamente addestrati e una volontà ferrea. Dispensavano diagnosi impeccabili, compilavano comprensibilmente le ricette (questo è un punto critico nella storiografia del caso) e a fine dicembre probabilmente portavano regali a tutti i bimbi buoni.
Erano i medici di una volta quelli del vino che fa buon sangue, quelli del fumo di sigaretta che non fa così male, quelli della pancia da birra, quelli che le supposte sono più efficaci delle pillole. Chissà, mi chiedo, se oltre ai medici col tempo non siano cambiati pure i pazienti. Non è che forse forse, è principalmente mitopoiesi e mistificazione? Magari un complesso cambio di società e prospettive non facilmente riducibile a un luogo comune? Insomma, non ci resta che tornare a mangiare una mela al giorno… anche se non ci sono più le mele di una volta.
Covid-19, Ue a Italia: paghi indennizzi per tutti i medici vittime della pandemia. Oliveti (Enpam): serve legge su giusto ristoro
(da Doctor33) Svolta nella vicenda degli indennizzi ai medici vittima di Covid-19: il virus sta per diventare malattia professionale in tutta l'Unione Europea. A seguito di un'intesa fra stati membri in Comitato Consultivo Sicurezza e Salute sul luogo di lavoro, la Commissione sta per raccomandare anche all'Italia di inserire il virus tra patologie legate alle attività lavorative. Per il presidente Enpam Alberto Oliveti ora possono cambiare molte cose nella legge italiana che fin qui ha consentito la pratica e il relativo indennizzo ai soli medici assicurati Inail, dipendenti del servizio sanitario. Oliveti conferma la posizione sostenuta dalla Fondazione dall'inizio della pandemia: l'indennizzo ci vuole per tutti. Fin qui Inail è intervenuto, nelle situazioni in cui mancava una copertura assicurativa per i decessi da Covid-19, a risarcire i soli medici dirigenti: per loro il Covid 19 è stato retroattivamente parificato ad infortunio sul lavoro. Sono invece rimasti esclusi i familiari superstiti dei medici di famiglia, anche se questi ultimi hanno pagato un tributo quasi pari a metà dei camici vittima della pandemia. A febbraio è stato ritirato in Senato un emendamento al decreto-legge "green pass" 221/2021 teso a indennizzare tutti i sanitari vittime dal Covid-19 e le famiglie. La misura, inserita nella legge in fase di conversione, avrebbe offerto 100 mila euro ai familiari dei sanitari, anche liberi professionisti, rimasti vittima del virus; ed avrebbe consentito un vitalizio a chi, sopravvissuto, avesse riportato conseguenze permanenti equiparandolo alle vittime nell'assolvimento del dovere. «La decisione dell'Ue ora dovrebbe spingere lo Stato, come da noi auspicato, a riconoscere retroattivamente a tutti i medici caduti per Covid-19 quel risarcimento che finora ha riguardato solo una parte di loro», dice Oliveti. Ma ricorda che in Italia per ottenere un indennizzo c'è già una seconda strada. Il fondo di Stato per i morti sul lavoro istituito con la legge finanziaria 2007 stabilisce il diritto a un'indennità una-tantum per tutti i lavoratori morti a seguito di infortunio professionale, iscritti all'Inail o meno. Tra i non iscritti, militari, vigili del fuoco, forze di polizia e liberi professionisti. L'indennizzo è però basso, nel 2021 è stato pari a 5 mila euro per un superstite, 9 mila per due, 13 mila per 3, 19 mila -tetto massimo- per più di 3. «Il fondo Inail registra una dotazione insufficiente per coprire tutti gli aventi diritto», ammette Oliveti. «Alla luce della decisione Ue di riconoscere finalmente il Covid-19 come malattia professionale, un aumento sarebbe un gesto significativo da parte dello Stato».
