La FNOMCEO frena sulle prescrizioni infermieristiche

(da M.D.Digital)  Il Consiglio nazionale della Fnomceo ha messo un punto fermo sulle nuove competenze infermieristiche. Con una mozione approvata il 20 febbraio, la Federazione chiede di modificare lo schema di decreto del Mur (Ministero dell’università e della ricerca) che istituisce tre nuove lauree magistrali per gli infermieri. Il punto critico riguarda la possibilità, prevista dal decreto, per i professionisti formati nei nuovi percorsi di “prescrivere trattamenti assistenziali quali presidi sanitari, ausili e tecnologie specifiche” in ambiti come l’infermieristica di famiglia e comunità, le cure neonatali e le terapie intensive. Secondo la Federazione, l’attuale formulazione rischia di sovrapporsi all’atto medico. Per questo la mozione chiede di prevedere che l’infermiere possa “richiedere trattamenti assistenziali quali presidi sanitari, ausili e tecnologie specifiche, in esito alla diagnosi del medico e dopo la sua prima prescrizione”. Un passaggio ritenuto essenziale per mantenere fermo il principio secondo cui diagnosi, prognosi e terapia restano attività qualificanti ed esclusive della professione medica.

Nel documento si richiama esplicitamente la Legge 132/25, che ribadisce la centralità dell’atto medico anche alla luce dell’evoluzione tecnologica e dell’Intelligenza artificiale, sottolineando come una fonte normativa di rango secondario non possa derogare a tali principi. Inoltre, la Fnomceo evidenzia un ulteriore profilo critico: la possibile disparità di trattamento, dal momento che alcune prescrizioni sono oggi riservate a medici in possesso di specifica specializzazione, mentre il decreto non prevede analoghi limiti per gli infermieri.

La Federazione chiede quindi di riportare il provvedimento “all’interno del perimetro tracciato dalla legge”, attivando anche il percorso di concertazione previsto dalla normativa vigente, con il coinvolgimento delle rappresentanze scientifiche, professionali e sindacali dei profili sanitari interessati, finora rimaste ai margini del confronto.

La mozione, approvata dal Comitato centrale e fatta propria dal Consiglio nazionale, è sottoscritta da numerose sigle del mondo medico e sindacale, dalla Medicina generale alla dirigenza ospedaliera. L’obiettivo dichiarato è duplice: garantire la sicurezza dei pazienti e assicurare un’integrazione efficace tra professioni, evitando conflitti di competenze e il rischio di contenziosi in una fase di profonda riorganizzazione del Ssn.

Infarto. Donne più a rischio anche con un livello di placca inferiore rispetto agli uomini

(da Quotidiano Sanità)    Una minore presenza di placche che ostruiscono le arterie delle donne non sembra proteggerle dalle malattie cardiache rispetto agli uomini.  È quanto emerge da uno studio pubblicato su ‘Circulation: Cardiovascular Imaging’ una rivista dell’American Heart Association.   Sebbene le malattie cardiache siano la principale causa di malattia e morte negli Stati Uniti e nel mondo, secondo le statistiche 2026 su malattie cardiache e ictus dell’American Heart Association, le donne tendono ad avere una minore prevalenza di placche arteriose rispetto agli uomini, secondo ricerche precedenti.  Secondo le statistiche del 2026 sulle malattie cardiache e gli ictus dell’American Heart Association, le malattie cardiovascolari sono state la causa di morte di 433.254 donne di tutte le età, pari al 47,3% dei decessi per malattie cardiovascolari.

Lo studio ha valutato i dati sanitari di oltre 4.200 adulti (più della metà dei quali erano donne) per confrontare l’influenza della quantità di placca sul rischio di gravi patologie cardiache e ha incluso persone con dolore toracico stabile e nessuna storia pregressa di coronaropatia. I partecipanti sono stati randomizzati a sottoporsi a valutazione diagnostica tramite angiografia coronarica con tomografia computerizzata (immagini radiografiche del cuore e dei vasi sanguigni) e seguiti per circa due anni.