Ma è più facile che la politica rifinanzi il fondo Inail o che passi la legge sul giusto ristoro con 100 mila euro erogati da Enpam? A Doctor 33, Oliveti spiega che, al momento, «l'indennizzo da parte del fondo gestito dall'Inail è un diritto, mentre il giusto ristoro è una speranza. Lo Stato ha stabilito che per tutti i caduti sul lavoro, anche non iscritti Inail, ci sia il pagamento di una somma una tantum, che per quanto limitata rappresenta comunque un riconoscimento. Se le risorse disponibili non sono sufficienti per tutte le famiglie dei medici e degli odontoiatri caduti per Covid, il fondo va rifinanziato, come abbiamo chiesto al ministro Speranza». Diverso il caso del giusto ristoro, oggetto del disegno di legge 2350, trasversale, presentato a firma dei senatori Maria Cristina Cantù, Tommaso Nannicini, Sergio Puglia, Paola Binetti, Francesco Zaffini, Vasco Errani, Annamaria Parente, appartenenti rispettivamente ai gruppi Lega, Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Forza Italia, Fratelli d'Italia, Articolo Uno-LeU e Italia Viva. «Nella bozza si prevede il pagamento da parte Enpam di un assegno di 100mila euro ai familiari superstiti dei liberi professionisti e convenzionati caduti per Covid. In cambio lo Stato concederebbe un credito d'imposta all'ente di previdenza. È una misura aggiuntiva proposta dalla senatrice Cantù e sostenuta da tutto l'arco parlamentare. Come Enpam siamo assolutamente favorevoli a questa misura e continuiamo a sperare che la legge veda la luce».
ENPAM: Il modello D è online, ecco come dichiarare i redditi da libera professione
Tutto pronto per l’appuntamento con la dichiarazione dei redditi da libera professione prodotti nel 2021. Il modello D è già disponibile online nell’area riservata del sito Enpam e va compilato e inviato entro la fine di luglio.
I traumi dentali: cosa c’è da sapere e da consigliare ai pazienti
(da Odontoiatria33) I traumi dentali sono eventi accidentali che possono interessare sia i denti (decidui e permanenti) che i tessuti molli del distretto oro-facciale (labbra, mucose). Ne abbiamo parlato con la dott.ssa Tiziana Anedda ed al dott. Jacopo Padalino che attraverso il blog dentalbaby.it, danno consigli ai genitori su temi odontoiatrici.
Quanto sono frequenti i traumi dentali?
Le Linee Guida del Ministero della Salute riportano una incidenza annuale dei traumi dentali di circa il 4,5%, con una prevalenza maggiore nei bambini in età prescolare (che varia dal 6,1% al 62,1%) e scolare (5,3%-21%). Soltanto ¼ dei casi avviene a carico di adolescenti e adulti. Gli elementi maggiormente coinvolti sono gli incisivi superiori, a causa della loro fisiologica sporgenza.
Dove avvengono?
Gli eventi traumatici responsabili del danno dentario possono verificarsi: in ambiente domestico: soprattutto in soggiorno -ossia lo spazio della casa maggiormente dedicato al tempo libero e al gioco, ma anche nelle scale, pavimento bagnato, sugli spigoli appuntiti; in ambiente scolastico: in seguito a morsi di oggetti di cancelleria, litigi, cadute accidentali durante attività sportive e ricreative; in ambiente sportivo: urti, gomitate e cadute soprattutto negli sport da contatto come il basket, rugby, pallavolo, calcio etc ma anche in sport senza contatto (nuoto, danza, equitazione); nei luoghi pubblici: piani sdrucciolevoli, lavori in corso, strade non ben mantenute, in caso di incidenti stradali, in conseguenza di morsicatura da animale, etc; durante il tempo libero: passeggiate in bicicletta, nei boschi, sulla spiaggia, uso di pattini a rotelle, skateboard, monopattino, etc.
Quali sono le cause?
La difficoltà nella deambulazione tipica dei bambini della prima infanzia che muovono i primi passi può sicuramente incidere aumentando la possibilità di incidenti e traumi dentali, ma anche nei bambini diversamente abili temporaneamente o permanentemente. L’obesità e l’essere in sovrappeso in ogni fascia di età aumenta l’incidenza di caduta e urtare oggetti che possono poi provocare traumi. Nei bambini e adolescenti incide anche il carattere: individui più vivaci hanno sicuramente una maggiore probabilità di incorrere in traumi.La letteratura riporta traumi anche in relazione a rapporti con gli animali, soprattutto a livello di labbra e mucose dovuti a graffi e morsicature: in questi casi è fondamentale prevenire anche eventuali infezioni secondarie.Una condizione anatomica come l’aumento di overjet dentale può predisporre maggiormente ai traumi: l’overjet aumentato si riscontra in bambini che hanno usato il ciuccio o succhiato il pollice oltre i 2 anni di età.
Le possibili conseguenze dei traumi dentali?
L’entità del trauma e la tipologia condizionano l’esito. Per quanto riguarda i denti permanenti la conseguenza peggiore è la perdita del dente a causa di una frattura non ripristinabile o di una avulsione completa non recuperata in tempi rapidi. Queste condizioni necessitano di importanti riabilitazioni protesiche e/o implantari. Quasi sempre i traumi dentali necessitano di terapie conservative estetiche per il ripristino della normale morfologia ed estetica del dente. A volte l’elemento interessato diventa discromico, perde la vitalità e si rende necessaria la devitalizzazione se la radice è già completamente formata, altrimenti si esegue un trattamento di apecificazione che porta allo sviluppo completo della radice dentale in denti che a seguito dei traumi non si verificherebbe fisiologicamente. Nel caso di traumi sui denti decidui bisogna sempre considerare eventuali danni alle gemme degli elementi permanenti, sia di natura estetica (alterazioni del colore del dente, deformazioni) sia strutturali (aree di iposviluppo dello smalto dentale) che però non possono essere confermati clinicamente né radiologicamente fino alla completa eruzione dell’elemento permanente in questione. È importante sapere che, se i traumi dentali interessano i denti decidui, questi modificano i tempi di permuta fisiologici.
Cosa fare in caso di traumi dentali?
L’intervento in caso di trauma dentale deve essere tempestivo e specifico: Mettere in sicurezza chi ha subito il trauma. Nel caso di trauma su denti permanenti, si ricercano eventuali frammenti che devono essere recuperati e conservati fin da subito in soluzione fisiologica, latte o saliva: questo preserva il normale mantenimento della struttura dentale del frammento rendendo possibile -ma non certo- un ripristino funzionale ed estetico.Nel caso di avulsione dell’elemento permanente, il dente deve essere sempre preso per la corona e non per la radice, ed essere inserito all’interno di soluzione fisiologica, latte o saliva. Si consiglia di recarsi il prima possibile dal dentista pediatrico di fiducia che, dopo aver raccolto l’anamnesi in maniera precisa, procederà con la terapia. Si sconsiglia di evitare ogni terapia fai da te e di recarsi il prima possibile dal dentista pediatrico. Quando il trauma avviene sui denti da latte, la conservazione di eventuali frammenti o dell’intero elemento se avulso interamente non è necessario perché il reimpianto dei denti da latte non è necessario, anzi potrebbe generare l’anchilosi del dente da latte con impossibilità di eruzione del dente permanente. Non è da sottovalutare la dinamica del trauma perché può indirizzare il sospetto di eventuali inclusioni di frammenti, fratture alle ossa, lussazioni e/o intrusioni dentali etc. Non devono essere esclusi eventuali sintomi come nausea, vomito, alterazioni della vista, perdita di coscienza, crisi convulsive, difficoltà del linguaggio, sanguinamenti e otorragie.
Prevenzione dei traumi.
La prevenzione totale relativa ai traumi dentali non è possibile. Sicuramente è possibile ridurre i fattori predisponenti e ridurne la gravità, attraverso vari gradi di prevenzione. Le Linee Guida del Ministero della Salute raccomandano di: Adottare misure adatte a disincentivare la suzione non nutritiva dopo i 2 anni e interromperla entro l’anno successivo, come fattore di rischio per l’aumento di overjet. In caso di eccessivo overjet, informare i genitori dell’aumento del rischio di trauma dentale conseguente a caduta frontale e consigliare una valutazione ortodontica. Nelle scuole, si raccomanda la formazione degli insegnanti e del personale non docente sui rischi da trauma dentale tramite idonei corsi di formazione, filmati, brochure e/o manuali. Informare e formare gli individui in età evolutiva sui rischi derivanti da comportamenti pericolosi sia per la sicurezza personale che altrui; In soggetti con problemi nel camminare, sovrappeso, iperattivi o soggetti frequentemente a traumi e cadute possono essere fabbricati dei paradenti. In soggetti che svolgono sport da contatto, si raccomanda l’utilizzo di caschi, paradenti e/o maschere facciali in funzione dell’attività sportiva svolta.