Risultati principali dello studio:

Le donne presentavano placche nelle arterie coronarie in numero inferiore rispetto agli uomini (55% contro 75%). Le donne presentavano anche un volume di placca arteriosa inferiore rispetto agli uomini (una mediana di 78 mm³ tra  le donne contro 156 mm³ negli  uomini).    Nonostante una minore placca, le donne avevano le stesse probabilità degli uomini di morire per qualsiasi causa, di avere un infarto non fatale o di essere ricoverate in ospedale per dolore al petto (2,3% delle donne contro il 3,4% degli uomini).    Inoltre, le donne presentavano un rischio cardiaco maggiore a livelli di placca inferiori rispetto agli uomini. Per quanto riguarda il carico totale di placca, il rischio per le donne iniziava ad aumentare al 20% del carico di placca, mentre per gli uomini iniziava al 28%. Con l’aumento dei livelli di placca, il rischio aumentava più nettamente per le donne che per gli uomini.

“I nostri risultati sottolineano che le donne non sono ‘protette’ dagli eventi coronarici nonostante abbiano volumi di placca inferiori – ha affermato l’autore senior Borek Foldyna, MD, Ph.D., professore associato di radiologia presso la Harvard Medical School di Boston – poiché le donne hanno arterie coronarie più piccole, una piccola quantità di placca può avere un impatto maggiore. Un aumento moderato del carico di placca sembra comportare un rischio sproporzionato nelle donne, il che suggerisce che le definizioni standard di rischio elevato potrebbero sottostimare il rischio nelle donne”.

(https://newsroom.heart.org/news/women-may-face-heart-attack-risk-with-a-lower-plaque-level-than-men?preview=1a66&preview_mode=True)

Medici Dermatologi: invito alla realizzazione del Melanoma Day a Cesena.

Mi chiamo Silvia Roncuzzi e sono la responsabile del Poliambulatorio L’Eau di Cesena.

Con la presente, sono ad illustrarvi e ad invitarvi alla realizzazione del Melanoma Day a Cesena.

Il tema della prevenzione tocca da vicino me ed il fondatore dell’associazione Melanoma Day, in quanto entrambi abbiamo perso i nostri padri per malattie che avrebbero potuto dare esito diverso, qualora vi fosse stata appunto la prevenzione.

Il Melanoma Day si terrà nel mese di maggio. Sono pertanto a ricercare dermatologi disposti a sposare la nostra causa e a collaborare ai fini di erogare visite gratuite durante questa giornata.

Faremo in modo di riconoscere ai medici quello che sarà nelle nostre possibilità, anche attraverso la ricerca di sponsor.

Qualora foste interessati, vi invito a rispondere ad amministrazione@leau.it

Sarò lieta di invitarvi presso la nostra struttura, fare conoscere la nostra realtà ed il progetto che ci impegniamo a portare avanti.

Ringrazio sin d’ora per l’attenzione che mi avete consesso.

 

Cordiali Saluti,

Silvia Roncuzzi

amministrazione@leau.it

Vitamina D nel dolore da fibromialgia: nuova metanalisi offre risposte

(da Nutrienti e Supplementi)   Una recente revisione sistematica e metanalisi pubblicata su ‘Nutrients‘, condotta da Sara Ilari, Saverio Nucera e colleghi di diversi istituti italiani, tra cui l’Irccs San Raffaele Roma e l’Università “Magna Graecia” di Catanzaro, suggerisce che la supplementazione di Vitamina D potrebbe svolgere un ruolo importante come coadiuvante nella gestione della fibromialgia.  Parliamo di una complessa condizione cronica che affligge circa il 2-3% della popolazione mondiale, caratterizzata da dolore muscolo-scheletrico diffuso, fatica generalizzata, disturbi del sonno e dell’umore. Poiché la sua patofisiologia rimane poco chiara e le opzioni terapeutiche sono spesso limitate e solo parzialmente efficaci, la ricerca di trattamenti aggiuntivi si rivela cruciale.