Medici e infermieri, al via un patto per l’assistenza. Ecco cosa prevede
(da Doctor33) Un 'patto di diamante' tra la Federazione degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (Fnomceo) e la Federazione degli Ordini delle Professioni infermieristiche (Fnopi), che, insieme, rappresentano quasi un milione di professionisti. È quello siglato a Roma, nella prima riunione ufficiale dei due Comitati Centrali.
Per la prima volta, spiegano le organizzazioni in una nota, "è stato avviato dalle due federazioni un percorso che non consenta più a nessuno di dividere e strumentalizzare medici e infermieri, che da sempre lavorano insieme e sui quali la pandemia ha semplicemente acceso i riflettori. Medici e infermieri si pongono quindi quali interlocutori privilegiati della politica, per garantire ai cittadini tutte le competenze peculiari e sinergiche delle due professioni".
L'incontro si ripeterà periodicamente mentre gruppi tematici realizzati 'ad hoc' tratteranno gli argomenti in cima all'agenda. Tra questi, le Case di Comunità, intese come luoghi di incontro e di confronto per organizzare l'assistenza in modo capillare sul territorio ed entrare al domicilio del cittadino. Su un livello più ampio, il Piano nazionale di Ripresa e Resilienza che, affermano, "deve integrarsi con il Piano nazionale cronicità, per dare risposte di salute e prossimità agli oltre 22 milioni di pazienti cronici in Italia". Al centro del dibattito, anche la carenza di personale. Poi, la formazione e la richiesta di una vera sicurezza sul lavoro e di una retribuzione adeguata ai livelli europei. Infine, la Deontologia, che deve essere il presupposto per un nuovo patto medico-infermiere-paziente. "Dalla giornata di oggi - afferma Barbara Mangiacavalli, Presidente Fnopi - scaturisce una sinergia molto importante e abbiamo ufficializzato un cammino che c'è da sempre ma che ora assume un ruolo incisivo nelle scelte dell'organizzazione e della gestione clinica della salute dei cittadini". "La prima necessità è dare assistenza ai cittadini e al Servizio sanitario nazionale - aggiunge Filippo Anelli, presidente Fnomceo - e annullare le disuguaglianze, fissando e raggiungendo obiettivi di salute condivisi. Senza medici e infermieri la sanità non ci può essere: insieme dobbiamo recuperare il senso vero della cura e assistenza nello spirito della Legge istitutiva del Ssn".
Salute e Ambiente: l’appello ai medici dal congresso ISDE Salute e Ambiente: l’appello ai medici dal congresso ISDE
(da M.D. Digital) La seconda giornata del Congresso Nazionale di ISDE Italia 2022 si è aperta con una sessione di interventi sulla prevenzione primaria ambientale delle malattie cronico-degenerative in un’ottica one-health, a cui hanno partecipato gli esponenti di alcune tra le più importanti società scientifiche di medicina.
La sessione, introdotta e moderata dal Dott. Agostino Di Ciaula, Presidente del Comitato Scientifico ISDE e internista presso la Medicina Interna universitaria “A.Murri” del Policlinico di Bari , è stata un’occasione per aprire un dialogo costruttivo tra ISDE e numerose Società Medico-Scientifiche nazionali (Società italiane di Medicina Generale, Medicina Interna, Ginecologia e Ostetricia, Endocrinologia, Malattie Infettive e Tropicali, Pneumologia, Neurologia, Cardiologia) sulla necessità di considerare le relazioni tra ambiente e salute come un potente strumento interdisciplinare da utilizzare per mantenere il più a lungo possibile lo stato di salute (prevenzione primaria) e per una più efficace gestione di patologie acute e cronico-degenerative sempre più diffuse e impegnative. “È emerso” – ha affermato Agostino Di Ciaula - un interesse evidente, crescente e trasversale per le relazioni ambiente-salute non solo da parte di quelle società mediche specialistiche che più di altre, negli ultimi anni, sono state travolte da un vero e proprio tsunami di evidenze sul ruolo critico dei fattori ambientali, come la pneumologia, l’endocrinologia, la cardiologia, la medicina interna ma anche da parte di ginecologi, infettivologi, neurologi e della stessa Società Italiana di Medicina Generale, che sempre più spesso si trovano a doversi confrontare con le numerose conseguenze sanitarie dell’inquinamento delle matrici ambientali, del cibo, dell’acqua e dell’aria”.
Dal dibattito sono emersi punti nodali come le necessità di recuperare il forte ritardo formativo nella formazione universitaria di medici e specialisti sul tema del binomio ambiente-salute, di utilizzare un approccio condiviso che consenta di affrontare le necessità sanitarie in maniera transdisciplinare e olistica e, non ultima, l’esigenza di inserire in maniera adeguata e puntuale il tema dell’ambiente come determinante fondamentale della salute umana nelle linee guida nazionali e internazionali redatte dalle singole società scientifiche.
Concorso letterario: scadenza prorogata al 24 giugno
Cari Colleghi,
venerdì 10 giugno alle ore 12 scadrebbe il termine per la consegnata degli elaborati per il 7° Concorso Letterario indetto da quest’Ordine e aperto a tutti gli iscritti delle provincie di Forlì-Cesena, Ravenna e Rimini.
Tuttavia per consentire la più ampia partecipazione abbiamo deciso di procrastinare la data ultima di consegna a venerdì 24 giugno alle ore 12.
Confidando in un’ampia partecipazione vi porgo cordiali saluti.
Il Presidente OMCEO Forlì - Cesena
Dott. Michele Gaudio
Epide-miopia tra bambini e adolescenti. L’esperto: «Basta smartphone e tablet, fate sport all’aperto»
(da Sanitainformazione.it) Cresce il numero di bambini e adolescenti miopi nel mondo, al punto che già si parla di epide-miopia e si stima che nel 2050 oltre il 50% della popolazione avrà bisogno di una correzione alla vista. Molto dipende da fattori genetici, ma anche da stili di vita non corretti. La conferma arriva dal professor Roberto Caputo, direttore dell’Oftalmologia Pediatrica della clinica Meyer di Firenze. «La miopia ha una base genetica – spiega – perché le popolazioni asiatiche sono più predisposte alla malattia, ma ciò che è successo negli ultimi anni non può essere determinato solo da una predisposizione, ma quasi sicuramente dipende dall’ambiente e dal contesto in cui crescono i bambini. Negli ultimi 30 anni, infatti, è diminuita l’attività all’aria aperta e contemporaneamente è aumentata la cosiddetta attività da vicino sia per studio che ludico. Cellulare e tablet sono ormai una consuetudine per i ragazzi e questo ha determinato una impennata della miopia anche nelle popolazioni occidentali, passando dal 25% degli anni ’70 a quasi al quaranta percento tra europei e americani degli ultimi decenni».
Poco sport e troppa vita sedentaria, sotto accusa cellulari e tablet che impegnano i bambini e gli adolescenti in una visione prolungata da vicino che determina una progressione della miopia con il rischio dell’insorgenza di patologie oculari come maculopatia, glaucoma e distacco della retina. Fondamentale dunque la prevenzione. «La prima cosa da fare è stare più all’aria aperta e fare delle pause durante la giornata di studio – indica il direttore di Oftalmologia della Meyer ricordando che – nelle scuole di Singapore dove c’è il maggior tasso di miopia, esiste l’obbligo, nei soggetti miopi, di avere un’ora in più di pausa al giorno perché riduce lo sforzo da vicino, inoltre l’attività all’aria aperta aumenta la produzione di un neurotrasmettitore che si chiama dopamina e che ha dimostrato di avere una certa efficacia nel controllo della progressione miopica. Quindi il primo consiglio che posso dare alle famiglie e ai ragazzi è di fare sport all’aria aperta lasciando il cellulare in borsa». Secondo alcuni studi trascorrere ogni giorno 40 minuti all’aperto comporterebbe una riduzione dell’incidenza della miopia del 23% e il rischio di progressione scenderebbe del 54% per i bambini che trascorrono ogni settimana almeno 11 ore all’aria aperta. Essenziale poi il controllo della vista a 3 e 6 anni e ricorrere a strategie terapeutiche in caso di progressione della miopia.