I risultati dello studio     Gli autori hanno analizzato la letteratura fino al 31 dicembre 2024, identificando 2.776 articoli e includendo 7 studi per la revisione sistematica. Sono state condotte due metanalisi distinte, entrambe su quattro studi ciascuna.    I risultati ottenuti hanno mostrato un effetto benefico e statisticamente significativo della supplementazione di Vitamina D rispetto al gruppo di controllo:

– riduzione del dolore: la supplementazione ha ridotto significativamente i livelli di dolore, misurati tramite la Scala di valutazione numerica (Nrs) o la Scala analogica visiva (Vas).

– miglioramento della qualità della vita: è stato riscontrato anche un miglioramento della qualità della vita, valutato attraverso la scala Fibromyalgia impact questionnaire (Fiq).

Luci e ombre    Nonostante l’evidenza positiva, i ricercatori sottolineano che gli effetti osservati devono essere interpretati con cautela. In entrambe le metanalisi, infatti, è stata rilevata un’elevata eterogeneità tra gli studi. Questa variabilità è probabilmente dovuta a differenze nei protocolli di supplementazione, nelle caratteristiche dei pazienti e negli strumenti di misurazione utilizzati. Per esempio, mentre alcuni studi hanno evidenziato miglioramenti significativi nel dolore e nella capacità funzionale, specialmente negli anziani, altri non hanno trovato differenze significative nei punteggi Fiq.

“La Vitamina D potrebbe essere considerata una strategia complementare nella gestione multimodale dell’fibromialgia, in particolare per la riduzione del dolore”, commentano gli Autori. “Tuttavia, sono necessari ulteriori studi randomizzati controllati di alta qualità con protocolli standardizzati per confermare in modo robusto questi risultati e per identificare i sottogruppi di pazienti che trarrebbero il massimo beneficio dalla supplementazione. La valutazione individualizzata e un attento monitoraggio rimangono fondamentali nella pratica clinica”.

(https://www.mdpi.com/2072-6643/17/20/3232

Statine, maxi-analisi di Lancet riabilita gli eventi avversi

(da M.D.Digital)  Le statine sono tra i farmaci più prescritti al mondo per la prevenzione cardiovascolare. Eppure, nonostante prove solide sui benefici in termini di riduzione di infarti, ictus e mortalità vascolare, continuano a essere al centro di timori legati ai possibili effetti collaterali. Ora una vasta metanalisi pubblicata su The Lancet dal gruppo Cholesterol treatment trialists’ collaboration ridimensiona in modo sostanziale molte delle reazioni avverse riportate nei foglietti illustrativi.  Lo studio ha analizzato i dati individuali di 154.664 partecipanti arruolati in 23 grandi trial randomizzati e in doppio cieco: 19 confrontavano statina contro placebo (123.940 soggetti, follow-up mediano 4,5 anni), mentre quattro mettevano a confronto regimi più intensivi versus altri meno intensivi. L’obiettivo era verificare in modo rigoroso se gli effetti indesiderati elencati nei riassunti delle caratteristiche del prodotto (Rcp) fossero effettivamente attribuibili alla terapia.

I ricercatori hanno identificato 66 possibili eventi avversi, esclusi quelli muscolari e il diabete, già oggetto di precedenti analisi, e li hanno valutati utilizzando i dati grezzi dei singoli pazienti, con una metodologia statistica che controllava il rischio di falsi positivi.  Solo quattro eventi, oltre ai già noti effetti su muscolo e glicemia, sono risultati significativamente associati alla terapia con statine. Si tratta di alterazioni delle transaminasi epatiche, altre anomalie dei test di funzionalità epatica, modifiche della composizione urinaria ed edema. Tuttavia, l’aumento assoluto del rischio è risultato molto contenuto: per le alterazioni epatiche, l’eccesso annuale combinato è stato pari a circa lo 0,13%; per gli altri eventi, inferiore allo 0,1% l’anno.