«Per correggere la miopia si interviene dapprima con gli occhiali e in seguito con le lenti a contatto. Ciò che è importante però è intervenire per rallentare la velocità con cui la malattia progredisce – aggiunge Caputo -. Questo si può fare con la somministrazione di alcune gocce a base di atropina diluita da distillare la sera in entrambi gli occhi. Purtroppo, questo prodotto non esiste in Italia a dosaggio utile per controllare la miopia e quindi è necessaria la preparazione fatta in modo galenico da farmacie autorizzate. Inoltre, da circa un anno sono uscite sul mercato delle lenti che utilizzano la tecnica del “de focus” periferico e che dai primi studi sembra rallentare la progressione della miopia. È una tecnologia che conosciamo da tempo, ma è stata impiegata in questo ambito solo negli ultimi due anni, ma sarà il futuro».
Più aritmie cardiache nei giorni con l’aria molto inquinata
(da DottNet) Nelle giornate con più alti livelli di inquinamento si registra un picco di casi di aritmie cardiache potenzialmente fatali. È quanto emerge da uno studio italiano presentato a Heart Failure 2022, congresso scientifico della European Society of Cardiology in corso a Madrid fino al 24 maggio. "Abbiamo osservato che le visite in pronto soccorso dei pazienti con aritmia che avevano un defibrillatore impiantabile tendevano a concentrarsi nei giorni con livelli di inquinamento particolarmente alti", dice la prima firmataria dello studio Alessia Zanni, dell'ospedale Maggiore di Bologna. Da qua l'idea di realizzare uno studio che provasse a mettere in relazione i due fenomeni. La ricerca è stata condotta a Piacenza e ha incluso 146 pazienti che in passato avevano ricevuto l'impianto di un defibrillatore impiantabile: i dispositivi sono stati utilizzati per rilevare la comparsa di aritmie. I ricercatori hanno registrato 440 casi di aritmie ventricolari, osservando una correlazione con i livelli di inquinamento nell'aria. In particolare, per ogni innalzamento di 1 μg/m3 nei livelli di PM2.5 si registrava un aumento dell'1,5% del rischio di aritmie; nei casi in cui i livelli di PM2.5 erano di 1 μg/m3 al di sopra della media per un'intera settimana si verificava un aumento del 2,4%. Analogo il caso del PM10. "La nostra ricerca suggerisce che le persone ad alto rischio di aritmia ventricolare, come quelli che hanno un defibrillatore impiantabile, dovrebbero verificare i livelli di inquinamento quotidiani" dice ancora Zanni. "Quando le concentrazioni di polveri PM2.5 e PM10 sono elevati (rispettivamente sopra i 35 μg/m3 e 50 μg/m3) potrebbe essere saggio rimanere a casa il più possibile e indossare una mascherina N95 se si va fuori, specie in aree con molto traffico".