Nei trial che confrontavano dosaggi più elevati con dosaggi più bassi di statine, l’incremento delle alterazioni epatiche è apparso dose-dipendente, rafforzando la plausibilità biologica dell’associazione. Non è emersa invece una relazione chiara con l’intensità della terapia per le modifiche urinarie e l’edema, la cui rilevanza clinica resta incerta.  Nessuna associazione significativa è stata osservata per le altre 62 condizioni riportate nei fogli illustrativi, tra cui disturbi cognitivi, depressione, disturbi del sonno, neuropatia periferica, disfunzione sessuale, insufficienza renale acuta, malattia polmonare interstiziale o pancreatite.

Si tratta di un punto cruciale, sottolineano gli autori. Molte delle segnalazioni presenti nei foglietti illustrativi derivano, infatti, da studi osservazionali o da case report post-marketing, metodologie utili per individuare eventi rari ma suscettibili a bias, soprattutto quando gli esiti sono comuni nella popolazione generale. I trial randomizzati in doppio cieco, al contrario, rappresentano lo standard più affidabile per stabilire nessi causali, in particolare per effetti di entità moderata.  Le implicazioni sono rilevanti sul piano clinico e comunicativo. Secondo stime consolidate, un regime efficace di statine assunto per cinque anni in 10 mila pazienti con malattia cardiovascolare pregressa può prevenire circa 1.000 eventi vascolari maggiori; nei soggetti ad alto rischio ma senza eventi precedenti, gli eventi prevenuti sono circa 500. A fronte di benefici di questa entità, la percezione amplificata dei rischi può indurre a non iniziare la terapia o a sospenderla precocemente, con conseguenze potenzialmente gravi.

Restano confermati gli effetti avversi noti: la miopatia, evento raro (circa 1 caso su 10.000 persone-anno), le forme più severe come la rabdomiolisi (2–3 casi su 100.000 persone-anno), un lieve aumento dei sintomi muscolari meno gravi, soprattutto nel primo anno e un incremento moderato e dose-dipendente delle nuove diagnosi di diabete, prevalentemente in soggetti già prossimi alla soglia diagnostica.   Alla luce di questi nuovi dati, concludono gli autori, le sezioni sugli effetti indesiderati nei documenti ufficiali potrebbero sovrastimare i rischi e andrebbero aggiornate per riflettere meglio le evidenze disponibili. Un’informazione più accurata – sottolineano – è essenziale per consentire a medici e pazienti decisioni realmente informate, basate su un bilancio trasparente tra benefici comprovati e rischi effettivi.

Smog e Alzheimer, il legame è diretto secondo uno studio Usa

(da Quotidiano Sanità)  Lo smog è un fattore di rischio “diretto” per lo sviluppo della malattia di Alzheimer. Lo sostiene uno studio della Emory University statunitense, pubblicato sulla rivista Plos Medicine, che ha voluto distinguere tra l’impatto dell’inquinamento dell’aria sulle patologie comunemente associate all’Alzheimer e quello non mediato e diretto con la patologia.  L’esposizione all’aria inquinata da particolato atmosferico, infatti,  è notoriamente fattore di rischio per alcune patologie croniche diffuse come ictus, ipertensione e depressione. A loro volta, malattie che si presentano in associazione con l’Alzheimer. Fino alla ricerca condotta dal prof. Yanling Deng, non era stata fatta un’analisi distintiva per capire se l’inquinamento atmosferico fosse causa in primis di queste patologie, che a loro volta poi conducevano allo sviluppo della patologia neurodegenerativa o se potesse essere un effetto diretto dello smog sulla salute cerebrale.