Riforma cure primarie in arrivo, Mantoan (Agenas): “Nel 2026 il miglior sistema sanitario del mondo”. Ecco come lavoreranno Mmg
(da Doctor33) «Oggi il medico di famiglia si lamenta di essere oberato da compiti amministrativi. Nel 2026, a riforma delle cure primarie compiuta e con degli amministrativi in studio che gli toglieranno i compiti di troppo, il medico di famiglia quando accenderà il computer la mattina sarà travolto dall'informazione. Vedrà fascicoli sanitari, referti, tutto dei suoi pazienti in tempo reale e dovrà leggere centinaia di informazioni sanitarie distinguendo le situazioni critiche dove intervenire, dalle altre». Nelle parole di Domenico Mantoan Direttore Generale dell'Agenas, l'Agenzia dei Servizi sanitari regionali, c'è tutta l'evoluzione della sanità territoriale che si va decidendo in questi giorni, tra riordino delle strutture imposto dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza cambiamenti organizzativi richiesti dal "decreto ministeriale 71" sui nuovi standard territoriali ed adozione a tappeto della telemedicina. Un giugno "di fuoco" che nella sua rivista "Monitor", l'Agenzia ha annunciato con un'analisi sui problemi delle cure primarie in tutta Europa. «Gli altri stati europei sono già andati al di là della dicotomia tra modello universalistico e mutue, e del dibattito tuttora in corso da noi su come vengono contrattualizzati i medici, convenzione o contratto di dipendenza pubblica. Il punto comune alle sanità europee è che il medico di medicina generale non lavora da solo ma opera insieme ad infermieri, ostetriche, terapisti della riabilitazione, talora medici specialisti. In Italia la figura del medico di famiglia è ancora ferma agli anni 70-80: lavora da solo, fuori ha la sala d'attesa piena, il telefono che squilla, gli informatori. Serve un cambio di passo».
«In tutte le nazioni dell'Unione Europea è il team che prende in carico gli assistiti -continua Mantoan- e le differenze sono legate alle modalità di retribuzione. In Svezia medici ed infermieri sono entrambi dipendenti, in Spagna sono parte dipendenti e parte accreditati come team che includono anche medici specialisti e in tal caso vengono pagati in parte a quota fissa e in parte in base ai risultati di salute, in Francia e Germania il rapporto è mediato dai fondi sanitari». I numeri Ocse dicono che in 10 anni i medici di famiglia sono diminuiti del 10% negli stati membri. Mantoan ricorda che il lavoro in team ha permesso di prendere in carico più scelte. «La diminuzione dei medici non è un dato assoluto, va comunque considerato che anche da noi il medico negli ultimi anni ha preso in carico in media molto più di mille assistiti. Ma siccome la nostra programmazione era basata su un numero ottimale di 1000 medici, osserviamo che ci sono meno mmg. Nel contempo però sono aumentati i collaboratori». Tale processo è già avvenuto nel resto d'Europa. Dove, peraltro, ci sono problemi diversi dai nostri, anche se... non troppo. «Ad esempio, in Francia non esiste il concetto di zona carente. Il medico può scegliere di andare a lavorare dove vuole... e tutti scelgono le grandi città mentre le zone di campagna patiscono carenze, spesso supplite da altre figure. Dunque, i vari sistemi hanno luce ed ombre, ma balza all'occhio l'interdiscplinarietà».
Già Presidente dell'Agenzia del Farmaco e dell'Azienda sanitaria veneta, Mantoan conosce bene tutti gli step che hanno portato all'emanazione del DM sui nuovi standard territoriali che a giorni, preannuncia, sarà pubblicato in Gazzetta Ufficiale e sottolinea come tale decreto vada visto sempre in affiancamento alla telemedicina. «C'è un grosso investimento su televisite telemonitoraggio teleassistenza e teleconsulto, strumenti che già danno al medico di medicina generale la possibilità di consultare a distanza un collega in assistenza domiciliare di 3° livello od un cardiologo dell'ospedale di rifermento per poter prendere decisioni cliniche appropriate. Nel 2026 se realizzeremo quanto scritto nel PNRR l'Italia sarà il miglior sistema sanitario di cure primaie del mondo civile. Certo, dovremo aumentare il numero di infermieri e cambiare i modelli di formazione di infermieri e medici di famiglia, che a loro volta dovranno abituarsi a lavorare con strumenti ed esiti della telemedicina». Non per nulla, «come Agenas stiamo cercando programmi di intelligenza artificiale di supporto al mmg (e secondariamente al medico ospedaliero) nell'analisi dei dati sanitari. Perché il medico di famiglia dovrà leggere sia i dati clinici dei pazienti cronici sia quelli degli assistiti in buona salute per spingerli all'adozione di stili di vita corretti attraverso la medicina d'iniziativa». Mantoan è convinto non solo che ci sono le condizioni per cambiare l'offerta del Ssn ma anche che una parte del cambiamento si sia già verificata. «Un po' d'inerzia va attribuita al fatto che negli ultimi 10 anni non si è investito. Abbiamo selezionato manager più attenti al risparmio che ai modelli innovativi. Adesso ci aspetta un periodo d'innovazione in cui sviluppare modelli organizzativi nuovi. Il PNRR non solo ci offre risorse ma con le sue "milestone" ci obbliga a garantire le riforme». E l'Italia lo sta facendo, «gli standard territoriali, in arrivo, abbiamo iniziato ad elaborarli nel 2021, li abbiamo presentati ai sindacati ad ottobre scorso, al ministro Speranza il 15 novembre, poi c'è stato il lungo passaggio in conferenza stato-regioni, e lì se non ci fosse stato, con la milestone, un appuntamento da garantire, avremmo visto arenarsi questo "DM71" sugli standard. Che, preannuncio, una volta in Gazzetta cambierà numero».
Dallo Spallanzani un manuale che spiega ai medici come difendersi dalle aggressioni
(da DottNet) Ormai è un bollettino di guerra giornaliero: medici in prima linea vittime di pazienti aggressivi che li insultano fino ad arrivare, a volte, anche alle mani. E così l'Istituto Nazionale di Malattie infettive, lo Spallanzani di Roma, ha dato il via libera a un manuale di autodifesa per i suoi camici bianchi con l'obiettivo di insegnare al personale sanitario tecniche utili che possano provare a calmare i pazienti facinorosi che perdono la calma molto facilmente aggredendoli. Il direttore del nosocomio romano, Francesco Vaia, ha dato semaforo verde alla "procedura per la prevenzione e gestione degli atti di violenza a danno degli operatori sanitari", un vademecum di regole generali messe a punto dal direttore dell'unità risk management e biosicurezza, Vincenzo Puro, per insegnare ai medici come difendersi da calci e pugni. Vediamo allora quali sono quali sono le misure da adottare per prevenire ogni forma di violenza. La prima raccomandazione per tutto il personale è quella di prestare attenzione a qualsiasi indizio "che possa essere associato a un attacco imminente" mantenendo un comportamento che porti alla riduzione dell'aggressività del paziente, mostrandosi tranquilli ma soprattutto non rispondendo alle minacce con altre minacce oltre a mantenere un tono di voce basso. Bisognerà cercare di essere "psicologi", provando a riconoscere "i sentimenti delle persone" ed evitare qualsiasi atteggiamento che possa essere interpretato come aggressivo dal ricoverato. Spicca, tra i tanti consigli, quello di evitare di guardare il paziente fisso negli occhi per evitare che venga interpretato come una sfida.
Non mancano consigli legati alla postura da adottare, come quella di posizionarsi a fianco dello stesso "con un asse di circa 30° perché la superfice esposta a colpi è minore ed inoltre in questa posizione si comunica più disponibilità al dialogo". Così come vale per il distanziamento per evitare il contagio al Covid, anche in questo caso viene consigliato ai medici di mantenere una distanza di sicurezza di almeno un metro e mezzo fino a evitare di mettersi con le spalle contro il muro. Con un paziente particolarmente arrabbiato si può usare la "tattica" dell'empatia e della commiserazione usando brevi frasi quali "so che lei si sente abbattuto" mostrandosi afflitti per la situazione. Infine, se nessuna misura riuscisse a funzionare, non rimane che chiamare la vigilanza o chiedere aiuto ad altri colleghi. I numeri danno idea di una situazione allarmante: le aggressioni sono a carico del 65% dei camici bianchi e per un terzo delle volte anche di carattere fisico, soprattutto nei reparti di Psichiatria e in Pronto soccorso. Le conseguenze sono diverse e tutte gravi. Si parla di disturbo post-traumatico da stress, che permane anche a lungo termine e che determina atteggiamenti di difesa e condanna la persona aggredita a vivere in uno stato di continua allerta. Con evidenti ripercussioni sul benessere psicofisico del personale sanitario aggredito, ma anche sulle sue performance lavorative e, quindi, sulla qualità dell’assistenza ai pazienti.