Lo studio ha analizzato la storia medica di 27,8 milioni di americani che beneficiano di Medicare di età superiore o pari ai 65 anni, dal 2000 al 2018, esaminandone anche i livelli di esposizione al particolato atmosferico, nonché lo sviluppo di Alzheimer o patologie croniche.  I risultati hanno mostrato che vivere in una zona ad alto livello di inquinamento da smog era associato ad un aumento del rischio di Alzheimer, ulteriormente amplificato in persone con episodi di ictus pregressi. Ipertensione e depressione hanno invece avuto un impatto minimo rispetto all’aumento del rischio.

Secondo gli autori, l’inquinamento atmosferico è diretto contributore all’insorgenza della malattia di Alzheimer, dunque, indipendentemente dalle comorbilità. A sua volta l’inquinamento dell’aria contribuisce anche allo sviluppo delle patologie croniche collegate all’Alzheimer, ma queste ultime non sono poi l’unico elemento che porta allo sviluppo della patologia. Solo per l’ictus si è notato un collegamento diretto.

(https://journals.plos.org/plosmedicine/article?id=10.1371/journal.pmed.1004912

Glossario Agenas, la telemedicina entra nella pratica

(da M.D.Digital)  L’evoluzione digitale del Ssn, spinta dai fondi del Pnrr e dalla riforma del Dm 77/2022, ha trovato il suo punto di sintesi nel nuovo Glossario nazionale di telemedicina curato da Agenas. Per il Mmg, questo documento non è un semplice elenco di definizioni, ma un vero e proprio manuale operativo. Lo strumento uniforma finalmente il linguaggio tra le diverse Regioni, garantisce l’interoperabilità dei sistemi e chiarisce i confini medico-legali delle prestazioni erogate a distanza.  Secondo il Glossario, la telemedicina non è una disciplina a sé stante, ma una modalità integrativa di assistenza. Non sostituisce il rapporto umano, ma ne potenzia la capacità di presa in carico, garantendo equità di accesso e continuità delle cure.  Il documento definisce i pilastri su cui si poggerà l’attività quotidiana del medico di medicina generale:

Televisita. È un atto medico a tutti gli effetti, effettuato in tempo reale via video. Ha pieno valore legale per diagnosi, prescrizioni e certificazioni. Sebbene la prima visita in presenza resti lo standard raccomandato, il Glossario riconosce al medico l’autonomia di valutare l’appropriatezza del setting digitale anche per prime valutazioni in casi selezionati.

Teleconsulto. Rappresenta lo scambio strutturato tra professionisti (ad esempio tra Mmg e specialista ospedaliero). Basato sulla condivisione sicura di dati e immagini, questo strumento facilita la collaborazione multiprofessionale senza la necessità di spostare fisicamente il paziente.

Gestire la cronicità: i tre livelli di monitoraggio

Per la gestione dei pazienti fragili, il Glossario introduce una distinzione fondamentale basata sull’intensità assistenziale:

– Telemonitoraggio di tipo I. Dedicato a pazienti stabili, prevede la valutazione periodica dei parametri senza sistemi di allerta immediata.

– Telemonitoraggio di tipo II. Rivolto a cronici complessi o instabili, utilizza allarmi automatici basati su soglie cliniche che richiedono un intervento tempestivo del medico.

– Telecontrollo. Indicato per patologie a lenta evoluzione, con una responsabilità clinica sovrapponibile alla normale attività ambulatoriale programmata.

L’infrastruttura: Pnt e Centro servizi.  La vera rivoluzione risiede nell’architettura che sostiene l’atto medico. La Piattaforma nazionale di telemedicina (Pnt) assicura la standardizzazione dei dati (tramite protocolli Hl7-fhir) e l’integrazione con il Fse (Fascicolo sanitario elettronico).

Un elemento di estremo interesse per il Mmg è il ruolo del Centro servizi

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